Direttore responsabile Raffaele Falconi Aria del Monte…COMPIE 10 ANNI! Giornale a pubblicazione unica Coordinatore Leonardo Trombetti, Roberto Sabatini
Grafica, impaginazione Leonardo Trombetti Redazione Alessio Bartuccelli, Marco Piochi, Cristina Fabricotti, Anita Fiorilli, Marianna Canestrelli, Stefania
Del Re, Tommaso Innocenti, Cristiano Fantacci. Controllo testi Bianca Deprado Ricerca fotografica Leonardo Trombetti Redazione Aria del Monte… Via Ansano Landucci, 32 53049 Montefollonico SIENA Recapito telefonico 3343128813 E-mail bextro@tin.it Sul web www.montanina.net Blog ariadelmonte.myblog.it Proprietario A.S.D. Polisportiva
Montanina Via del Pianello, 8 53049 Montefollonico SIENA p.i. 00710060526 c.f. 90002760529 Foto di copertina di Uta Plamper Foto all’interno Leonardo Trombetti, Giuseppina Mangiavacchi, Mariella
Spinelli, Valerio Sabatini, Andrea Tonini Collaboratori in questo numero Alfredo Machetti, Bianca Deprado, Giuseppina Mangiavacchi, Renzo
Butazzi, Claudia Falsetti, Laura Romani, Elena Trombetti, Fabio Pellegrini, Fabrizio Camastra, Mattia Angioi, Serenella Bernardi, Andrea Tonini,
Raffaele Falconi, Leonardo Trombetti, Isabella Placidi, Mariella Spinelli
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LA REDAZIONE
Nell’estate del 1999 balenò per la prima volta, in una riunione della Montanina, l’idea di fare un giornalino. A promuoverla fu Alessio Capitoni e, con il suo amico Renzo Butazzi, diedero vita ad Aria del Monte 2000. Il nome nacque dal fatto che già in precedenza erano stati stampati altri giornalini, dal nome Aria del Monte, ai quali Renzo aveva collaborato. Dunque la volontà era quella di continuare un percorso già avviato e renderlo più nostro e più attuale…ed ecco ovvio il “2000”, il passaggio, cioè, al nuovo millennio!
Il numero “0” uscì a gennaio 2000 e così, oggi il numero 28 del gennaio 2010, consacra i suoi 10 anni di vita. Il più longevo delle edizioni di Aria del Monte, e di sicuro una delle attività primarie della società.
Il percorso in questi anni è stato tortuoso, soprattutto dopo che l’entusiasmo iniziale è andato calando. Dopo numerosi abbandoni strada facendo di collaboratori, abbiamo incassato anche la “cessazione d’attività” di Alessio. A prendere le redini è stato Leonardo Trombetti che, dal 2006, ha preso in mano la parte grafica ed editoriale. Così in un modo o nell’altro siamo andati avanti. Ma l’abbandono anche di Renzo alla guida del giornalino, è stato un colpo troppo duro ed abbiamo meditando quasi un anno se tirare avanti o meno. Alla fine è prevalso il senso di responsabilità dato che molti si aspettano con entusiasmo che Aria del Monte esca ed è proprio grazie questo se abbiamo trovato le energie per continuare. C’è la necessità, non tanto di fare informazione, ma di imprimere in maniera indelebile, i ricordi, le tradizioni i personaggi e condividerli con chi l’ha vissuti o comunque con più persone possibile. Per ora ci proviamo poi vedremo.
In questa occasione così speciale abbiamo affidato la stampa ad una tipografia con l’utilizzo di carta migliore e soprattutto del colore per le immagini. Questa operazione ci è costata molto (più di 800,00 euro per un costo di 4,00 euro a giornalino) e ci auguriamo che le vostre offerte siano più generose del solito…scusate la sfacciataggine!
Martedì 4 si è conclusa la Feste de l’Unità ai Giardini. Enorme soddisfazione degli organizzatori che in sette giorni hanno fatto abbuffare quasi 2.000 persone. Particolarmente divertente la serata con i “Bi Folk” uno duo “motorizzato” che ha cantato stornelli Toscani e raccontato barzellette.
Per ferragosto(sabato 15 agosto) il Centro Culturale ha riproposto la cena nel “Borgo”, come “memorial” di uno degli ideatori l’amatissimo Giovanni Grossi, mitico chef nonché dottore.
Venerdì 4 settembre la compagnia teatrale Filodrammatica di Sinalunga ha presentato al Teatro Vitolo il musical “Greese”. Buona partecipazione di pubblico per uno spettacolo veramente carino.
Domenica 4 ottobre si è tenuto, l’ormai classico, raduno delle 500 e derivate organizzato dal club auto e moto d’epoca di Torrita(A.M.E.T.). Tante mitiche 500 nelle versioni più stravaganti quelle presenti a Montefollonico per l’undicesima edizione della manifestazione.
Dal 13 di ottobre, il Centro Polivalente ed il Centro Culturale, hanno organizzato un corso di computer, gratuito, per coloro che avevano difficoltà anche ad accenderlo! Questa ottima iniziativa è stata possibile grazie alla disponibilità degli insegnati, quali Enzo Zoi, Sirio Fianchetti e Elio Trombetti che si sono presi la briga di istruire ben 30 montanini!
Domenica 25, presso il Teatro, si è tenuto “Il pranzo della vendemmia” organizzato dal Centro Culturale. Quasi 80 persone si sono abbuffate su i piatti della tradizione toscana squisitamente preparati dalle “massaie” del Monte.
Venerdì 30 ottobre i bambini dell’asilo di Montefollonico si sono aggirati per le vie del paese con maschere “paurose” per festeggiare, l’ahimè festa assimilata, “Halloween”.
Domenica 1 novembre, in parrocchia, Don Giovanni ha organizzato la scastagnata in occasione di San Leonardo, patrono del Monte, che cade il 6. Qualcuno si è lamentato che molte castagne erano bacate!
Sabato 7 novembre ancora una cena, questa volta organizzata dal Centro Polivalente, in occasione della Fiera di san Leonardo. A collaborare con le donne del Monte, a cucinare il pesce, anche la pescheria Il Chiaro di Castiglion del Lago che hanno fatto rimpinzare più di 120 persone…un successone soprattutto nel dopo cena con il ballo dell’orchestra……..e lo spettacolo di magia del mago….. che ha strabiliato tutti i presenti. In particolar modo il numero del limone che ha visto protagonista il “Bianchino” che ha fatto morire dal ridere tutti i presenti!
Domenica 8 si è tenuta la Fiera di San Leonardo. Quest’anno il cattivo tempo ha scoraggiato venditori e acquirenti. La lotteria organizzata dalla Montanina non è andata meglio se non per coloro che hanno vinto i premi: il terzo premio un navigatore satellitare lo ha vinto Fabrizio Monaci, il secondo, un netbook, Roberto Sabatini e il primo, un televisore lcd, Stefano Dente, il compagno di Silvia Pieranni….che c…lo!
Domenica 15 novembre, si è esibita, al Teatro Vitolo, la “small big band” offrendo un repertorio di swing, funky e blues. L’evento, al quale non ha partecipato troppa gente, era stato organizzato dal Centro Polivalente e dal Centro Culturale. Dimenticavo, alla chitarra del gruppo c’è il nostro Alessio Capitoni…che vi siete persi!
Splendido il corso di ballo organizzato dal Centro Polivalente che dal 5 ottobre si tiene al Teatro. Grande successo da subito dell’iniziativa che ha visto iscriversi ben 13 coppie(più Samuela Nieddu che è rimasta senza partner), montanine e non. Gli insegnati, Manuele, Leonardo e Paola, della scuola di ballo “Manuele Dance”, avranno un bel d’affare!
Da metà novembre il Centro Polivalente e il Centro Culturale, hanno avviato un corso di danza classica per bimbi dai 4 anni ai 14 che si svolgerà presso il Teatro. Ottimo il risultato con quasi 15 iscritte.
Domenica 22 Monsignor Rodolfo Cetoloni, ha celebrato la messa pomeridiana presso la Chiesa del Triano in occasione dei festeggiamenti per i 400 anni della bella Chiesa Montanina. Dopo la funzione tutti i partecipanti sono stati invitati dal Centro Polivalente, al Teatro per un aperitivo.
Domenica 29, in occasione della festa della Toscana, si è tenuto al Teatro Vitolo un dibattito con due scrittori toscani emergenti: Filippo Bologna e Cosimo Calamini che, inutile ricordarlo, è il compagno di Sofia Canapini.
La Montanina femminile metterà in vendita, nel mese di dicembre, un calendario con le proprie atlete fotografate nel paese. Il ricavato servirà a coprire le spese per l’affitto del Palazzetto di Torrita dove le ragazze si allenano. Qui sotto alcune di esse.
che passione!
DI LAURA ROMANI
Avete presente Catarella? ( Nota della redazione: Questurino dei romanzi col Commissario Montalbano, è l’uomo più ingenuo della P.S., quello che quando apre bocca dice un sacco di sfondoni. Viene mandato a frequentare un corso di “informàticcia”, per levarlo di torno. E a sorpresa si dimostra un genio del computer, una risorsa inaspettata , l’unico strumento di tecnologia avanzata in un commissariato che dispone solo della solerzia dei suoi uomini.)
Se c’è riuscito lui, mi sono detta, perché non io! C’era il rischio di non rientrare nel numero chiuso, ma io ho sperato in qualche rinuncia e ho fatto richiesta. Mia mamma si è timidamente domandata se la cosa poteva funzionare anche per lei, e quasi mi ci ha chiamato dentro per non trovarsi da sola. Così mi son contata le dita, e visto che c’erano tutte e dieci mi sono detta : “O.K:, Laura, ci si prova. Per la tastiera bastano meno delle dita che hai.” “Ma sarà pieno di giovani, non sarò troppo vecchia?” “O mamma, ci va Bianca non vuoi andarci tu?” “Ma Bianca il PC ce l’ha e lo adopera…” “…male! Ogni tanto le si vuota tutto quel che scrive, e mica è il piccì che ci ha poca memoria a breve termine!” “E se non ci pigliano?” Ansia sprecata, noi avevamo torto e loro braccia larghe.
Di fatti l’età media degli iscritti era più o meno quella del sale e pepe, e il numero da chiuso che era si è a dir poco triplicato. A nessuno è stato detto di no.
Panico! Non potevo più tirarmi indietro. Ma poi mi son detta: se non capisco io, non è detto che gli altri non facciano mai cilecca, qualche sonnacchioso ci sarà pure, oltre me, che a quell’ora ne ho già sedici di lavoro sulla schiena!
E vai! Farò quello che posso, cercherò di non far vedere che ho dubbi per non sfigurare…o finirò dietro la lavagna? Macché, Elio, Sirio ed Enzo, come esiti ti vengono incontro amorosamente, con una pazienza da missionari, ti sostengono, sono gentili fino in fondo. Non c’è via di scampo, non puoi venirne fuori che informatizzata. “Se c’è riuscito Catarella!” Che dico, altro che Catarella, roba da NCIS, da FBI! Dopo questo vorremo un corso avanzato di pirateria informatica per entrare nei sistemi top secret delle grandi banche e del Pentagono!
A proposito di banche, mi hanno detto che certi un corso di questo tipo l’hanno pagato fior di quattrini…. Motivo di più per andare avanti a tutti i costi, anzi, a costo zero!
montefollonico
DI CLAUDIA FALSETTI
Domenica 29 Novembre nel Teatro, c’è stata una iniziativa del comune nell’ambito della Festa della Toscana, con la presenza di due scrittori Cosimo Calamini e Filippo Bologna.
Si parlava della Toscana, come questa Regione, esporta la propria immagine, il ruolo che questa ha in Italia, cosa vuol dire vivere in Toscana ecc., da qui siamo anche arrivati a parlare di come si vive in un paese come Montefollonico, cosa vuol dire sviluppo turismo ecc.
Faccio questo piccolo resoconto dell’iniziativa di Domenica (peccato con poca partecipazione), perché vorrei che si sviluppasse un confronto, che questo giornalino possa raccogliere, su cosa vuol dire vivere a Montefollonico da parte dei suoi abitati soprattutto i più giovani.
Il nostra paese permette di avere una qualità della vita molto migliore rispetto alla città, la tranquillità, il paesaggio, il rispetto delle persone, gli amici, sono cose vere…..oppure siamo noi che ci illudiamo, e che forse questo vivere rinchiusi, al riparo spesso, dalle difficoltà che si incontrano vivendo in qualsiasi grande città, fanno di noi delle persone prive di iniziativa, rassegnati, che vivono “campando di rendita” , guardano gli altri dall’alto in basso, e che non riescono a volare con le proprie ali?
Le persone che vengono da fuori, parlano di Montefollonico come un luogo dove si sta bene e ne decantano i pregi, però dopo qualche giorno, settimana o mese se ne vanno e quindi non vivono la quotidianità e sicuramente nel breve periodo emergono solo gli aspetti positivi che sono immediatamente percepibili, l’orizzonte intorno a noi e la calma .
Montefollonico secondo il mio parere non è una realtà immobile, molti suoi abitanti prendono iniziative, partecipano, ma alcune generazioni di persone sono quasi completamente fuori, perché succede questo? Il rischio che corriamo è che questo paese diventi un dormitorio per gli abitanti, ed un luogo per trascorrere alcuni giorni in pace da parte di chi viene da fuori.
una domenica
DI MATTIA ANGIOI
Domenica 22 novembre è stata una domenica speciale. Ora vi racconto perché. Stavo giocando in casa quando mia mamma mi ha detto: “ Oggi devi venire alla messa con me al Triano, perché c’è il Vescovo Rodolfo.”
Alle 18.00, siamo andati alla messa. Sembrava una messa come le altre ma durante l’Omelia il Vescovo mi ha chiamato all’altare per descrivere il dipinto e l’affresco. All’inizio mi vergognavo, poi è stato bello descrivere il quadro perché sembrava di osservare una foto e raccontarlo agli altri.
Il Vescovo mi ha aiutato in modo gentile ed affettuoso e così mi ha fatto dimenticare la vergogna di essere davanti a tutti. E’ stata una domenica diversa da ricordare!
Il 13 agosto un furto con scasso, in pieno giorno, in via del Giglio. Non si sa se sono stati rubati oggetti o denaro fatto sta che bisogna stare attenti anche al Monte!
Spesso ci lamentiamo per le condizioni dei giardini incolpando il Comune di non investire su questo spazio così importante per i bambini. Ovviamente è vero, ma è anche vero che siamo noi stesi i primi a non curarcene e che se stessimo più attenti anche ai nostri figli forse il degrado dei giardini si potrebbe rallentare. Infatti mentre fotografavo i muri all’interno dei giardini per documentarne l’incuria mi sono imbattuto in due bambini, dei quali ovviamente non faccio il nome, che appunto stavano tirando giù le pietre da un muro. Sgridati e avvertiti del pericolo che stavano correndo i “piccoli” hanno continuato la loro opera di demolizione.
Il 31 agosto cessa l’attività di Gianni con la sua Bottega delle Delizie. A breve verrà rimpiazzato ed il nuovo esercizio si chiamerà “Peccati di gola”. Buona fortuna!
Ad ottobre iniziati i lavori, in economia, per eliminare le inutili scale esterne del Teatro. E’ stato aperto un passaggio direttamente da via del Giglio e tolte, appunto le scale. I lavori sono stati eseguiti da alcuni consiglieri del Centro Polivalente e da altri volenterosi Montanini. Ora ci vorrebbe solo che l’educazione ed il senso civico prevalesse e non venissero parcheggiate le macchine di fronte l’ingresso, che tra l’altro, bloccano anche l’accesso al piccolo parcheggio di fianco al Teatro…è chiedere troppo!?
Ad ottobre dalla Piazza Cinughi sono stati tolti i tavoli ed ombrelloni della Botte Piena. Anche con il buon vino è dura mangiare fuori di queste stagioni!
Ma ottobre non finisce di stupirci: nella notte di mercoledì 21 un vento caldo ha portato un violento acquazzone ed ha fatto alzare le temperature di oltre 12 gradi…a mezzogiorno eravamo a 19 gradi.
Domenica 11 ottobre è stata celebrata una messa pomeridiana alla Madonnina.
Lunedì 12 ottobre un temporale pomeridiano ha portato le temperature da 20 gradi a 7 aprendo la strada all’inverno! Così, le deboli speranze di trovare qualche porcino nel nostro territorio, sono andate a farsi friggere…il 2009 è stato un anno, per i funghi, da dimenticare!
Cambiati i cassonetti di servizio per gli operatori ecologici, in prossimità dello scannatoio: ora sono chiusi così quando tira vento non vola nel bosco più niente.
Domenica 25 ottobre si è tenuta la Motocavalcata della Valdichiana, un raduno di motociclisti organizzato dal Motoclub di Torrita di Siena, che percorre le strade di bosco del Comune. Noi della Montanina abbiamo protestato fortemente per quest’iniziativa perché arreca danni ai viottoli che noi con molto impegno cerchiamo di tenere integri. La nostra preoccupazione è soprattutto per gli Asinacci che vengono divelti sistematicamente dai crossisti di Torrita. Abbiamo chiesto che per il futuro non utilizzino più questo sentiero e nei prossimi mesi apporremo dei segnali di divieto per scoraggiare i motociclisti.
Domenica 25 ottobre, al Palazzo Pretorio si sono svolte le Primarie del PD per indicare il segretario del partito. 116 votanti che hanno scelto in 75 Bersani, 30 Franceschini e 9 Marino(no quello di Orietta!), 2 nulle.
Molti nuovi cittadini può contare Montefollonico: l’esodo riguarda Pienza che nel giro di tre anni ci ha ceduto ben 14 persone. Il trasferimento più massiccio riguarda la famiglia Sabatini che ha occupato due dei sei nuovi appartamenti in via Elba. Così diamo il benvenuto a Sabatini Guglielmo, la moglie Rita ed il figlio Rudy(vecchio amico che ha militato anche nella Montanina) e all’altra figlia Consuelo con il marito Tonnicchi Mario e il piccolo Matteo. Sempre nella nuova palazzina dimorerà tutta la famiglia Biagi che si è spostata di poche centinaia di metri in linea d’aria…da Vellari per capirsi. Salutiamo così Franco, Mariella, Debora e Linda e Mario e Anelina. E invece nelle case nella zona pep si è trasferito Andrea Torriti che farà compagnia al suo ex concittadino pientino Lorenzo Volpi, compagno di Veronica Porcu e babbo di Gabriele.
A fine ottobre ultimati i lavori in via Landucci per rinsanare alcune abitazioni dalle infiltrazioni di acqua. I lavori, eseguiti da Sergio Sodi & co. per conto dell’Amministrazione Comunale, hanno causato qualche piccolo intoppo per la viabilità ma alla fine dobbiamo fare i complimenti per come è stato ripavimentato il selciato: dovrebbero essere eseguiti tutti così i lavori per le pubbliche amministrazioni. Solo un appunto: ma il cestino che era all’angolo con via Stellini che fine ha fatto?
Chiusura del Bar lo Sport di Ivano Talli dal 9 al 19 novembre …per i titolari ferie sacrosante, ma che mortorio il Monte!
Lavori in via del Pianello, a metà novembre, per collegare la vasca di decantazione delle Nuove Acque sotto la Torre Moreschini, alle fognature di fronte all’ asilo. Per alcuni giorni forti disagi per la chiusura di parte di via del Pianello, che hanno costretto molti montanini ha fare il giro del Bighi per uscire dal paese e andare al Bar…comunque qualche furbetto/a è andato contromano in paese…mai nessuno che gli vada addosso!
Il 20 scadeva il termine per consegnare il materiale per il concorso fotografico organizzato dalla Montanina: pochi partecipanti e foto e relazioni non conformi alle richieste ci hanno obbligato ad annullarlo.
A fine novembre, il Centro Culturale ha allestito le vie del paese con le luminarie natalizie. Da quest’anno avranno le luci anche molte vie al di fuori del centro storico. Veramente lodevole lo sforzo dell’associazione a dare a quasi tutta la cittadinanza gli addobbi natalizzi.
I primi di dicembre ha aperto la nuova attività “Peccati di gola” di Olimpia Barbu. Il negozio offrirà, come spiega il “bottegaio” Ivan, prodotti di qualità e primizie. Buon lavoro.
Scoperti sopra la cava alcuni oggetti abbandonati dai soliti incivili…non impariamo mai.
Novembre è tempo di resoconti per i raccolti di uva e olive. Quella del 2009 sarà un’ottima annata di Nobile, afferma Tommaso Innocenti, ed buoni anche i raccolti di olive: la resa, quest’anno, si aggira sui 13/15 kg di olio per quintale di olive. Pizzica poco ma è buono ed il colore è intenso.
In novembre alcuni imbecilli hanno tolto delle pietre dalla Fonte del Bighi. Ora si sono creati due buchi che si allargano sempre di più. La Montanina, preoccupata dello stato della fonte, ha scritto al Sindaco sollecitando un intervento.
“non s’ha da fare”
A CURA DELLA REDAZIONE
Purtroppo, la Montanina, ha deciso di annullare il concorso fotografico dato che hanno partecipato pochi “concorrenti”, ma soprattutto non è stato ben capito il senso del concorso. Infatti davamo per scontato alcuni aspetti, come la presentazione di foto a colori, elemento fondamentale, come altresì l’importanza della foto sull’”emozione” o la qualità dell’immagine, ecc.
Per ringraziare comunque gli aderenti pubblichiamo qui le foto con le relazioni allegate e rimandiamo il concorso a primavera, dopo cioè, il corso di fotografia che la Montanina ed il Centro Polivalente organizzano in febbraio. Il corso, che consiste nell’uso delle macchine fotografiche digitali, verrà fatto da Michele Bindi, fotografo di Torrita, presso il Teatro “Vitolo”. Il costo sarà di 60, 00 per la durata di un mese ed è obbligatorio essere soci di entrambe le associazioni. Avvisiamo già da ora che saranno accettate le prime 10 richieste e che sempre il prossimo anno, indicativamente in autunno, verrà fatto anche un corso per il secondo livello, dove verranno spiegate le tecniche per l’elaborazione e l’archivio di foto sul computer.
Qui di seguito le 4 foto che hanno partecipato al concorso; la quinta, quella di Uta Plamper, è la foto di copertina; di questa non ci è stata consegnata la relazione.
Ci siamo dimenticati, nel numero precedente, di annunciare la nascita di Carlo Tonini, il secondogenito dell’amico e collaboratore del giornalino Andrea. La mamma Anna Maria e la sorellina Matilde, come d’altronde anche il babbo, sono rimasti stupiti il 7 luglio quando al momento del parto è spuntata una creatura con il “lillo”. Infatti doveva essere una femminuccia e per due giorni il bimbo è rimasto senza nome, fino alla decisione di chiamarlo Carlo!
Il 27 luglio a 79 anni muore Alvaro Giorgetti. Era il padre di Vasco “del Botteghino”, da anni trasferiti a Torrita.
Mercoledì 12 agosto ci lascia Remo Del Ciondolo di 81 anni. Ormai era consuetudine che dopo aver parcheggiato l’auto sotto casa(abitava vicino casa mia) lasciava i fari accesi; io lo chiamavo e l’avvertivo e lui mi rispondeva “grazie Tromba lo sapevo…!”
Il 2 ci lascia anche Bianca Bernardini a soli 55 anni. E’ la mamma della nostra amica Cristina che in due anni ha sofferto troppi lutti. A lei va l’abbraccio più sincero e caloroso che tutta Montefollonico può dare.
Lunedì 14 settembre ci lascia Danusia Fantacci di 82 anni. Era la moglie di Cordevole Volpi.
Il 16 settembre nasce Manuel figlio di Luigi Genito e Mariangela Rubegni.
Il 6 ottobre muore Rosa del Mecio vedova Marchi di 93 anni.
Ecco Emma Trombetti la sorellina di Ettore…mercoledì 21 ottobre alle 23 e 26 minuti la mamma Silvia ha dato alla luce un fagottino di 3 chili e 10 grammi. Il babbo Leonardo non può che essere felice!
Ed ecco anche Violante Fè, la bimba di Pepo(Stefano) e Raffaella. Ad aspettarla a braccia aperte a Montalcino, dove risiedono, il fratellino Duccio. La bimba è nata nella notte di venerdì 20 novembre…40 anni fa nasceva il nostro presidente Raffaele Falconi!
E il 24, sempre di novembre, nasce anche Julian, figlio di Fabrizio Camastra e Ines Becerra. Ines è inutile che la presenti in quanto ha vissuto fino a poco tempo fa con la mamma ed il fratello alla Paolina per trasferirsi dopo le nozze. Fabrizio, da quest’anno, è stato eletto consigliere nel Consiglio Provinciale di Siena nelle liste del PDL. La coppia ha già un altro bimbo che si chiama Nicolas
DI BIANCA DEPRADO
Due anni fa sulle pagine dell' Aria del Monte Renzo Butazzi scriveva il suo addio a Renzo Fabricotti ricordano che tra loro c'era la scherzosa abitudine di salutarsi reciprocamente “Ciao Renzo”. Quanto a me, nuova del paese, non sapevo neppure che Bianca era la moglie di Renzo; però eravamo felicissime d'incontrarci ed esclamare all'unisono “Ciao Bianca”. La prima volta una delle due chiarì: “Veramente io 'sarei' Biancamaria...” “....come me!” e scoppiammo a ridere. Così diventammo amiche, ci confidavamo pene e trepidazioni, illusioni e ....sconforto. Un consenso, un affiatamento, una mutua solidarietà, un'aspirazione ad andare verso l'ottimismo della vittoria su un nemico che conoscevamo bene. Il mondo di Bianca era un mondo di giustizia e di armonia, e tutti l'abbiamo amata.
Tua Bianca(maria)
Il 31 agosto inizia la preparazione della Montanina. Molti volti nuovi ed un gradito ritorno, quello di Isacco Duchini che dopo una parentesi pientina torna al Monte…speriamo ci torni anche di casa…ovviamente scherzo! Mister Gianni Fè, riconfermatissimo dalla dirigenza, avrà i suoi grattacapi a fare le formazioni con ben 26 giocatori dei quali ben quattro nuovi: Davide Arca, Ettore Paolucci e Mattia Filiberti. Ma il nostro jolly è Lucio Trombetti con il quale speriamo di avere una marcia in più.
A due mesi dall’inizio del campionato non possiamo che essere soddisfatti e fieri dei risultati con la prima posizione assieme ad altre squadre. Unica nota negativa l’abbondono di Isacco che è ritornato a Pienza per problemi legati al lavoro.
Partenza anche della montanina femminile che dal mese di ottobre ha iniziato la preparazione. Anche qui due nuove entrate: Roberta Millaci e Luana Bennati. Rientrata in rosa anche Sara Natalini dopo la pausa per la nascita di Lorenzo. Hanno invece abbandonato Francesca Lancia che gioca ad Arezzo e non può giocare anche nella Montanina e Cristina Fabricotti che si sta preparando per il concorso per entrare nei Vigili del Fuoco…si spera che le vada bene e che torni a giocare a gennaio. Ancora latitante Silvia Capitoni che, sfornando un figlio all’anno, trova difficoltà a rimetter piede in un terreno di gioco…anche per lei il rientro è previsto in gennaio. Intanto il campionato ha avuto inizio lunedì 9 novembre contro l’avversaria di sempre: il Sant’Albino piegata 4 a 1 con gol di Ilaria Rossi e tripletta di Anita Fiorilli…erano tre anni che non ci vincevamo!
Anche la squadra di calcetto maschile ha iniziato il campionato, nel migliore dei modi vincendo subito 8 a 2! Qui ci giocano tutti ragazzi della squadra di calcio della Montanina di Torrita e del Monte.
NDAZIONE SPETTACOLO
TOSCANA: teatri di toscana - rete teatrale regionale
comune di torrita di siena
teatro degli oscuri torrita di siena - teatro bruno vitolo montefollonico
Teatro Comunale degli Oscuri - piazza Matteotti, 12 - Torrita di Siena l.roghi@comune.torrita.siena.it
Teatro Bruno Vitolo - via della Madonnina -Montefollonico
Ufficio Cultura/Biblioteca tel. 0577 688225
Centralino Comunale tel. 0577 6881
fax 0577 685620
www.comune.torrita.siena.it
www.fts.toscana.it
La direzione si riserva il diritto di modificare
il presente programma in ogni sua parte ogni qual
volta se ne presentino le necessità
teatro bruno vitolo
montefollonico
sabato 19 dicembre
ore 21.15
Compagnia Maria Cassi
SUONIEMOZIONI
Da Battisti/Mogol a Maria Cassi
di e con Maria Cassi
con Marco Poggiolesi alle musiche in scena
teatro degli oscuri
torrita
sabato 9 gennaio
ore 21.15
Teatro dell’Istante
Alessandro Fullin
e Anna Meacci in
UN DELITTO SENZA
IMPORTANZA: CHI HA UCCISO OSCAR WILDE?
di Alessandro Fullin
regia di Roberto Piana
teatro degli oscuri
torrita
domenica 17 gennaio
ore 21.15
Arca Azzurra Teatro
DECAMERONE
amori e sghignazzi
libero adattamento di Ugo Chiti
ideazione dello spazio
e regia di Ugo Chiti
teatro bruno vitolo
montefollonico
sabato 6 febbraio
ore 21.15
Teatro Sotterraneo/Fies Factory One
LA COSA 1
creazione collettiva
del Teatro Sotterraneo
dramaturg Daniele Villa
progetto Riassetto del sistema teatrale della Toscana
teatro degli oscuri
torrita
mercoledì 17 febbraio
ore 21.15
Teatro dell’Archivolto
Ambra Angiolini in
LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI W
di Stefano Benni
regia di Giorgio Gallione
teatro bruno vitolo
montefollonico
sabato 6 marzo
ore 21.15
EmmeA’ Teatro
Fabio Monti in
DON MILANI SENZA MITO
di Norma Angelini e Fabio Monti
teatro degli oscuri
torrita
sabato 27 marzo
ore 21.15
Leart world music
Lunetta Savino
e Paolo Bessegato in
45 GIRI DI PAROLE D’AMORE
di Giuseppe Di Leva
regia di Paolo Bessegato
teatro degli oscuri
torrita
giovedì 8 aprile
ore 21.15
Produzioni Teatrali Paolo
Poli-Associazione Culturale
Paolo Poli in
FAVOLE
2 tempi da Perrault, Beaumont
e De Brunhoff
regia di Paolo Poli
DI BIANCA DEPRADO
Qualcuno già lo fa
Qualcuno già lo fa, mi fermano per via e mi suonano alla porta addirittura. “Tu che scrivi di mestiere, senti questa storia.” E mi raccontano ricordi, sogni, visioni. A quel punto io provoco: “E lo vieni a dire a me? Scrivilo tu!” “Ztzt, non sono capace.” “Che ci vuole, tutti lo possono fare .” “Naaah, mi vergogno...” “E secondo te invece io ho una faccia di quelle!!! Guarda che sbagli a non farlo, tutti, dico tutti possono scrivere, perché nessuno vale più di un altro, e nessuno ha il diritto di fiatare su quello che fanno gli altri . E se criticano tu lasciali dire.” Così qualcuno torna, col fagottino di fogli scritti d'impeto, me lo dà come se scottasse e scappa via. Cose bellissime, d'una freschezza che manca a noi che lo facciamo per il pane quotidiano ( e per molto di più).
Ma poi? Che faccio se mi negate il consenso a pubblicare? Lo so, nessuno vi direbbe apertamente che è piaciuto, arriverebbe solo qualche protesta. Ma il silenzio, il silenzio è assenso: il silenzio significa che il vostro scritto è piaciuto ad alcuni, e con parecchio fastidio di altri.
Nessuno ha il coraggio di parlare apertamente di sé, si ha il pudore delle sgrammaticature, più che dei peccati mortali, si ha paura di essere misurati e risultare corti. E invece corto è il metro di chi giudica, che non è bastato a valutarvi per intero. Perché chi affida alla carta un po' del passato lo affida al futuro, e gli aggiunge un pezzo di eternità. E un foglio di carta formato A4 è un pezzo di universo 35x25 ; se vi sembra poco, allora scrivete di più.
No? Pazienza, vuol dire che avrò in esclusiva il privilegio della vostra fiducia e del vostro talento nascosto. Vi aspetto con gioia. E tenterò di dire io quello che mi chiederete di esprimere.
A proposito di contributi….
Ci perviene una smentita, che pubblichiamo, come doveroso: una cara lettrice che non ha piacere di essere citata, ci riferisce che nell’articolo (apprezzatissimo ma impreciso) della Giuse sul matrimonio di Duccio si afferma che Ottorino e Italia Pallanti ebbero per viaggio di nozze….un giro al Tondo. Ci dispiace smentire la fonte da cui Giuse ha attinto, perché la povera Italia raccontava sempre con nostalgia e gratitudine il suo viaggio a Firenze, novella sposa, ospite di parenti affettuosissimi, e si soffermava sui dettagli delle belle cose viste durante il soggiorno di una decina di giorni. E non faceva che ribadire la sua riconoscenza nei confronti del generoso tutore, l’ing. Gonnelli, che con un bel dono in denaro consentì agli sposi di potersi concedere qualche agio, come una cenetta romantica in un tipico ristorante fiorentino. Erano tempi duri per tutti, e la generosità era un lusso anche per chi la elargiva.
Chi ci ha informato dichiara che la sua smentita non suona a polemica verso Giuse, ma come doveroso attestato di riconoscenza verso persone da tanto tempo scomparse, e che sopravvivono solo grazie alla memoria di chi ne dà testimonianza. In futuro cercheremo di non essere indelicati, specie quando si può recare dispiacere a persone che non lo meritano.
Leggere al Bar
Lèggere, non leggère. Non si tratta di donne dal facile approccio e dall'aspetto vanesio, ma di persone dotate di bella voce che accettano di 'affabulare' i frequentatori dei bar della nostra provincia con letture di vario argomento, per far scoprire che i libri sono migliori di una schioppettata nelle guance posteriori.
La Provincia ce la mette tutta a riaffermare una verità palese, che cioè un bel libro vale più di molti altri passatempi, e spera di dimostrarlo in pratica, mettendo davanti al leggìo qualcuno che ne sia convinto.
Io, che ho passato in treno e in metro un bel po' di vita persa, leggevo sempre. Mi sono sempre divertita moltissimo, più che al cinema o a teatro, l'unico problema era cercare di fingere d'avere la tosse anziché un convulso di risa, o una lentina fuori centro nei passaggi più lagrimevoli.
Eppure so che se smettere di leggere è difficile, incominciare senza aiuto a farlo è quasi irrealizzabile. L’impresa però è stata varata, e il progetto è andato in porto, grazie all’amico Renzo Buttazzi e alla gentile Elena Trombetti.
Se son rose fioriranno, e vedremo nasi chiusi tra due pagine in numero crescente?
Io lo spero; però, dato che ho speso trentasei anni a leggere in classe a voce alta, so che una sola dose di sciroppo non risana nessuno, e che se non si insiste sull’iniziativa questo episodio non cambierà le cose. Il mio debole parere è che alla terapia d’urto debba seguire la pratica costante. Che ne direste di incontrarci, giovani e meno giovani, attorno ad un cerchio per leggere insieme con scadenza regolare?
Da ragazza sono stata in collegio per un certo periodo, e all’ora del ricamo una di noi a turno leggeva per un quarto d’ora. Di quel periodo ho un ricordo bellissimo, e ogni volta che vedo un collettino di trina penso a Stendhal, di fronte a un pizzo al chiacchierino a Gogol. Suore illuminate, le Dorotee, non ci hanno mai propinato schifezze, solo buoni classici.
Ho avuto un’allieva che ora fa la doppiatrice e la declamatrice di professione. Mi ha telefonato giorni fa. “Quella pausa con attacco forte tra “città del foco” e “vivo t’en vai”, ieri m’è venuta uguale a quella tua, quando ci leggevi Dante. Mi sembrava di sentirti….” Meglio così.
E’ segno che funziona.
Aria di Tempesta
Al Monte c'è stata una svolta epocale. Avere un gruppo di dilettanti ed una filodrammatica locale è già molto. Ma avere un sodalizio che non si limita a 'raccontare' una lepida storiella come se fosse una lunga barzelletta, ma 'recita' ( cioè interpreta! ) un'opera teatrale d'autore è ben altro.
Si sente dire che tutto è teatro, purché intrattenga, ma altro è fare spettacolo e altro è curare la resa di un testo sul quale si sono cimentati professionisti noti, tentando di dire ancora qualcosa di valido e nuovo. C'è da chiedersi perchè dopo due sole serate il gruppo di Donatella Volpi non abbia proseguito l'operazione di proporre l' “Obu re” in altri teatri del territorio. Non capisco quest'usa e getta, anche se ogni serata è unica in sé e ha per questo il pregio incalcolabile dell'effimero.
Forse è un problema di mercato, il pubblico di provincia vuole evadere con spettacoli leggeri, commedie di genere, battute comprensibili e comicità inequivocabile, magari con intermezzi musicali orecchiabili e maliziosi. Insomma il varietà. Piace anche a me, ma se non c'è proprio altro. Altrimenti resto a casa, stiro, mi faccio una tazza di cioccolata, telefono a qualcuno.
Ora, “Obu re” è parso “troppo d'avanguardia, troppo innovativo”. Avessero detto lo stesso gli spettatori del debutto , cento anni or sono! Fu la baraonda: “E’ un obbrobrio, uno scandalo…”.
Ma sono passati cent'anni! E nel frattempo “Obu re” e i successivi “Obu incatenato” etc., sono diventati la palestra di tutte le scuole di teatro , dalle Accademie alle filodrammatiche parrocchiali, e senza epurazioni. Perché? :offre tutti i pretesti d'innovare, al direttore di scena, al costumista, allo scenografo, al fonico, al tecnico degli effetti speciali. Ne ho visto edizioni in cantina con i moccoli a tracciare il margine tra spettatori seduti in terra in due file affrontate mentre nel corridoio centrale gli attori recitavano sospesi in altalena o su travi d'equilibrio. In un asilo d'infanzia, nello spiazzo della merenda, lo hanno messo in scena bambini con i cappelli a cono col nome dell’attore e del personaggio scritto su; Carmelo Bene si sarebbe divertito molto sentendo i piccoli alterare la voce per ottenere l'effetto megafono, parlando nei loro copricapi di cartone. Ho visto un Obu seduto su un tino, in una cantina-teatro nel sottosuolo della città, pontificare da solo tra fantocci di iuta che gli facevano da compagni, mentre il pubblico veniva arruolato di peso per essere adibito a scene di massa, a mimar massacri stupri mattanze ed altre amenità. E francamente mi sono sempre divertita da morire. E qui, di più, per i richiami e le citazioni letterarie fuori testo (“Io sono la Prima e l'Ultima, la Prostituta e la Santa....), che della professionalità della regia la dice lunga. E che dire della Madre Obu trasformata in un harem di sei mogli, a simboleggiare che se dietro un grande uomo c’è sempre una gran donna, dietro un imbecille ce ne vogliono di più. Se vi dico che anche questa volta mi sono sentita pienamente soddisfatta, e che mi ha giovato molto sapere che non sono più confinata in pensione, se ci sarà un seguito, nel posto che ho scelto per vivere quel che mi resta?
E a quanto pare il seguito ci sarà. Al Monte spira aria di .... Tempesta. (Shakespeare?!, proprio lui, nientemeno?). Nientemeno. E secondo me ce la faranno, oh, se ce la faranno. Un commento, rubato ad un compaesano che sa di lettere: “ La 'Tempesta'? Perché non aspettare il 2011, per il quarto centenario della sua prima edizione?” Perchè no; lo vogliamo subito, nel 2010.
Zucche e dispetti
La festa di Halloween non è antica, e da noi si è conosciuta attraverso un giallo di Agatha Christie, prima, e “E.T.” e altri film poi. Ma ormai dilaga e fa parte del mondo globale dei paesi consumatori del godereccio. Del resto il gusto di camuffarsi non è soltanto cristiano, c’è anche in altri contesti religiosi. Chissà, pensavo, se un giorno anche i bambini non ebrei festeggeranno i Purim, la breve festa che celebra l’eroina Esther, per avere un pretesto in più per travestirsi e ingozzarsi dei dolci rituali che per tutto il resto dell'anno non sono più disponibili. In fondo siamo tutti eredi della cultura biblica, e questo potrebbe spingerci a introdurre i Purim nel nostro mondo! Il fascino di queste celebrazioni sta proprio nel durare un solo giorno, che va colto prima che sfumi.
E pensare che il nostro carnevale, così prolungato, non offre più le attrattive della festa in maschera di una sola serata rubata alla tradizione altrui!
Ma è così 'esotica', questa usanza? Merita davvero il rifiuto di molti devoti, che si pronunciano a sfavore di ciò che non è strettamente ereditato dalle nostre origini, e che condannano come pagano un uso di recente introduzione?
Profano, forse, ma pagano no. Esorcizzare la paura delle forze del male e della morte, per un bambino non è dissacrazione del credo religioso, è se mai un catechismo in formula pediatrica: il male può essere sconfitto, il maligno e i suoi sgherani sono ombre che la luce scaccia e che non possono colpire l'innocente timorato, secondo il precetto del 'non prevalebunt'.
Secondo questo modo di vedere si insegna al bambino che la morte è secondo natura: per ora è ancora lontana, e se essa è brutta perché ci toglie i nostri cari, brutti non lo sono certo i nostri defunti, che ci hanno lasciati sì, ma non da soli, perché ci hanno affidato alle premure della società. Così i vicini, i compaesani, che sono nostri amici e perdonano le marachelle, ci danno dolciumi e sorrisi, sostituendosi ai nonni e prozii ormai defunti.
E', lo crediate o no, una notte memorabile, in cui la suggestione cementa nei piccoli la fiducia nel prossimo e crea un argine per confinare al di là d'esso la paura ancestrale del buio e del dolore, quella di restare soli dopo un lutto familiare, privati di sostegno in una società impermeabile alla solidarietà.
Nel mondo pagano, sotto ogni cielo, ieri ed oggi, una festa simile esiste, perché è indispensabile per cementare il gruppo e purificare il singolo individuo: che si immoli un capro o che si dia fuoco al fantoccio, esiste un rito per ridurre impotente la paura. E chi di paura ne ha più d'ogni altro? I bambini. Così la paura viene spellata viva, indossata, come maschera terrificante. Il bambino sa di essere se stesso anche se travestito: “ All'interno ci sono io: io incuto paura, vestito così, e gli altri mi temono; perciò io ho dominio sulla paura, sono io che che la faccio agire, io che la rendo impotente, io che anzi mi nutro di dolci e mi rafforzo mentre lei è mia schiava. Io mi burlo della paura, che è fuori del mio corpo, là dove io non la vedo più. Io sono più forte di lei, che manovro a mio piacimento.”
Lasciate che streghine e folletti, vampirotti e scheletrini folleggino vocianti di porta in porta: nella nostra Italia per la festa dei Morti si è sempre fatto qualcosa di molto simile. Specie più a sud. Solo che laggiù si spara dai balconi. In aria. Ma con proiettili veri, e verso le finestre aperte della casa di fronte: leggete i giornali del 2 novembre, e crederete di assistere ad un bollettino di guerra. Meglio se alla casa di fronte si bussa colle nocche minacciando :“Dolcetto o scherzetto.”
Triano in festa
Grande evento religioso e culturale nella nostra comunità: l’affresco della Madonna con Bambino che un tempo figurava nella chiesa del Triano nella cornice della pala d’altare, è tornato, se pur brevemente, nella sua sede d’origine.
I segni del tempo sono evidenti, e spiccano numerose lacune, dovute al distacco del supporto d’intonaco dalla parete dell’edicola campestre su cui l’opera era stata prodotta. Qui restò a lungo alla mercé delle intemperie, prima d’essere collocata sull’altar maggiore del Triano, quando la chiesa è stata edificata nel XVII secolo. Dell’opera restano abbastanza ben conservate le due figure della madre e del bambino e parte del trono, che indica che il soggetto è da considerare una Maestà, secondo il simbolismo proprio del culto mariano tardo-medievale della regalità di Maria Madre di Gesù, e pertanto quando venne edificata la chiesa del Triano, il riquadro fu inserito in un contesto che ne esaltasse il ruolo. L’iconografia precedente prevedeva per le Maestà una cornice di angeli e santi, ma dopo il Concilio di Trento venne privilegiata per le pale d’altare la rappresentazione della Trinità , e quando l’opera fu commissionata a Ventura Salimbeni, egli concepì la realizzazione della tela incentrandovi l’antico affresco con la Maestà, sostenuta da due angeletti alati e affiancata da due angeli adoranti, e sormontata dalle Persone del Padre e del Figlio, sui lati, e dallo Spirito al vertice. La tela, smembrata da ladri di opere sacre, è attualmente mutila della porzione inferiore.
Agli occhi dello spettatore il dipinto appare maculato da zone prive di colore, che non è stato sostituito da integrazioni moderne. Infatti la tendenza attuale nel restauro è di tipo conservativo, e non vengono ripristinate le zone perdute; le lacune vengono lasciate a vista, e risultano simili a tasselli di colore neutro, e sta all’ immaginazione di chi guarda integrare per intuito il tratto mancante.
DI GIUSEPPINA MANGIAVACCHI
Nel numero scorso avevo parlato della raccolta differenziata da insegnare possibilmente ai bambini per far si che anche loro incomincino a distinguere i vari materiali e i problemi collegati al loro errato smaltimento, per rendersi la vita più semplice quando saranno cresciuti; nel frattempo, legato a questo tema voglio raccontare un episodio accaduto a mia nipote a Milano: sveglia all'ultimo momento per andare in ufficio, quindi unico sacco della spazzatura contenente un pò di tutto: dalla plastica, ai giornali, al cibo ecc.. fin qui sarebbe mal di poco (insomma!), quello che è più sconcertante è che non l'ha gettato nel cassonetto, troppo lontano e troppo tardi, ma nel cestino gettacarte del marciapiede (un pò quello che dicevo io la volta scorsa e che purtroppo ancora persiste!). Qualche giorno dopo a casa arriva una multa di quasi 60 euro: la sua bravata era costata parecchio, infatti il solerte operatore ecologico che riordinava il marciapiede, ha visto il sacchetto lo ha aperto e dentro ha trovato una busta con il suo indirizzo, che lei aveva gettato intera. Lui, non potendo segnalare l'accaduto al condominio e mandare la multa allo stesso (quando abitavo a Milano ne arrivavano tutti i giorni), ha segnalato la persona all'ufficio dell'Amsa la quale ha predisposto la multa salata. Appoggio in pieno l'operato di questa persona, il rispetto se si vuole lo dobbiamo anche dare, speriamo che almeno a mia nipote sia servito di monito!
Che ci siano dei cagnolini in paese è bello, fanno parte della nostra vita, fanno compagnia, fanno........ si avete capito, LA fanno, dappertutto, specialmente quelli che vengono lasciati sciolti. Non si era mai visto il Monte fiorito di simili boccioli; lo "spigolo di Remo" ormai è diventato il Vespasiano dei cani e nella piazza a volte c'è qualche ricordino di troppo. Stiamoci attenti... questo paese dovrebbe essere un salotto e appellandomi ai padroni dei cani mi viene da dire: teneteli legati in paese, c'è tanto bosco intorno!
Sono passati tanti mesi, ormai dall'incontro avuto al teatro con l'Amministrazione Comunale, ma la strada che porta alla Chiesa del Triano, quella per intenderci che costeggia il muro delle Marselli, è sempre più posteggio. La promessa fatta pubblicamente era stata quella di intervenire in fretta, poichè non c'era una grande spesa da affrontare e tante cose da fare. Mi pare che la promessa non sia stata nemmeno sfiorata, la strada è gremita di macchine, sempre, non vi è ombra di "ipotetica" catena con chiavi da poter aprire per eventi religiosi nè di altre soluzioni. Le promesse non dovrebbero essere rispettate?
A proposito di promesse, sempre in quella riunione non si era detto che sarebbero iniziati i lavori per la gassificazione della strada che porta anch'essa al Triano ma in paese? La via Coppoli, per intenderci, e il rifacimento a pietra della strada che porta alla porta di Follonica? Non se ne sente più parlare, non si vede muovere una pietra se non quelle nelle quali ci si inciampa..... ma le promesse non dovrebbero essere rispettate?
E' iniziato alle scuole elementari anche il corso di ginnastica. Quest'anno un po meno adesioni... già eravamo arrugginite l'anno scorso e qualcuno, come la sottoscritta, ha dovuto ritirarsi. Alle impavide auguriamo di completarlo e di trarre tanto beneficio.. forza, dai, non diamola vinta all'artrosi!
rifiuti
DI ANDREA TONINI
I rifiuti e la loro gestione sono sempre stati un problema, non perchè strettamente legato all’attualità, ma perchè di lunga durata.
Ovunque è stato presente un sito abitato, si possono trovare residui della vita quotidiana dei periodi in cui tale sito è risultato frequentato. Nel caso di Montefollonico le notizie storiche della frequentazione dell’area su cui sorge il paese e delle campagne circostanti ci riportano addirittura all’epoca dell’Uomo di Neanderthal e cioè ad un periodo chiamato Musteriano compreso tra 120.000 e 36.000 anni fa.
Tutto ciò che risultava essere scarto della vita quotidiana a quel tempo (ossa di animali, selci scheggiate derivanti da residui di lavorazioni strumenti ecc) attualmente sono reperti archeologici che ci testimoniano la frequentazione, la situazione ambientale del luogo, il tipo di fauna esistente e tutto ciò che è attinente alle popolazioni passate.
A maggior ragione un oggetto di ceramica rotto durante l’uso in una abitazione etrusca o romana ci riporta indietro nel tempo e ci permette di formulare teorie più o meno riscontrabili sulle origini di un nucleo abitato quale potrebbe essere anche Montefollonico stesso.
Quindi i rifiuti antichi, una volta “restaurati” possono venire esposti in musei senza sfigurare in mezzo a reperti importanti rinvenuti ad esempio in tombe. Va notato però che i materiali con cui potevano essere realizzati gli oggetti in epoche passate possono essere ben pochi: ceramica, ferro, bronzo, vetro o metalli preziosi quali argento e oro, la gran parte di questi potevano essere quindi riciclati con successivi processi di fusione.
Durante il trascorrere dei secoli i materiali che costituivano gli oggetti di uso quotidiano sono sostanzialmente rimasti invariati fino a quando non si è sviluppata la chimica del petrolio con tutti i suoi derivati. Da quel momento, ad esempio, i normali secchi per contenere l’acqua che in certi casi oltre che di lamiera erano stati fatti con i bossoli di cannone in ottone del tempo di guerra, aperti, ribattuti e risaldati per lo meno in numero di tre da Cordevole o Romualdo o dallo Zoi, vennero sostituiti da più leggeri secchi di plastica, molto più pratici, praticamente indistruttibili ma non riciclabili. E quando qualcosa di indistruttibile per l’appunto si rompeva e non poteva essere accomodato con una normale saldatura o fil di ferro che cosa se ne faceva? Ti s’è rotto il secchio? Buttalo giù per la Costa!! La stratificazione dei rifiuti che si può trovare “giù per la Costa” è quindi notevole.
Probabilmente si potrebbero trovare con molta fortuna punte di frecce o di balestra delle varie scaramucce medievali, frammenti di vasellame di cucina in maiolica e terracotta negli strati più profondi, a contatto con il terreno originale. Ma ciò che purtroppo risalta maggiormente è la quantità esorbitante di latte, lamiere, lavatrici, plastiche varie, calcinacci, stufe a legna, reti, molle di materassi, vetri, ecc che i montanini a partire dalla seconda metà del secolo scorso hanno infilato giù per il bosco. Era uso comune fare ciò perchè non esisteva il concetto di riciclo o di nettezza urbana, anche se esistevano, credo in tempo di guerra o giù di lì, delle piccole discariche al di fuori delle tre porte del paese gestite dal Pistoi il quale ( da racconti di mio babbo e di altre persone del paese) raccoglieva quello che era da buttare con una carretta e lo portava lì, facendo in maniera tale da rendere minore ”l’impatto ambientale” magari buttandoci sopra qualche palata di terra o dando fuoco a quel che c’era di combustibile.
Purtroppo la Costa non era l’unico posto dove venivano scaricati abusivamente quantità discrete di rifiuti, ma certamente era il più utilizzato in quanto più a portata di mano di tutti gli altri e piuttosto nascosto alla vista delle persone.
Altri se ne possono trovare nelle immediate vicinanze del paese: ad esempio lungo la strada degli Asinacci, negli strapiombi che si trovano a destra di questa, nella carpineta della Paolina dove discrete quantità di vetri, lamiere plastiche e televisori sono stati buttati senza nessun ritegno. Anche la strada che dalla Porta di Follonica conduce al Conventaccio è sede di alcune vecchie piccole discariche di oggettistica casalinga. E sicuramente quasi tutti i poderi intorno al Monte avevano la propria discarica più o meno nascosta alla vista. Mentre per quei tempi difficilmente si può parlare di insensibilità ambientale, ma più di una consuetudine visto che non c’era una netta organizzazione circa la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, adesso invece è possibile parlare di reato penale per chi abbandona rifiuti in luoghi non autorizzati.
Per la Costa ho verificato di persona che non viene gettato più niente (a parte qualcuno che ancora taglia l’erba nel suo giardino o pota le piante e lo butta di sotto “tanto poi marcisce e diventa terra!” , ma potrebbe diventare anche nel suo), ma ci sono sempre persone che vanno a bere una birra al Triano o a mangiare un gelato e buttano la bottiglia o il contenitore in generale tra l’erba. E così come avviene al Triano lo stesso succede lungo il Bighi o lungo i Colonnini. Chissà comunque che tra 2 o 3 mila anni i troiai che questa gente butta non diventino importanti reperti archeologici testimoni del grado di civiltà raggiunto dagli attuali abitanti o frequentatori di certi siti.
seconda parte
DI ISABELLA PLACIDI
Chi non ha dato una sbirciata al set di “ New Moon” quando Montepulciano ha fatto da sfondo alle scene dei Vulturi? Veramente l’autrice aveva ambientato l’episodio a Volterra, ma la location di Montepulciano è parsa la più adatta, con nostro gradimento. In effetti Montepulciano è ben riconoscibile, e quel che non è autenticamente poliziano è stato costruito negli studios (la grande sala e i meandri della dimora dei Vulturi) . In effetti era necessaria un’ambientazione in un paese d’impianto medievale, con vie strette e in pendenza, ma con evidenti stratificazioni architettoniche che dimostrino che il luogo è sopravissuto nei secoli e secoli successivi senza che gli scomodi ospiti succhiatori di sangue abbiano destato sospetti sulla loro presenza tra i mortali ( in effetti le vittime non creano vuoti nella popolazopne locale, ma solo tra i turisti…)
Per chi ha letto i quattro volumi è una delusione sapere che il resto della storia non prevede ritorni in Italia dei nostri eroi, (anche se l’idea di ospitare a due passi da noi una comunità di vampiri assetata di sangue, se pure solo immaginaria, non garberebbe affatto). Comunque l’evento ha suscitato, in fase di riprese, un fermento incredibile, tantopiù che per le scene di massa hanno arruolato gente del posto. Ho saputo che in fase di elaborazione al computer per ‘moltiplicare’ le comparse, hanno dovuto lavorare d’invecchiamento sulle immagini dei figuranti, che erano tutti under ventuno, e che avrebbero dato un occhio per salire sul set, perché tutti fans degli eroi della storia. C’era apprensione per il cambio di regia, dato che la Hardwicke aveva ben reso l’atmosfera di “Twilight”, ma c’era anche molta aspettativa per Weitz, dopo il successo de “La bussola d’oro”, così fabuloso e onirico , legato anch’esso ad una delle più lette serie di romanzi per i giovani.
Nelle sale il film è finalmente uscito, con grande boom d’incassi, ma con gradimento non uniforme; deliziati gli adolescenti, per la rilettura fedele al testo, meno soddisfatti invece coloro che non aveva già letto il libro. Il finale tronca di netto l’episodio, come se qualcuno avesse tagliato l’ultima scena: questo mette ancor più voglia di sapere “come andrà a finire” I libri seguenti, come ovvio, sono andati a ruba, (mia figlia di nove anni se li è divorati ): sulla metropolitana, nelle file alle poste, nei corridoi scolastici a ricreazione le/gli adolescenti s’incontrano e tifano chi per Edward e chi per Jacob, scommettendo su chi dei due impalmerà Bella. Diventerà la signora Cullen, vampira buona, o la signora Black, mamma di tanti licantropiccioli?
Leggete, ragazzi, leggete, se volete levarvi questo peso; altrimenti restate in attesa degli sviluppi cinematografici.
DI ELENA TROMBETTI
Ho ritrovato una bozza di articolo che avevo scritto qualche anno fa e al quale non ero riuscita a dare una conclusione. Forse inconsciamente desideravo un finale chiaro, non un happy end ma semplicemente un finale. La bozza è rimasta a lungo latente. Il finale è sempre rimasto aperto. Ad oggi questo articolo è purtroppo, in parte, obsoleto e in-sufficientemente attuale. Adesso, più che un finale, ci sarebbe bisogno di un nuovo inizio .…
Quotidianamente leggiamo, o perlomeno sentiamo dire, che i posti di lavoro sono aumentati e che la disoccupazione è diminuita. Lavori part-time, per andare incontro alle esigenze dei singoli; collaborazioni a breve termine, per poter dare una possibilità a tutti; stage, per offrire una sicura formazione per un probabile inserimento; apprendistati, perché non si smette mai di imparare: queste sono alcune delle opzioni lavorative che molti di noi hanno avuto la fortuna di esperenziare. Ma il volto di questa era della “nuova occupazione”, o per meglio dire, di una occupazione rivisitata, è quello di un Giano bifronte. Una parte di noi richiude malinconicamente la porta di un passato “dal posto fisso”, mentre l’altra si precipita ad aprire il portone di un futuro “dalla flessibilità assicurata”.
I giovani ventenni, muniti di una laurea, anche solo triennale, di un “quanto basta” di volontà e di una forte concentrazione di entusiasmo, prendono per mano Versatilità e trotterellanti si incamminano verso Occupazione. Essa apre loro il suo grande cancello e la meraviglia delinea il sorriso sul loro volto: un giardino con piante dai più svariati frutti è a loro portata, nessun frutto è proibito e a loro basta cogliere quello che desiderano. Spesso la raccolta si rivela magra e fugace ed il giardino dura giusto il tempo di una stagione, al massimo due. Poiché la Versatilità li accompagna non hanno problemi a seguire Occupazione altrove. Vincente si rivela quindi la loro flessibilità. Passare da un lavoro ad un altro non è certo un problema, anzi. In un mondo in cui siamo costantemente alla ricerca del nuovo perché il vecchio ci stufa ancor prima che lo sia, poter avere l’opportunità di cambiare diventa prospettiva allettante.
Al momento sembra che lo stage in azienda sia tra i giovani molto “frequentato”. In parte perché il datore di lavoro si trova ad occupare un disoccupato a costi zero, in parte perché per chi viene occupato è sicuramente un’esperienza lavorativa altamente formativa. Ricordiamoci però che in una qualsivoglia Convenzione di tirocinio di formazione ed orientamento si specifica a chiare lettere che il tirocinio in sé non costituisce nessun rapporto di lavoro. Quindi, a conti fatti, al termine di un ipotetico anno in cui si è lavorato come occupati, si è in realtà disoccupati anche se spesso e volentieri non figuriamo come tali. E se talvolta il tirocinio può rivelarsi realmente efficace per il futuro inserimento in un’azienda, spesso può essere semplicemente una forma più blanda di sfruttamento consapevolmente accettata che può condurre al massimo ad un apprendistato rateizzato in due anni.
Ma lo stage è quello che preoccupa meno il mondo degli occupati (se e dove la preoccupazione sussiste), soprattutto perché riguarda la parte più giovane del paese e perché questa parte ha spesso alle spalle genitori in grado di pagare affinché il figlio risulti apparentemente occupato.
Cosa dire invece della parte più adulta dell’Italia in divenire (o in esaurire), come può muoversi tra queste giovani fronde che rendono più difficile il cammino? Il sogno del posto fisso non è più così reale e per spirito darwiniano si cerca di adattarsi alla flessibilità richiesta. Stage e apprendistati sono fuori portata, ci si butta allora su collaborazioni a breve termine o lavoretti part-time con i quali si giustifica la gestione del proprio tempo libero….
di gesù bambino
DI RENZO BUTAZZI
Giuseppe e Maria, alla luce della stella cometa la cui coda scendeva giù per il camino della capanna, tutte le sere guardavano Gesù Bambino che dormiva tranquillo nella mangiatoia, mentre le zampogne dei pastori suonavano la Ninnananna, madre di tutte le ninnenanne:
"Ninnananna, nannaninna, nonnananna, nannanonna, dorme nonno e dorme nonna;
dorme il tarlo e dorme il chiurlo;
dorme il riccio e dorme l'oca;
divenuta fioca, fioca, s'addormenta anche la rana;
dorme il tasso nella tana e dorme il ghiro, che nessuno prende in giro;
dorme il grillo sotto un sasso, mentre il ragno, nel suo buco, dorme sodo come un masso;
Dorme il lupo dentro il bosco e la volpe tra le frasche; dorme il topo nel granaio, dorme il pollo nel pollaio;
ronfa il cane nel cantone ed il gatto, quatto, quatto, ronfa dietro un pentolone.
Alla fine, pian pianino, s'addormenta il fanciullino.
Dorme e sogna la sua mamma che gli canta ninna nanna, nanna ninna, nonna nanna....
Mentre i pastori suonavano e il Bambino dormiva, il bue e l'asino ogni giorno facevano il loro dovere di buoni riscaldatori perché, senza il loro tepore, nella capanna ci sarebbe stato un freddo cane, senza offesa per i cani. Così, grazie al loro fiato e al latte della mamma il piccolo Gesù godeva ottima salute.
Tutto andò bene fino alla sera in cui, guidati dalla stella cometa, arrivarono i Re Magi con tre cammelli carichi di doni, tra i quali oro, incenso e tanta mirra.
Da quello che portavano e da come erano vestiti si capiva che Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano personaggi molto importanti. Anche i loro cammelli avevano l'aria di gran signori, soprattutto di fronte al bue e all'asino. Con la testa eretta sul lungo collo superavano il tetto della capanna e guardavano tutto dall'alto in basso; le tre gobbe erano coperte da gualdrappe colorate, ricche di bottoni d'oro e nappe d'argento, i finimenti erano di cuoio rosso con disegni dorati e campanellini lucenti.
Vedendo animali così sfarzosamente agghindati e arroganti, l'asino e il bue, malgrado fossero stati educati all'umiltà e alla generosità, provarono un sentimento d'invidia. L'asino, che come dice la parola stessa quasi sempre è un somaro, li guardò bene e, seppure con un certo sforzo, riuscì a contare le gobbe: una per tre.... era un totale di ben tre gobbe! Allora ragliò sottovoce al bue, cercando di non prendersi un corno in un occhio: "Ma se toccare una gobba porta fortuna, noi ne abbiamo a disposizione tre. Magari se le tocchiamo diventiamo ricchi come loro!"
Il bue, abituato a farsi guidare, pensò che l'idea era buonissima e gli muggì "Vai avanti te che io mi vergogno".
Asino e bue, dimenticando per una volta il loro compito, uscirono dalla capanna e si avviarono verso i cammelli. Questi non li degnarono nemmeno di uno sguardo, forse neppure li videro, tanto erano alti. Arrivati molto vicino i due superstiziosi ottimisti si resero conto che non sarebbero riusciti mai a sfiorare le gobbe, neppure agitando la coda.
Allora, mogi, mogi, tornarono dentro la capanna. Rimase loro il dubbio che hanno anche oggi gli asini e i bovi: toccare la gobba di un cammello porta o non porta fortuna?
Di sicuro a Gesù Bambino la superstizione dei due animali non portò bene: per la loro uscita la capanna si era raffreddata e il piccolo Gesù prese il primo raffreddore.
amico ho trovato
la passione per
la politica dopo
dieci anni
Presentazione di Fabrizio Camastra, Consigliere provinciale di Siena del Pdl, che apprezza molto la comunità montanina. Qui a lato.
Quando nel 2005 Gianfranco Rotondi (oggi Ministro della Repubblica) mi chiamò per espormi il suo progetto politico accettai di farne parte senza alcuna esitazione. Rotondi sapeva quanto mi era costata cara la scelta che dieci anni prima avevo fatto quando nel 1995 rifiutai la candidatura al Comune di Avellino, che mi venne offerta su un piatto d’oro condita di voto politico e assessorato dall’appena nato Partito Popolare. Rifiutai perché a quelle elezioni amministrative stavamo lavorando ad una lista civica under 30, sempre di ispirazione popolare, ma dichiaratamente distante dal prendere ordini dalla nomenclatura democristiana locale, che in Irpinia faceva il 62% dei consensi e significava De Mita, Mancino, Maccanico e Gerardo Bianco. Fu una campagna elettorale cruenta. Partimmo circondati da molta gente che ci appoggiava, eravamo convinti che la città volesse il cambiamento, ma presto ci accorgemmo che attorno a noi si era creato un vuoto pericoloso. L’unico che ci confortò per tutta la campagna elettorale fu il giovane deputato Gianfranco Rotondi, che in città aveva sempre combattuto la stagnazione del potere che ostacolava naturali ricambi generazionali. Decidemmo di lavorare a quella lista civica perché avevamo il fuoco dentro e non sopportavamo che i vecchi decidessero anche per i giovani. Avevamo le nostre idee e volevamo rappresentarle da soli. Perdemmo in malo modo le elezioni comunali. Ciò che mi ferì profondamente non furono i termini della sconfitta, che fu cocente, ma due fatti: il primo fu che il nostro candidato sindaco ad una settimana dal voto dichiarò che in caso di vittoria non avrebbe mai accettato la carica di primo cittadino perché ci teneva alla sua professione (era un giovane ingegnere); il secondo fu che a me diedero un sacco di voti nominativi nella lista sbagliata, cioè presi una marea di voti associati alla lista del Partito Popolare, ovviamente tutti annullati. In pratica erano riusciti a controllare i miei voti, addirittura quelli della mia stretta cerchia di amici e ciò mi fece veramente male. Piansi lacrime vere e appena ebbi occasione, vinsi un concorso al Ministero delle Finanze, andai via da Avellino. Mentre la corriera mi portava via dalla mia città natale giurai che non ci sarei mai più tornato a vivere. Credetemi, all’inizio ho vissuto la distanza dalla mia città come un lutto necessario.
Perché ad Avellino dal 1986 al 1989 ero stato ai vertici del Movimento Studentesco e per un cattolico praticante non era stato semplice affermarsi in quell’ambiente. Poi, dal 1988 ero entrato a far parte del Direttivo provinciale di Avellino del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. Con il nostro gruppo eravamo stati alla testa della movida cittadina di fine anni ottanta, avevamo le giuste amicizie e organizzavamo feste, divertimenti sfrenati, ma anche importanti eventi culturali. Avevamo vissuto in modo drammatico il sisma del 1980 e la mia generazione partecipò alla meritata riconquista della spensieratezza. Quando decidemmo di fare il passo successivo, quello dell’assunzione delle responsabilità, perché avevamo capito che le amministrazioni locali bivaccavano troppo sulla ricostruzione post terremoto e perciò volevamo partecipare ai processi decisionali, sbattemmo contro il muro di gomma dell’ordine costituito.
Io dal 1995 al 2005 mi sono goduto la Toscana e la vita. Quando a maggio del 2005 Gianfranco Rotondi mi ha invitato nel suo ufficio a Roma non avrei mai pensato che mi avesse convocato per indossare nuovamente l’abito talare della politica. A dire il vero mi trovò impreparato sull’argomento. Perché avevo completamente smesso di seguire i fatti della politica. Lui mi mostrò una lettera. Era la mia che gli avevo scritto dieci anni prima, quando decisi di lasciare Avellino deluso e mortificato da quanto era accaduto. Rotondi mi disse che aveva conservato tutti quegli anni la mia lettera perché era commovente e ricca di contenuti politici di prospettiva. Mi disse che molte delle cose che avevo previsto si erano realizzate e che poco dopo la mia scelta di andare via da Avellino lui fece la stessa cosa e andò a vivere a Milano.
Con Rotondi abbiamo costituito la Democrazia Cristiana per le autonomie, che a livello nazionale ha raccolto l’1% dei consensi, abbiamo fondato una piccola casa editrice, un giornale quotidiano (del quale sono editorialista) e stiamo costituendo un’associazione nazionale che avrà lo scopo di trasferire sul piano culturale questioni che al momento sono sciolte e sospese a livello tecnico o etico.
Ad aprile 2009 con il nostro gruppo della DC abbiamo deciso di abbandonare l’esperienza solitaria e abbiamo accettato la sfida della costituzione del Popolo delle Libertà. Io faccio parte del Coordinamento Provinciale di Siena del nuovo partito. A giugno abbiamo accettato candidature politiche, cioè non di base, ed io sono stato eletto Consigliere della Provincia di Siena nel collegio di Chianciano Terme. Con mia sorpresa la notizia è stata festeggiata ad Avellino con grande enfasi, per una settimana televisioni e giornali locali hanno parlato di me e della mia nuova esperienza politica. Ovviamente mi ha fatto piacere, anche se per me Avellino è storia chiusa perché la mia vita oggi è in Toscana.
In Provincia lavoro nella Commissione assetto del territorio – servizi pubblici e sono Presidente della Commissione garanzia e controllo.
Per il resto della mia avventura politica vi aggiorno ai prossimi numeri di questo bellissimo giornale popolare, nel giusto rispetto dovuto alla sua tradizione editoriale.
DI GIUSEPPINA MANGIAVACCHI
Non ha piovuto granchè quest'anno, perciò la raccolta di funghi è stata avara, chi ha voluto trovarli si è spostato di qualche chilometro: Monte Amiata, colline intorno a Siena e via.... qualcuno è tornato con "roba", qualcuno si è consolato riempiendo una mano.... Una volta si diceva "spuntano come funghi" facendo riferimento a qualcosa che prima non c'era ed ora c'è; nel periodo dei funghi infatti vai nel bosco fiducioso, dicendo a te stesso: torno a casa pieno... ma non è così; il sottobosco non presenta "montagnette", è liscio, pulito, le foglie in ordine, non c'è traccia, insomma nulla fa pensare al porcino... torni il giorno dopo ed è un "fiorire" di porcini, prataioli, rossette ecc.. un miracolo, ci vogliono infatti solo 36 ore perchè il porcino spunti. Si aspetta la stagione del fungo con il paniere, il bastone adatto e un bel paio di scarponi non guastano. Ricordo che sono stata una brava cercatrice di funghi. Io e Rosanna, la sorella di Fernandino, prendevamo la mia mitica vespina 50 e alle 6 del mattino, colazione in spalla, la nostra meta era il Cerrino, un boschetto che dal Monte si vede benissimo. Era il posto preferito, conoscevamo ogni pianta di scopo, ogni cespuglio, ogni balza e nel periodo di funghi non ci ha mai tradito. Con piacere ricordo quei momenti, con Rosy c'era un feeling particolare... si partiva a tutte le ore con il proponimento di non fare colazione prima di aver trovato qualche porcino. Sembrava impossibile, ma come mettevi il capo dentro i primi scopi, la fame ti attanagliava lo stomaco e.. bastava uno sguardo che in un batter d'occhio il fuoco era acceso e in un rametto ben lucidato con il coltello da caccia che portavo sempre dietro, la salsiccia rosolava e colava sulla fiamma tutto il suo grasso... che buona... un sorsetto di vino (annacquato), una sigaretta fumata da sdraiate, mentre si chiacchierava e nel frattempo che il porcino cresceva, noi ci rilassavamo! Una vita da non morire mai! Scoccavano le otto e noi avevamo già mangiato: su dai, muoviamoci stanno per arrivare gli altri cercatori.. così una di qua e una di là, ma sempre vicine, incominciava la ricerca serrata: Rosy uno... Giuse ho trovato il compagno... ed era d'obbligo la litania canterellata: Sant'Antonino un fungo porcino, San Marcello il su fratello....ma a volte eravamo così prese e felici di quanti se ne trovavano, che non ci importava di gridare, di farsi sentire dalla gente che magari cercava funghi in boschi vicini, eravamo così contente! Una mattina, verso mezzogiorno, cariche e orgogliose ci fermiamo in piazza con la vespina, lì c'era sempre la signora Gaetana che ci diceva: brave, quantiiiiiiiii (tanto un te li do), fammi vedere nini... si avvicina Vittorio che ha le cantine che guardano il Cerrino e ci dice: certo stamattina non vi si sentiva per niente, te Giuse ne hai trovati una ventina e te Rosy venticinque...... lui mentre imbottigliava teneva il conto....segreti come si vede, non ne avevamo! Ma il fungo in casa ce lo abbiamo sempre visto; fin da ragazzi vedevamo le nostre nonne infilare i gambi dei porcini e altri funghi un po meno pregiati, in corone che poi mettevano a seccare al sole o vicino al camino, e che sugo la domenica, d'inverno con la polenta. Nei borghi l'odore si mischiava da una casa all'altra e le vesti odoravano per giorni e giorni. Ma che mangiate! Maccheroni fatti in casa e sugo con i funghi e cacio sopra: quella era una festa e la pancia finalmente la smetteva di brontolare, almeno per un giorno. Ricordo lo zio Gino...a tavola eravamo tanti... grande cuoco di arrosto girato nel camino - lo balzellava come la lepre, non so se avesse avuto paura che gli uccellini rivolassero via, ma lui diventava rosso come un tizzo per stare accanto al girarrosto e ogni tanto untare la carne con un rametto di ramelino (rosmarino) intinto nell'olio - insomma, lui era un mangiatore eccezionale di maccheroni, tant'è che aspettava sempre di essere servito per ultimo così prendeva tutto quello che avanzava e il sugo che si depositava in fondo alla zuppiera, praticamente il meglio boccone! Una volta il mio babbo, visto che continuava a mettere pasta nel piatto e la stessa ricascava di qua e di là gli disse: mettici le soprasponde come si fa al camion per caricare di più! Era un bel ridere e un bel mangiar! Il fungo, si diceva, ti stupisce sempre, è una meraviglia quando alzi una frasca e lo vedi schietto, marrone, un gambo dritto da portamento signorile a volte quando vai per coglierlo sembra che non voglia staccarsi tanto è abbarbicato a terra. E che dire della puppola, sembra un ombrellino giapponese con quel gambo fino, fino, e un collare a dimostrazione che è mangereccio, sulla gratella è un bocconcino prelibato, e poi le famigliole, il babbo, la mamma e tanti piccolini intorno, buoni trifolati e nel sugo, e poi lardelli, ordinari e rari come diamanti gli ovoli, detti "cucchi" da noi, forse perchè il cucco in famiglia era il bimbo più piccolo e quindi quasi un po’ più prezioso, condito crudo con olio sale e pepe, magari con un filetto di chianina a fianco...non ci sono parole.
Certe volte trovi le "scovolate", non so chi ha coniato questa parola, so solo che si diceva quando magari vicino ad una carbonaia se ne trovavano tantissimi, una volta eravamo a caccia e molti si tolsero le camicie per raccoglierli tutti. Chissà, forse la cenere del carbone avrà fatto da concime... oggi non ci sono più i Gambini a fare carbone e quindi saranno finite anche le scovolate! I porcini rallegrano la tavola: fritti accompagnati da coniglio, anch'esso fritto dalle nostre parti sono una prelibatezza, le zuppe ai porcini sono il piatto forte di molti ristoranti, a volte li fanno pagare a peso d'oro; insomma anche il porcino serve a farti godere del bosco, è una scusa per camminare, una sfida con gli amici e una grande soddisfazione sotto i denti. Non chiedete, però, al cercatore di funghi un posto sicuro, perchè il cercatore ha fama di essere bugiardo, perciò dirà sempre il posto sbagliato, fidatevi delle vostre capacità e dell'istinto, meglio sbagliare da soli!
contadina VII
DI ALFREDO MACHETTI
Qualche volta succedeva che gli incontri tra giovani non fossero sufficienti per arrivare ad un fidanzamento seguito dal matrimonio, specie se il maschio non era abbastanza disinvolto e intraprendente e allora entrava in scena il ruffiano,da noi detto cozzone, che di solito era una donna,una figura che più o meno somigliava al sensale che propiziava la vendita del bestiame. Se l’opera del cozzone era coronata dal successo, allora filava tutto liscio, ed accresceva il suo prestigio ed era motivo di scelta per altri giovani un po’ imbranati. Se invece andava a buco, per il povero cozzone erano guai: una banda di giovani capeggiata da qualche pretendente respinto andava sotto le sue finestre per fare la scampanata, chiamando a gran voce il colpevole e percuotendo secchi sfondati e quant’altro faceva un casino della madonna. La serenata durava fino a che la sfortunata non scendeva col fiasco del vino per abbeverare cantanti e suonatori, sennò l’allegra comitiva continuava le serate successive. Per fare andare a buon fine un fidanzamento che incominciava, c’era un’altra simpatica tradizione: al giovane che saliva gli scalini di casa della ragazza per venire a veglia, come educazione vuole, la mamma offriva un bicchiere di vino nero che una certa sera assumeva il nome di bicchieraccio, un normale bicchiere di vino con qualche goccia di una sostanza speciale prodotta ogni tanto dalla figliola.
Non molto tempo dopo il matrimonio veniva al mondo il primo figliolo, meglio se era un cittino perché le braccia maschili erano più preziose di quelle femminili; questa valutazione era comune a tutte le culture del passato ed in parte lo è anche oggi. Il primogenito era spesso chiamato Primo, o Primetta se era una cittina, cui dovevano seguirne altri per garantire la necessaria forza lavoro; certo se a un contadino nascevano solo femmine, prima o poi non era più in grado di portare avanti il podere. Anche per chi stava in paese c’era la necessità di avere qualche figlio maschio che fosse poi in grado di guadagnarsi il pane; se invece aveva solo femmine e non trovavano marito,con l’andare del tempo diventavano un problema. L’unico mestiere o quasi delle ragazze di almeno mezzo secolo fa era quello della sarta, e al Monte ce n’erano almeno una ventina.
Comunque sia, cittino o cittina che fosse, il battesimo era seguito da un bello strippo, cui partecipava in qualche misura anche il neonato, mettendogli in bocca un cucchiaino di zuppa inglese, che il piccolino rodeva bene, ma che era pieno di alchermes, o archemise, come veniva chiamato. Altre feste personali non ce n’erano, dal battesimo si andava direttamente al matrimonio, un po’ di baldoria si faceva casomai quando il figliolo passava a cresima, o comunione.
Man mano che gli anni ’60 scorrevano, per i giovanotti di campagna diventava sempre più difficile trovar moglie, perché le ragazze avvertivano più intensamente i disagi di stare a podere ed erano attratte dalle comodità del paese o dalle luci della città. Si racconta che uno di questi giovani si presentò un giorno a S. Valentino, regno di Don Ottavio, e dove aveva comprato un poderetto la famiglia Grieco, emigrata dal profondo Sud; papà Grieco aveva due figli: Fonzo, che un giorno mi vendette una gallina dalle uova d’oro, e una ragazza da tempo in età da marito; ed ora finalmente si presentava un pretendente alla sua mano. Il giovane aveva indossato il vestito della festa, aveva lustrato come uno specchio la sua Vespa, mettendo sul parafango della ruota davanti una rosa di plastica nuova di zecca, e fece la sua proposta, sicuro del fatto suo. La ragazza lo scrutò attentamente, poi a bruciapelo gli chiese: “ Ma la màghena ce l’hai?” “No, ci ho il motorino.”
“Allora non ti voglio.” E lo rispedì a casa con la coda tra le gambe. I contadini, come del resto i paesani, sono stati sempre rispettosi verso le persone di riguardo, come il dottore, il farmacista, il prete, e anche i padroni e i sorfattori, pur con qualche garbata contestazione. Figuriamoci poi se si trattava di rappresentanti delle Istituzioni, come i Carabinieri, o i pezzi grossi del Comune, o di altri settori dello Stato. Molto raramente e con un sacro timore reverenziale, provato del resto da tutti i comuni mortali, un contadino si presentava nelle aule dei tribunali, di solito per rendere qualche testimonianza; e in proposito c’è la memoria di qualche botta e risposta tra il linguaggio erudito del giudice e quello terra terra dell’interrogato. Un giorno, forse negli anni ’30, durante una trebbiatura successe una disgrazia: un giovane scivolando vicino all’imboccatura della macchina trebbiatrice, ci infilò una gamba che divenne una poltiglia. Seguì un processo per accertare eventuali responsabilità e il giudice chiese a un testimone: “Ma c’eravate?” “Io c’ero, Vate ‘un lo so.” Ed un altro, invitato a dire che cosa aveva visto se la cavò così: “Io ‘un c’ero, e se anche c’ero, dormivo.” Poi toccò al Guerri, che stava a Campoccoli di Sotto; il giudice, leggendo il verbale dell’accaduto, gli chiese: “Allora voi porgevate i covoni?” “No, signor Giudice, io devo le manne.” Sempre il nostro Guerri, divenuto un abitué delle aule giudiziarie, fu convocato un giorno come persona informata dei fatti, perché al fratello di Don Ottavio ( proprietario del bosco oltre la strada, davanti al podere del Guerri ) che aveva fatto tagliare, erano spariti una ventina di quintali di legna. Interrogato se aveva preso niente, il Guerri nella sua profonda onestà, fece una scrupolosa ammissione: “Oddìo, calche steccucchia le mì donne la ponno anche avé presa, ‘un dico di no, ma del resto ‘un ne so gnente.” Non l’avesse mai detto, dalle steccucchie ai quintali il passo fu breve e il povero Guerri fu condannato a pagare le steccucchie e tutto il resto.
Una clamorosa vittoria contro un rappresentante del padronato fu riportata invece da quello che abbiamo conosciuto quando tornò all’Acerone, famoso podere della famiglia Innocenti. Il Ciolfi era accusato dal suo padrone precedente di aver sottratto delle forme di cacio. Il nostro simpatico imputato fece a meno dell’avvocato, si difese da se’ e vinse la causa, perché il padrone le prove del misfatto non le aveva. Non solo, ma da allora in poi il Ciolfi cambiò nome, e fu insignito del titolo onorifico di Tribunale. La sua arguzia era proverbiale; una volta, negli anni ’60, con Piergiorgino ed altri, sopra il grottone delle Grazie di Montepulciano, s’era in attesa dell’arrivo della Tappa del Giro d’Italia, insieme a molte centinaia di persone; giro che, per la prima volta, fu vinto da un corridore francese di nome Tille, come credeva si chiamasse (Anquetil, pronunc. “anche-till-(e)> va via ‘anche’ e resta Tille; n.d. r.).Del resto il Ciolfi detto Tribunale i suoi vizietti di pronuncia li aveva di suo: “ E de- de’l mi’ Stefano…” . S’era lì, tra tanta folla, e a un tratto si senti bociare: “L’avessi a miete, tutta ‘sta gente!” E Piergiorgino, sdraiato e senza nemmeno affacciarsi, lo apostrofa. “tribunale, venite quassù che danno da beve gratis!” “Noe, noe carino, a me ‘un m’incanti!” Poco dopo ripassò in giù con un’aranciata, infischiandosi di vedere Tille e gli altri corridori.
Dei rapporti colla religione un po’ s’è già detto, l’allontanamento dalle pratiche religiose nello scorso secolo è stato progressivo e continua tutt’oggi, in generale, anche se la religione continua ad essere in parte istrumentum regni, cioè impastata col potere politico, un rapporto pieno di compromessi, lontano mille miglia dal pensiero del Maestro. I contadini per giunta erano convinti che i preti fossero alleati coi padroni, altro che appoggiare le loro richieste, massima delle quali era il possesso della terra ! Tuttavia gli appuntamenti religiosi tradizionali come battesimo, cresima, prima comunione, matrimonio in chiesa vennero sempre rispettati da tutti. Anche alla ricorrenza estrema della fine della vita, come si preferisce oggi chiamare la morte, il prete non mancava mai, accompagnato dal fedele sacrestano, che nel dopoguerra era il mitico Armandino, dalla caratteristica camminata a un quarto alle tre, come Charlot, e nelle strade di campagna andava coi suoi piedi raso terra e inciampava in ogni ciottolo. Lo straporto verso la chiesa e il cimitero era lungo, poteva arrivare a 5 o 6 chilometri, da Renello a Palazzotori, o Poggio Colombi o dal fosso Turbolo, al Salarco. Specie d’estate per quelli che portavano la cassa e si davano il cambio ogni due o trecento metri, erano necessari i generi di conforto, che consistevano in qualche boccione d’acqua e di vino, ragione sufficiente perché Vittorio di Campoccolino, detto Cilio, fosse presente spesso tra i barellieri. La sua funzione era parecchio importante quando il funerale era civile, cioè di qualche facinoroso capopopolo, che del prete non voleva vedere nemmeno l’ombra, neanche da morto. Le donne parenti del mangiapreti volevano che qualche preghiera venisse comunque detta alla meglio, e allora Cilio, infilatasi una cappa bianca, faceva da surrogato del prete biascicando padrenostri e avemmarie in latino, come s’usava allora, rese irriconoscibili dalla sua erre parecchio moscia. Quelli che davano da bbeve ogni volta che il corteo si fermava per dare il cambio, non mancavano mai di imbenzinare a dovere ‘don’ Cilio, che non se lo nfaceva dire due volte, nella speranza di rendere la lingua più scorrevole, e che invece diventava sempre più impastata. In cielo, dove arrivano le preghiere e i moccoli degli umani, chissà che cosa avranno mai capito delle suppliche di Cilio, man mano che il corteo avanzava: il suo latinorum sarà sembrato arabo tradotto in cinese…. Ma c’era anche qualche caso contrario, come Pallino, zio di Nello, che invece volle un funerale con tre preti; se un solo prete aveva la carica sufficiente per far arrivare l’anima in Paradiso, con tre dosi Pallino di sicuro ci arrivò sparato come un missile.
Come molte usanze del recente passato, anche la solennità dei funerali è sparita, con la cassa sopra il catafalco, ornato da noi con dei piccoli quadri, detti teste di bara ( che erano spariti, ma sono poi ricomparsi e collocati al Museo di Pienza ), con il canto di suffragio detto Mortorio, con le ghirlande per il trasporto fatte alla buona. Nelle città poi i funerali sono ridotti al minimo, con la salma su un furgone che prende la fuga senza aspettare che si formi il corteo, perché i defunti sono un bel problema da smaltire: e, anzi, col diffondersi della cremazione, i funerali neanche si fanno più.
mezza estate,
sulla balza di
montefollonico
DI FABIO PELLEGRINI
Trenta anni fa, forse più, mi ricordai all’improvviso, davanti ad un’ antica fotografia di famiglia, che una lontana parte di me veniva da lì. Così decisi di vistare con curiosità quel piccolo centro così adorabile, arroccato e vigile, da cui ero passato sempre con imperdonabile fretta.
Montefollonico era stato per me solo il nome posto all’inizio di una lunga storia e dimenticato quasi subito. Come il capolettera elegante e antico che signoreggia l’incipit di una novella, ma che poi si dimentica…. voltando pagina.
Non ricordo, qui, su due piedi… come si chiamasse quel mio bisnonno materno….. Mi raccontavano da piccolo che abitava lì al Monte, che faceva ancora lo stagnino alla fine dell’Ottocento quando, tornando a piedi da Montepulciano d’inverno e salendo lassù, il freddo terribile lo sorprese e gli gelò il sudore addosso. Così si buscò la polmonite che lo portò via, anche se non era poi così vecchio.
Massimina Crociani sua figlia, che poi era mia nonna, la mandarono a Napoli dalla nobile famiglia Achard a fare la governante. Cercavano una ‘toscanina’ che sapesse leggere e scrivere e parlasse la bella lingua toscana di Dante ai bambini che doveva accudire. Nell’ antica fotografia partenopea mia nonna ha un vestito di pizzo bianco, un ombrellino e un cappello a larghe falde tenuto fermo da un fazzoletto.. Sembrava una suffragetta . Lei mi raccontava che le permettevano di andare ogni venerdì sera nel loggione del San Carlo a Napoli all’Opera e mi parlava sempre di un giovane tenore… Tito Schipa. Poi mi raccontava della ‘scuola’ dei borsaioli e degli scugnizzi, che imparavano a sfilare borselli frugando in tasca a un manichino carico di campanelli. Se suonavano una frustata….
Mio nonno, anche lui di Montefollonico, si chiamava Antonio Ilari, se ne andò dal paese assai presto, per fare il sottufficiale delle guardie carcerarie a Venezia (.A me questi cognomi materni sembravano già allora un ossimoro: ma come si fa a tenere insieme chi è ‘ilare’ e chi è ‘crociano’ ? Pensavo sempre da ragazzo). Poi mio nonno, che era già grande e mia nonna, che era una bambina, a Montefollonico non si erano neppure mai parlati. Fu, mi pare, il Proposto di lì che si dette da fare – come usava- per metterli in contatto per lettera e per convincerli a sposarsi. Senza neanche un giorno di…. fidanzamento…naturalmente. Tuttavia, mai fu visto matrimonio più felice…..( Almeno così dicevano..). Così Massimina sposò Antonio, lasciò Napoli dopo 10 anni e lui fu trasferito a lavorare al Regio Carcere di Montepulciano. La loro vita ripartì da lì e lì…. io li conobbi….
Montefollonico, mia nonna me lo indicava spesso.. da lontano.. e mi raccontava la loro storia incominciata su quella collina.
Un giorno, dopo essermi imbattuto in casa davanti alla foto di loro due vestiti a festa ( mi sembravano, lei Rosa Luxemburg e lui in divisa,l’imperatore Francesco Giuseppe..) mi prese la voglia di tornare a Montefollonico, con una precisa ragione : capire se quel posto mi era del tutto estraneo o se c’era ancora qualcosa nell’aria che mi apparteneva.
Arrivato lì presi subito, senza pensaci, la strada bianca che conduce alla Chiesa, costeggiando le mura del giardino all’italiana del palazzo che sta lì sopra e arrivai laggiù sulla balza, dove non ero mai stato in vita mia. Risalii verso la Porta del castello, percorsi la strada con i palazzi ben disposti lungo la via, osservai il belvedere e la chiesa di San Bartolomeo con la Sirena, poi arrivai a San Leonardo. Quindi volli tornare laggiù e sedermi sul precipizio che guarda Montepulciano di qua e le Crete di là e il Monte Amiata ancora più in là…
Di là sotto -pensavo- doveva proprio essere salito mio bisnonno quella sera d’inverno nella bufera, con i suoi attrezzi da stagnino in groppa e il vento gelido che viene da est doveva avergli gelato il sudore della arrampicata, proprio lì… Chissà .. quella collina era proprio come me lo raccontava mia nonna da bambino. Ora era estate, ma io sentivo fischiare il vento, mi venivano i brividi e vedevo la neve arrivare da Cortona da dietro l’Appennino e sentivo il mio bisnonno che tossiva, oh come tossiva… e lottava con la ventigine, riparandosi dietro alla saldatrice e al sacchetto della carbonella, alla sacca dei martelli e le altre cose del lavoro. Poi sentivo mia nonna bambina che piangeva e vedevo mio nonno che a Venezia beveva grappa con i colleghi in Piazza San Marco, in alta uniforme, proprio come nella sua fotografia.
Intanto a Montefollonico suonava la campana a martello e io pensavo che doveva essere proprio per il mio bisnonno… Poi mi svegliai dal sonno, in quel pomeriggio estivo su quella collina. Non mi sono più fermato lì. Ma quando torno a Montefollonico entro sempre in paese da quella porta laggiù, che guarda la valle del Salarco, tornatami d’improvviso, in una sera d’agosto, così cara.
Questa è la prima cosa che conservo ancora, dentro di me, del Monte……Poi ne ho anche un’altra, in casa mia a Pienza: uno strano seggiolone molto antico che viene da lì, anzi dall’antico convento di S. Francesco che era lassù nel bosco…. Prima dell’omologazione. Lo trovai fatto a pezzi nella discarica comunale. E’ bellissimo e lo tirarono lì quando sgombrarono il convento per farci il residence. Trenta anni fa era molto istruttivo visitare le discariche. Era come vedere che cosa succedeva nel mondo visto da sotto…invece che da sopra… Nelle discariche si incontrava di tutto e si poteva leggere bene, meglio che alla televisione, che cosa stava morendo o nascendo nel cuore della gente…Per questo io e Daniela ci andavamo spesso.
Io restaurai meglio che potevo il seggiolone rimesso insieme e lo tengo ancora, da allora, davanti al focolare e ci sto seduto d’inverno.( Sui grandi bracciali ci sta anche il P.C. portatile…).
Mi chiedo spesso se il padre guardiano, che sedeva su quel seggiolone così imponente, aveva conosciuto o forse…. aveva perfino seppellito il mio bisnonno…. di Montefollonico. Lo stagnino morto di polmonite, qualche anno prima che iniziasse il Novecento.
Fabio Pellegrini, insegnante, giornalista è autore di alcuni saggi sul tema del paesaggio e della storia della Valdorcia, di racconti brevi, di guide naturalistiche e culturali, di biografie del ciclismo, eroico senese. I nonni si chiamavano Antonio Ilari e Massimina Crociati.
Mariella Spinelli
otto è pari,
tocca a me...
DI RAFFAELE FALCONI
...pari, dispari...otto è pari, tocca a me...Pepo, io prendo Rivino, io Lucio, Bruno...così iniziavano le nostre partite al Tondino, di corsa subito dopo aver mangiato di ritorno dalla scuola, altrimenti siccome alle quattro e mezza faceva buio avremmo giocato “solamente” due ore. Studiare? Casomai, e sottolineo casomai, dopo; prima c'erano le sfide in quel campetto sconnesso, un po’ in salita e attorniato dal bosco ma che a noi sembrava San Siro. I due più piccoli formavano le squadre attraverso la conta, dove io venivo scelto tra gli ultimi(non sono mai stato un fenomeno)ma arrivavo fra i primi(con la mia vespa 50 special truccata 125 et3), cosa molto importante perché se eravamo dispari, l'ultimo arrivato giocava solamente se arrivava un altro, altrimenti guardava. Se invece si presentava qualcuno più grande tipo il Martini il Meocci o Marcello, il più piccolo doveva lasciargli il posto sennò buscava. Questa era una regola da rispettare insieme ad altre che erano: si arrivava a dieci, a cinque si cambiava campo, chi buttava la palla fuori andava a riprenderla, la ritirava immediatamente in campo e il gioco veniva ripreso senza aspettarlo. Il pallone la maggior parte delle volte andava a finire in mezzo a degli spini tremendi detti bacarelli che a volte bucavano la palla, a volte noi, a volte entrambi. Fin quando pungevano gli atleti niente di grave, la tragedia nasceva ogni volta che si bucava il pallone, perché spesso ce n'era uno solo e addio partita. Le porte venivano fatte con felpe, tute o giacchetti ed erano larghe circa sette passi; ci andavamo a turno ad ogni gol subito ma solo in una squadra, nell'altra c'era fisso Carlo, il più forte portiere che il Tondino abbia mai visto. Giocavamo quasi tutti i giorni e a volte anche due partite, in qualche circostanza la seconda gara terminava con i fari delle vespe e motorini accesi che illuminavano il terreno di gioco in quanto si era fatto buio. Eravamo sempre in tanti a presentarsi al campetto, i ragazzi di Montefollonico nati nel decennio tra metà anni sessanta e metà anni settanta. In estate e per le feste comandate venivano anche i forestieri che si univano a noi; organizzavamo anche dei tornei, campagna(dove militavo io), paese e forestieri, avevamo anche costruito delle porte vere e proprie in legno bellissime ma che durarono un solo giorno, infatti furono distrutte dal proprietario del fondo e allora ritornammo a fare i pali con felpe, tute e giacchetti. Ogni tanto nascevano dei piccoli litigi, che a fine partita passavano subito, a volte qualche mamma veniva a riprendere il figlio per riportarlo a casa per studiare, scombinandoci un po’ le squadre, ma andavamo lo stesso avanti imperterriti fino alla fine del match.!!! L'altro giorno mentre facevo due passi,sono andato al tondino e ho visto che il nuovo proprietario ha fatto una strada in mezzo al bosco, l'ha spianato e ci ha piantato gli olivi...li per li, ho provato un po’ di rabbia nel vedere il “nostro” campetto martoriato, ma poi ho pensato che il proprietario poteva giustamente farne ciò che voleva. Sicuramente rispetto a venticinque anni fa e' tutto cambiato, l'unica cosa che è sempre uguale sono i bellissimi ricordi che conservo delle meravigliose partite al Tondino, il nostro San Siro. E chiudendo gli occhi mi è sembrato di sentire di nuovo...pari, dispari...otto è pari, tocca me...scelgo!!!....
centro femminile
italiano
DI GISEPPINA MANGIAVACCHI
Nacque, la colonia del C.I.F., intorno agli anni ‘50-‘51, nel convento dei Frati Francescani, nel punto più alto del paese, il Tondo, dalla passione della Signora Pansacchi, economa, e la signora Ciambellotti, direttrice, le quali gestivano anche una colonia sul mare a Follonica. Fu una grande cosa per Montefollonico, poiché dette lavoro a tantissime donne del paese. Si sa, una struttura grande così ha bisogno di molte braccia e allora: cuoca era Zuara Raffaelli con Bonella di Trito come sottocuoca (10 mila lire al mese era la paga). Lavandaie erano Savina Guerri e Erminia Batazzi. A Enzo di Bugilli era stato dato l'incarico di stare a disposizione dei superiori per le commissioni necessarie in più, cosa molto delicata la manutenzione dello scaldabagno per l'acqua calda per le docce delle adolescenti; i bambini invece si lavavano in lunghi lavandini con tante e tante cannelle. Cameriere (9 mila lire al mese più il pranzo) erano: Orsola Piochi, Oriade Piochi, Lina Duchini, Franca Piochi, Verena Cuculi e al guardaroba le sorelle Noli, Alberica e Silvana. Capo-vigilatrice era una certa Perla Tommassini, di Bettolle, più alcune ragazze che venivano da fuori. C'era un Padre spirituale, certo Ferdinado Batazzi, che aveva il compito di dire messa e fare la catechesi ai ragazzi.
Pane e ciacce (focacce) venivano dal forno di "Dida", Edilia Neri, e Antonio Fè suo nipote faceva due viaggi al giorno con la carretta per portarle su al convento. La colonia iniziava a giugno con la fine delle scuole, per chiudere poi a ottobre con l'inizio delle stesse. Tutto il mese di maggio era dedicato alla pulizia della struttura, che era grandissima. L'età dei ragazzi andava dai sei agli undici anni eccezione per le adolescenti la cui età era dai 15 in su. Queste ultime però usufruivano di soli quindici giorni di vacanza all'anno. Per queste ragazze gli adolescenti del Monte hanno fatto fuochi e fiamme; ci si può immaginare il movimento che c'era, il paese brulicava di sottane cittadine e i cuori battevano a mille: i primi trucchi sul viso, gli abitini succinti, la spregiudicatezza delle ragazze hanno giocato brutti scherzi a molti; si narrano episodi, marachelle, fughe notturne e quant'altro, che non è proprio il caso di scrivere qui, possiamo solo dare sfogo alla fantasia.
La struttura era proprio autosufficiente: c'era infatti anche la medicheria che veniva gestita solo al mattino, dal Dottor Mastroiacovo, medico condotto del paese, ma giorno e notte viveva nella colonia un'infermiera. Ospiti poco graditi infatti, sono stati i pidocchi e ci voleva sempre qualcuno che tenesse d'occhio le "covate"!!! Una giornata tipo era così articolata: tutte le mattine le due cuoche andavano in paese da Leontina, la lattaia, e prendevano due bombole di latte fresco per la colazione dei ragazzi. Mentre loro esplicavano questo compito, le cameriere allestivano il refettorio: pane e latte. Una volta terminata la colazione, tutti al Tondo e lì corse, giochi organizzati, ruba bandiera, nascondino e poi passeggiate, qualche volta anche in paese, canti un pò di disciplina non guastava, qualcuno c'era sempre da tenere a freno. Il pomeriggio, non sempre, una partita di pallone: colonia contro Monte. Che ricordi ho di quelle partite, perchè io giocavo sempre con i maschi, complice Albertina che al posto mio faceva il giornino (orlo a giorno) che mi dava la mia mamma per lavoro (grazie Albe, ti voglio bene!). C'era una persona, però, che si occupava dei problemi dei ragazzi, dei loro bisogni, teneva rapporti con i genitori, insomma supervisionava tutto il mondo che circondava il bambino durante il soggiorno: si chiamava Ricci Miranda, una donna alta , magra, molto bella e molto capace di fare questo tipo di lavoro che non era per niente facile. Ogni tanto intorno ad un tavolo si riuniva lei, la signorina Tommassini, Padre Ferdinando, un'altra signora di Bettolle, della quale non ci ricordiamo il nome, che aveva il compito di supervisionare il guardaroba e la stireria, poi una certa signora Fineschi Vittoria, economa, la quale controllava tutte le spese inerenti al vitto: qui si faceva il punto della situazione. I rapporti, invece, con le personalità, i problemi più grossi, sempre che ce ne fossero stati, venivano affrontati dalla Direttrice, dal Vescovo, che ogni tanto faceva una visita, dal Dottor Mastroiacovo in un salottino nel quale veniva servito, portato con stile da Orsola, del the con pasticcini. A mezzogiorno tutti ancora nel refettorio per il pranzo: pastasciutta che non mancava mai, carne e contorno. La domenica rosbiffe (roast-beef) con tante e tante patate, tutte sbucciate da Orsola, o arrosto, il tutto cotto nel forno a legna dei frati. A merenda pane e cioccolata o formaggino o un cioccolatino rettangolare nel quale c'era incollato da una parte una figurina di un giocatore. La sera, leggeri, si dormiva meglio!
Dopo
il pranzo, quando il caldo punzecchiava, veniva distribuita ad ogni bambino, una
copertina e una piccola sdraio e tutti in fila indiana diretti verso il bosco
di piante secolari a fianco al convento e sotto quelle fronde una bella dormita.
Poi la funzione, non sempre, la preparazione di una recita a conclusione del soggiorno
che di norma durava una ventina di giorni.... in attesa poi del prossimo gruppo.
I canti, le piccole processioni con le candele con la carta smerlata colorata
e la domenica si spalancavano le porte ai genitori in visita ai loro ragazzi,
per controllare, verificare se tutto era a posto; si perchè i ragazzi venivano
pesati all'arrivo e ripesati alla partenza, i risultati erano quasi sempre positivi,
i ragazzi stavano benone anzi c'erano casi in cui il bambino piangeva perchè non
voleva tornare a casa. Gratificante per tutto il personale, era la prova che tutto
era andato bene, anche perchè molti dei ragazzi venivano da famiglie disagiate,
con problemi gravi, e per loro sarebbe stato un ulteriore trauma se avessero trovato
un ambiente malsano. Le domande per accedere alla colonia a volte superavano di
gran lunga la capienza della struttura, allora per non dire di no a tanti bambini,
venivano allestite camerate anche nelle aule delle scuole elementari del paese.
I ragazzi vivevano tutto il giorno insieme agli altri, poi la sera a piedi li
accompagnavano in paese e al mattino, a piedi, tornavano in colonia attesi dagli
altri nel piazzale, e come arrivavano, iniziava la cerimonia dell'alzabandiera.
Ci andavamo anche noi del paese in colonia: la nostra vita si svolgeva come quella
degli ospiti, l'unica differenza era quella che la sera si tornava a casa a dormire,
belli stanchi in attesa del giorno dopo. Ho bei ricordi di quell'esperienza; era
come in qualche modo andare in vacanza in un altro posto, eh sì, perchè diversamente
non avremmo potuto godere di quel posto bellissimo. Dimenticavo: ogni camerata
conteneva una ventina di letti e ogni bambino teneva sotto il letto la sua valigetta
con le poche cose che aveva; c'erano tre bagni da una parte e tre dall'altra.
Nel convento viveva anche la famiglia Gambini; un ragazzo faceva la carbonella
con il Noci e l'altro aveva un orto bellissimo e le verdure che produceva le vendeva
tutte al convento. Oggi della vecchia struttura non è rimasto nulla; la colonia
durò una decina d'anni, dopodichè fu lasciato nel degrado più totale; crollò una
buona parte del tetto, e la struttura fu pericolante per anni. Fu acquistato,
rivenduto, riacquistato fino a che si sparse la voce in paese, che lo avrebbero
restaurato a residence, e ricordo che tra noi tutti, ancora ragazzi e attaccati
fortemente a tutto quello che era del Monte, ne parlammo tantissimo e ricordo
che dicevamo: peccato, avessimo i soldi, che succederà ora? insomma fu motivo
di lunghe discussioni: certo, dopo tanti anni, possiamo dire che è stata una bella
soluzione, sì è vero, godono in pochi privilegiati questa meraviglia, ma siccome
il mondo è fatto così, oggi dico che in fondo è stato un bene per il paese, dà
lavoro a tante persone e quando arrivano i proprietari, ne godono certamente le
botteghe i ristoranti, insomma c'è giro! Io lo ricorderò sempre, il convento come
spensieratezza, aggregazione, divertimento, fracasso, cosa che non c'è ora perchè
il convento vive in una pace irreale, ed è giusto così, la gente ci viene per
stare in pace e questo, ora, è il posto ideale.
DI SERENELLA BERNARDI
I ricordi, come gli affetti dell’infanzia, ci accompagnano nella vita colla dolcezza e la malinconia di esser consapevoli che quei tempi non tornano più. Vivevo in una piccola frazione sulle rive del Trasimeno, in un piccolo borgo dove si conoscevano tutti, e sopra di noi abitava un gentiluomo di campagna, il sor Giovanni B., da vecchia data amico di mio nonno. Sposato ad una signora di Perugia, avevano una figlia maritata che si era trasferita in America. Io credo che mi volesse bene come ad una nipote, e spesso stavo con loro per delle intere giornate. Era un grosso spasso per me assistere ai loro battibercchi, perché lei voleva a tutti i costi tenerlo a dieta ma lui, omone grande e grosso, e di ancor più grosso appetito, non ne voleva sapere, e la zittiva dicendo: “Zitta, maiala!”, e lei tutta rossa s’allontanava risentita e ribattendo:”Sei un incivile!”. Vedevo la luce di trionfo nei suoi occhi ed ero contenta che l’avesse spuntata lui, perché stavo sempre dalla sua parte. Quando poi la convivenza diventava insopportabile veniva alla bottega del nonno, e se ne stavano assieme: e nonno raccomandava a nonna di cucinare abbondante, così da far smettere di digiunare il Sor Giovanni, ben felice di trangugiare come non gli riusciva mai di fare a casa sua! Ma un sor Giovanni smilzo sarebbe stato come un Babbo Natale senza barba….
Credo che avesse una discreta cultura, perché lo vedevo sempre sulla terrazza, col sigaro, seduto a leggere, e soprattutto aveva una gran voglia di vivere, e lo devo certo a lui se ancor oggi mi soffermo a contemplare un tramonto o una pianta in fiore o sassi d’ogni specie, perché lui ne aveva un’infinità.
Un episodio mi ricordo in particolare: si stava lontani dal paese di Passignano, e quando ci si andava, per legge di buon vicinato, come diceva mio nonno, si chiedeva se c’erano commissioni da fare per conto d’altri, e così mi mandava a sentire dal sor Giovanni se avesse bisogno di qualcosa. “Di zolfini!” ci rispose. Detto fatto quando gli portai la scatola di fiammiferi, lui , con aria arguta mi ammiccò:”Aspetta, che ora si danno alla Perugina…”, che sarebbe stata sua moglie, e ad alta voce chiamò:”Ilda, Ilda !”. E lei niente. Allora spazientito: “Maiala!!”. E lei subito: “Mi hai chiamato Giovannino?” E lui a me: “Hai capito bene? Se vuoi che quando le chiami le persone rispondano devi chiamarle per nome.”
Ma quell’omone che sprizzava vitalità e allegria a me ripeteva spesso:”Quando sarò morto mi verrai a trovare?”, e io m’arrabbiavo, e protestavo che lui non sarebbe mai morto. Ma Dio non era del mio stesso parere e quando è arrivata la sua ora se n’è andato, anche se credo che le persone come lui siano una razza in via d’estinzione.
Il cimitero di San Vito è un fazzoletto di terra. La cappella dove riposa il sor Giovanni è accanto alla nostra, e mi soffermo sempre anche da lui. Quando dimentichiamo una persona scomparsa è proprio allora che muore davvero.
suo abete
Per gentile concessione di un anonimo lettore e amico
Sono nato in tempo di guerra. E in città, poi, che abete si poteva mai trovare, a Natale, quando se ce ne fosse stato uno ci avrebbero acceso il fuoco! C'era il presepio, bianco di talco, perché la farina, la Farina!, era sacra. Si faceva un festone col ramo di lauro, con le palline di vetro e le noci incartate nella stagnola, che si metteva da parte durante l'anno, ben lisciata, 'per Natale'. Si valutavano le noci, soppesandole sul palmo; quelle pesanti si mettevano sulla credenza in un piatto di portata, quelle chiaramente vuote si adibivano per decorare .
Mio padre era al fronte. Tornò, ma morì quasi subito, quanto basta perché non figurasse tra i caduti. Così non avemmo facilitazioni o diritti di indennità. Il mio compagno di banco era orfano di guerra, io orfano semplice. E pagavo i libri e la retta.
Perciò a Natale si smise ogni accenno, non all'abete, figuriamoci!, ma al pranzo col tacchino. C'erano le patate, quelle sì, incartate una ad una, come le noci, ma di carta paglia oleata, per essere arrostite sotto la brace, come le castagne (“Roste o ballotte, tutte col…ripieno!”).
Andai a scuola lo stesso, e i miei compagni parlavano di alberi di Natale e di come decorarli: un solo colore, è più raffinato, oro, tutto oro o solo rosso. Mi facevano pena, anziché invidia.
E oggi? Ho dei nipoti, ormai grandi abbastanza da allestire da soli albero e presepio. Il presepio è il mio, coi pastori e il mistero tutti di cartapesta dipinta, roba del 1930; non è di quelli che si comprano a 1San Giorgio Armeno, niente bottegai e bancarelle: il presepio è mistico, non ci sono pastori che mangiano o vendono, c’è solo chi adora , non ci si sta allegri, ma lieti quanto basta. Per i miei nipoti c'è il calendario dell'avvento, una sorta di conto alla rovescia della Notte Santa. C'è la ghirlanda all'uscio, (“Qui c'è una famiglia in festa”), e c'è l'abete.
E' di carta, con cori d'angeli di finto cristallo che salgono su su, fino all'Angelo d'oro, collocato sul vertice da Papà in persona. (Io avevo un Babbo e un presepio, loro un abete e un Papà.)
Ho fatto pace con l'albero di Natale, e mi dispiace che sia finto e non odori di resina (siamo amici degli alberi, l’abete è di plastica col surrogato d’odore, ottenuto colle pigne fresche).
Mia madre, bonanima, esecrava il rito 'protestante' dell'albero (Come quello della cuccagna!, come quello dei druidi pagani!). “ Il presepio è cattolico, apostolico, romano, l'albero è crucco, finiranno col mettere Babbo Natale nella greppia al posto del Bambinello!” E mia suocera, sentendola, ne rabbrividiva e si segnava devotamente, 'Dio ci liberi!'. Gente nata nei primi del Novecento, povere donne! Vedove di guerra, sempre in gramaglie, a temere il ritorno del nemico, uno qualunque.
Mamma, sappi che nelle cattedrali cristiane del 1100 , proprio all'interno, all'inizio della navata centrale, si poneva il simbolo del Dio vivente, l'Albero della Vita, dall'Avvento all'Epifania. C'erano appesi i cedri, altro simbolo religioso caro ad ebrei e cristiani. Più tardi si cominciò ad usare globi di vetro dorato per imitarne il frutto, introvabile in dicembre. Perché, mamma, l'albero nella simbologia cristiana rappresenta la vita voluta da Dio, e dall'albero della Conoscenza dell'Eden fu ricavata la croce del martirio; ricordi gli esempi di mosaici in cui i bracci della croce sono frondosi e verdi, a indicare la resurrezione? “Il tuo ramo sopportò il peso d'un frutto celeste...”
Ma poi l'uso dell'abete dell'avvento nelle cattedrali terminò. Pian piano l'albero passò nel sagrato, dove finì col diventare un ornamento non più devozionale. L'abete traslocò ulteriormente, andò nelle case, a perdere aghi davanti al camino. Perciò al nord resisteva più che al sud, dove per carenza di piante idonee fu rimpiazzato dal presepio. San Francesco (per primo, forse) lo realizzò come sacra rappresentazione, secondo la tradizione dugentesca che solennizzava ogni festività liturgica con figuranti come statue viventi e parlanti.
Ma nei pressi dei monasteri francescani si piantavano lo stesso degli abeti giovani per ogni albero abbattuto, perciò dopo tutto frate abete il suo posto lo serbò sempre nel cuore della gente pia.
Datemi retta, l'abete a Natale è dolce come il presepio, e altrettanto liturgico.
Mi ricordo un fatto, ora che ci penso. Al primo Natale che festeggiammo dopo la guerra, Babbo, reduce da poco, aspettò la mezzanotte, e dopo la messa uscì, ma non rientrò subito a casa. Lo sentii tornare che ero già coricato, e parlava con Mamma: “ Dopo mezzanotte quelli non venduti li buttano via, e se li prende chi vuole.” La mattina quando mi alzai c'era un abete sbilenco, carico di mandarini legati su col filo di ferro......un albero di Natale tutto sommato lo ebbi anch'io.
1Celebre strada di Napoli, dove le botteghe dall’Immacolata in poi vendono i personaggi del presepio che rappresentano tutti i mestieri, compresi i calciatori e le veline.
Fatevi dare dalla mamma dei bei turaccioli, meglio se di sughero. Fateli diventare degli ometti, dipingendo una faccia, un vestito, i capelli, colorati come piace a voi. Chiedete a un grande di metterci una puntina da disegno e un cordoncino, per appenderli all'albero: ci potete fare i pastori, i re magi....La Maestra vi potrà consigliare meglio di me su quali materiali usare per colorare.
per la casa
Lubrificanti economici: un'anta cigola sul cardine: sollevatela leggermente facendo leva con un cacciavite sotto la cornice e scoprite un po' il perno; passateci la mina d'una matita o della limatura di grafite ottenuta temperandola: scorrerà in silenzio e con facilità. Ma se preferite usare il grasso perché non utilizzate le pomate a base di glicerina o vasellina scadute? Come lubrificante vanno benissimo, e preservano i ferri dalla ruggine.
E per avere aghi e ditali, automatici e bottoni vecchi sempre deodorati, scorrevoli e puliti, e ferri da calza che non s'inceppano, rendeteli lustri con il borotalco. E perché no, anche il ferro da stiro.
E di più: il borotalco in buona quantità deodora e sgrassa le carte da gioco, che tornano nuove.
Il vimini è bello e naturale, perché è vivo; e perciò soffre la sete. Bagnatelo ogni tanto con uno spruzzino, che toglie la polvere e rende elastica e resistente alla rottura la fibra. E per pulire la impagliatura delle sedie? Pare che la farina di mais faccia miracoli, strofinandola umida sull'intreccio, e poi lasciando asciugare prima di spazzolarne i residui.
I tappi di vetro smerigliato tendono a incastrarsi nei colli delle ampolle. Se accade provate col fon, e ruotate con delicatezza: l'aria scaldandosi spinge in su il tappo. Ma se prevenire è meglio che curare prima di infilare il tappo passateci attorno della paraffina, quella che si usava un tempo per preservare la marmellata dalla muffa.
E ora passiamo al bicarbonato: lo sporco e la polvere dai tappeti se ne vanno se lascerete nella fibra bicarbonato asciutto che spazzolerete il giorno dopo. Anche l'argento torna nuovo se stropicciato colla polvere di bicarbonato asciutta e uno spazzolino morbido. In un sacchetto di velo appeso negli armadi, o in un barattolino scoperchiato nel frigo e negli stipi di cucina 'succhia' via i cattivi odori.
Ma se la puzza di pesce o d'aglio non se ne va dalle padelle, dai coltelli o dalle mani e il bicarbonato non basta passateci su i gambi del prezzemolo, o dei fondi di caffé. Coi fondi si ravvivano i tessuti neri, e ci si nutrono le piante se ne verserete l'acqua nei vasi. Perché l'acqua vale, e non va sciupata.
Se avete la fortuna di possedere le antiche padelle di ferro, quelle che non si devono mai lavare con l’acqua, per pulirle alla perfezione usate a caldo una manciata di sale fino ed un foglio di carta da pane: asporterete via ogni traccia d’unto e d’odore, e ogni vecchia asperità.
Serbate i barattoli di vetro delle marmellate? Tutti uguali sono più carini, se li riuserete come portaspezie. Ma le spezie non vanno tappate una volta dissigillate dal sottovuoto. Ricavate tanti dischi di tela fantasia da usare come cuffiette, e fermatele con un laccio colorato sotto all'imboccatura, lasciando un capo più lungo, cui attaccare il cartellino col nome e la scadenza.
Con un punteruolo, o un aculeo d’istrice, praticate dei fori per far piovere le spezie senza rimuovere il coperchio.
Un tempo si pulivano le bottiglie con acqua e foglie di parietaria, che in alcuni luoghi si chiama infatti erba vetriola, e sparivano persino le macchie di vino rosso o di aceto. Io ci ho pulito tracce che l’anticalcare non era riuscito a rimuovere. In alternativa usate i pallini da caccia di piombo nell’acqua insaponata e scuotete imprimendo una leggera rotazione che favorisca la pulitura del fondo.