E’ STATO UN EQUIVOCO?

 


Ma non ti eri dimesso dal giornalino? qualcuno potrebbe chiedermi vedendomi ancora direttore responsabile. E’ vero; come avevo preannunciato in agosto, durante una riunione pubblica in Palazzo Pretorio nel periodo della Festa dell’Unità e come avevo detto ad alcuni collaboratori e lettori, mi ero dimesso. Anche se Alessio Capitoni lo avesse fatto, senza la mia firma o quella di un altro iscritto all’Ordine dei Giornalisti, “Aria del Monte 2000” non avrebbe potuto circolare.

Come avevo scritto agli amici della Polisportiva ritenevo di non essere riuscito a interpretare lo spirito e gli interessi della comunità di Montefollonico. In seguito alle reazioni di alcuni Montanini, e alle mancate reazioni di altri alla Festa dell’Unità, quando avevo preso pubblicamente posizione sull’asfaltatura di un pezzo di via Bandini, avevo scoperto di essere considerato un “forestiero” rompiscatole, che non sa niente del Monte e vuole le cose a modo suo.

In pratica, quanto era accaduto, mi confermava quello che per me è una caratteristica non gradevolissima di parecchi paesani: sono pronti a brontolare e criticare tra loro l’Amministrazione pubblica, ma quando si tratta di prendere una posizione collettiva e manifestarla alla medesima, si tirano indietro. I “rompiscatole” che si sono dati un po’ da fare come “portavoce” si girano, per vedere se chi si era detto d’accordo mantiene il suo sostegno, e scoprono che i sostenitori sono rimasti in pochissimi. La paura di assere accusati di disturbare il manovratore invita parecchi Montanini alla più estrema cautela. ”Non c’ero e se c’ero dormivo” pare l’atteggiamento prevalente quando si tratta di far valere i diritti della comunità.

Queste erano le mie impressioni e mi sono “impuzzolito” come si dice qui.

Poi gli amici della Polisportiva mi hanno detto che non era vero, era stato un equivoco, avevo avuto le traveggole, mi ero immaginato tutto; mi hanno quasi convinto che la riunione in palazzo Pretorio non c’era mai stata e neppure la festa dell’Unità. Ma, soprattutto, mi hanno scritto una lettera di apprezzamento molto amichevole, firmata dal presidente e da tutti i consiglieri. In essa scrivono, tra l’altro, “…se anche il problema fossero le facili strumentazioni cui i tuoi articoli potrebbero essere sottoposti, godresti sempre dell’appoggio del Consiglio in toto”.

Siccome i miei rapporti con l’Associazione sono sempre stati ottimi e non avevo alcun motivo di fare il dispettoso con loro, mi sono “spuzzolito”. Ed eccomi qui.


Renzo Butazzi

 

 

CRONACA

Cominciamo con il rimediare a una clamorosa dimenticanza. Nel numero precedente non abbiamo riportato il lieto evento della nascita il 12 luglio 2004, di Margherita, figlia di Giuseppe Zidda e Alessandra Fè. Ce ne dispiace moltissimo e ci scusiamo, prima con …lei e poi con la famiglia.

 

LUGLIO 2004

Come di rito, dal 28 luglio al 3 agosto si è svolta la Festa de l’Unità di Montefollonico. Anche quest’anno la riuscita è stata buona, con molte persone “accorse” da tutta la Valdichiana per mangiare i pici e il cinghiale con i funghi. Molti anche i montanini al dibattito svoltosi il 29 con i neo Amministratori Comunali Giordano Santoni e Mauro Chechi: il tema era la finanziaria ma poi, inevitabilmente, il dibattito si è spostato sui problemi del paese come lo stato delle strade, le fogne di via Rotelli, il depuratore, la segnaletica, i lavori di  metanizzazione e il rifacimento dell’antico selciato in F. Bandini, per la quale è prevista l’asfaltatura dell’ultimo tratto: un obbrobrio che, secondo il Sindaco, ora è inevitabile ma è riparabile in futuro...speriamo!

Dal 15 luglio al 15 agosto, in Piazza Cinughi, nei locali messi gentilmente a disposizione da Luigia Mangiavacchi, per il secondo anno consecutivo si è svolto il Mercatino della Solidarietà, organizzato dalle parrocchie di Montefollonico e Monticchiello. Gli oggetti messi in vendita sono stati offerti dalla gente del Monte con lo scopo di raggiungere la somma necessaria per l’acquisto di un forno per cuocere il pane in un piccolo villaggio etiope. Una volta realizzata l’impresa garantirebbe il pane (sempre che abbiano il grano!) a 2.500 bambini! Il mercatino è stato visitato da molti “clienti” ed ha raccolto oltre 3000 euri; ogni visitatore ha contribuito con qualche euro che per lui, forse, rappresentava pochissimo mentre in Etiopia la somma raccolta significa mesi di vita!

Due incendi, DOLOSI, il 30. Uno alle 6 (spento dai Vigili del Fuoco di Montepulciano) che ha causato pochi danni e uno alle 15,30 che ha mandato in fumo circa 6 ettari di bosco compreso tra il Tondo, la Cava ed il Convento. Ci sono volute due squadre di Vigili del Fuoco, la Forestale, la Comunità Montana, la Protezione Civile e due elicotteri privati pagati dalla Regione Toscana per averla vinta sulle fiamme. Due ore di devastazione senza senso. L’unica nota positiva è stato l’aiuto della popolazione del Monte a domare le fiamme: giovani e meno giovani con pale e frasche hanno sicuramente limitato il già grande scempio (c’era, però, anche qualche spettatore con le mani in mano!). Un atto incomprensibile che ha fatto male a tutto Montefollonico.

Il 30 sera, nella baldoria della Festa de l’Unità, dei delinquenti hanno quasi demolito l’automobile di un torritese, che l’aveva parcheggiata accanto alle scuole elementari (allo stop con via Elba). Speriamo, egoisticamente, che l’atto criminale sia dovuto a motivi personali e che non preannunci un dilagare di violenza e teppismo al Monte. Accorsa sul posto la volante dei Carabinieri. 

Il 31 si è svolta un’amichevole di calcio al Monte molto singolare: la Montanina si è scontrata con il Bassano del Grappa. Gli atleti d’oltre Po, erano in villeggiatura per un week-end, a San Giovanni d’Asso,  nell’agriturismo dove lo Chef è il nostro Nicola Fè. Ed è stato lui ad organizzare l’incontro che, ahimè, si è concluso con la sconfitta della Montanina per 3 a 2.

 

AGOSTO 2004

Ancora un incendio, questa volta al campo sportivo, ha fatto tremare Montefollonico. Per fortuna l’assenza di vento e il tempestivo intervento della popolazione, ha circoscritto il danno a pochi metri di macchia: qualcuno, psicopatico o particolarmente maligno, ce l’ha con il Monte! La paura, per un po’, aleggia in paese e ci si inizia a guardare in cagnesco; alcuni ragazzi fanno ronde di notte. L’anno scorso i danni al campo sportivo ora gli incendi, c’è qualcuno che in questo periodo si diverte cercando d’impressionare i montanini.

Il 5, a seguito di un lunga polemica(giustificata) per la questione dell’asfaltatura degli ultimi metri della via Bandini a scapito della pavimentazione in pietra, il nostro Renzo Butazzi, Consigliere Comunale di Rifondazione Comunista, ha rassegnato le dimissioni dalla sua carica.

Mercoledì 11 si è svolta la “3° Cena al Campo della Polisportiva”. Quest’anno ad aiutarci è venuta Anna Franchetti, la moglie di Sirio, che con una generosità e un’allegria veramente inaspettate, si è cimentata in una cena di pesce da 10 e lode! I 92 presenti si sono divertiti, hanno mangiato bene e, soprattutto, ci hanno sostenuto nelle nostre attività...Grazie di cuore ai partecipanti, a tutti i ragazzi che ci hanno aiutato e, ovviamente, ad Anna!

Il 30 agosto all’età di 90 anni muore Enrico Mangiavacchi, memoria storica di Montefollonico. Ricordava con grande chiarezza le vicende del paese e degli abitanti fin da quando di anni ne aveva sei o sette|.

Il 31 inizia la preparazione pre-campionato della Polisportiva. Le novità sono che l’ex mister Andrea Rubegni lascia il posto a Gianni Fè e ri-veste la maglia bianco-rossa della Montanina; torna Gianni Canestrelli di Castelmuzio, per gli amici “Ciccio”, che insieme al torritese Luca Benigni dovrà difendere la porta Montanina (in attesa del rientro dell’infortunato Carlo Mangiavacchi). Per il resto....non s’è trovato altro; anzi, Isacco Duchini ha lasciato la Montanina per il Sant’Albino che milita in 3° cat. Buon lavoro a tutti!

Il 31 muore Valentino Mangiavacchi, all’età di 91 anni.

Al campo sportivo non s’ha pace! Un deficente, o più di uno, si diverte a commettere atti di vandalismo come rompere la finestra della casetta di legno...ma che gusto c’è?

 

SETTEMBRE 2004

Il 7 il marito della figlia di Concetta del Ciondolo (che per privacy non nomino), mentre puliva con uno straccio bagnato il portone della sua casa di Montefollonico in via Landucci (lui è di Siena) di fronte il Palazzo Pretorio, inavvertitamente ha toccato un filo elettrico del campanello, prendendo una forte scossa. Per quasi 10 minuti si è temuto il peggio, ma all’arrivo dell’ambulanza (che ha avuto notevoli difficoltà a passare, sia per i lavori in corso, sia per le auto parcheggiate male) si è ripreso.

Parrebbe arrivato l’autunno, con grosse precipitazioni e abbassamento della temperatura...e’ il 16 settembre.

L’uva 2004 è buona: il raccolto è abbondante e i gradi pure...non è ai livelli delle migliori annate ma sicuramente il vino 2004 sarà ottimo.

 

OTTOBRE 2004

Sabato 2 prende il via il campionato della Montanina: subito una sconfitta e una brutta prestazione dei ragazzi diretti da Gianni Fè: il risultato di Montanina - Santorotto Sinalunga è di 0-1.

Il 4 ottopbre, all’età di 55 anni, muore Moreno. Nisi.

Finiti i lavori di pavimentazione di via Bandini. Si spera che, come promesso dall’Amministrazione Comunale, l’asfalto della parte conclusiva della via venga rimosso per poi essere sostituito dalla pavimentazione in pietra, perché è veramente brutto! Ma le polemiche per l’esecuzione dei lavori sono molte; tra l’altro lasciano insoddisfatti, per esempio, la stuccatura della pavimentazione e la balzettina nella proda della strada.

Laura Batazzi e Francesco Pallanti sono diventati bigenitori: il 18 sono nate Beatrice e Maddelena...auguri!

Il 24 si è sposato il montanino Riccardo Cresti con la pientina Gianna Cioli: auguri e figli…vedremo  a marzo visto che Gianna è in dolce attesa!

 

NOVEMBRE 2004

Dopo le abbondanti piogge un inaspettato caldo ha fatto gioire gli ormai tristi cercatori di funghi: nonostante novembre non sia molto indicato per la nascita dei porcini, molti montanini hanno avuto discrete soddisfazioni portando a casa parecchi panieri di funghi.

Sabato 6 c’è stato il debutto delle nuove mute della Polisportiva: anche noi, come le più serie squadre, abbiamo fornito a giocatori e giocatrici, tute, polo e giacchetti di rappresentanza, tute di allenamento e maglie da gioco...tutto rigorosamente bianco-rosso. Una bella soddisfazione, resa possibile grazie agli sponsor (Effezeta di Daniele Fè, Ristorante le Macine, C.S.A. e RAS Assicurazioni), ma anche agli atleti, che hanno partecipato all’acquisto, e alla Polisportiva che ne ha pagato una bella fetta. Siamo molto orgogliosi di questo rinnovamento...Certo ora, però, dovremmo anche vincere qualche partita!

Sempre il 6, come ogni anno, la parrocchia ha ricordato il suo patrono, San Leonardo eremita. Nell’occasione, prima della Messa pomeridiana è stato presentato il restauro completo della cappella del Crocifisso di Brandano. Successivamente, durante la Messa, undici ragazzi hanno ricevuto il sacramento della Cresima (ne parliamo più estesamente in un articolo a parte).

Tra sabato 6 e domenica 7 c’è stato un notevole abbassamento delle temperature: dai 18 gradi di venerdì pomeriggio siamo passati ai 6 dei primi bagliori di domenica.

Domenica 7 si è tenuta la “6° Fiera di San Leonardo”. Molti banchi, una giornata piuttosto mite e  abbastanza gente hanno fatto sì che la manifestazione si possa accantonare come un successo! Un successo è stata anche la Lotteria organizzata dalla Polisportiva che, per la prima volta, ha venduto tutti i biglietti (999). Il primo premio lo ha vinto Pietro Grossi, il secondo Patrizia Sodi, il terzo Donatella Marchi, il quarto una signora di Torrita ed il quinto una signora di Siena.

Nella stessa Domenica è iniziato il Campionato Femminile di Calcetto. Molti cambiamenti nella rosa: torna Cristina Fabricotti dopo la sua esperienza nella Brianza, e se ne vanno ben 4 giocatrici torritesi. La perdita non è stata così grave vista la vittoria sul San Giovanni per 6 a 2. Ovviamente confermato tutto lo staff tecnico composto da Raffaele Falconi, Stefano Fè e Carlo Mangiavacchi.

Le olive per il 2004 promettono bene! I raccolti sono buoni anche se le rese non sono meravigliose: si parla di una media di 13/14 kg. d’olio ogni quintale. I prezzi della molitura delle olive variano da 16 a 19 euro; il prezzo dell’olio “novo” dai 10 agli 8 euro.

19 muore Angiola Ceccuzzi di 101 anni.

Furto nella notte tra il 25  ed il 26 al Bar di Ivano: i malviventi sono entrati scassinando una finestra ed hanno rubato le monete dei videogiochi, sigarette, schede telefoniche, la tessera di Sky e le cioccolate della Ferrero…”Speriamo gli venga il diabete” queste le dichiarazioni a caldo del titolare. Nella mattinata del 26 la squadra mobile di Montepulciano ha fatto i rilievi ma le speranze di beccare i ladri sono poche. C’è stato anche il furto dell’auto di Giovanni Nieddu, e si pensa che la mano sia la solita…magari per fare il colpo…. Ivano direbbe “che gli venisse!!”

DICEMBRE 2004

Il 4 è Santa Barbara ed è la Santa protettrice dei Vigili del Fuoco. In tutta Italia si festeggia nelle caserme con simulazioni d’interventi…perché ve lo dico? Nella manifestazione che è stata organizzata a Siena nella caserma del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, è stato dato un encomio ai Vigili del Fuoco Andrea Sandroni, Pierpaolo Fè, Leonardo Trombetti e LucioTrombetti, oltre che ai Discontinui Luca Del Secco e Andrea Cannas per l’operosità mostrata nello spegnimento dell’incendio al Tondo!

L’otto si è svolto con molto successo il convegno organizzato dall’Amministrazione Comunale dal titolo “…lo gradireste un goccio di Vin Santo…?”, del quale parliamo in un articolo a parte.

Dal 18 dicembre 2004 al 6 gennaio 2005, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Torrita di Siena con la partecipazione della Polisportiva Montanina, ha organizzato una mostra di pittura dal titolo “Il paesaggio toscano tra sogno e realtà” del pittore aretino Pasquale Marselli. La mostra, che si terrà nel palazzo Pretorio di Montefollonico, sarà aperta tutte le mattine prefestive dalle 10 alle 12,30 e tutti i pomeriggi dalle 15,30 alle 18,30. Sarà chiusa il 25 ed il 26 dicembre 2004 ed il 1 gennaio 2005.

Leonardo Trombetti

 

 

MONTE E DINTORNI

Avevamo chiesto al Sindaco di parlarci dell’attività, dei problemi e dei programmi della nuova Giunta. Il testo che ci ha mandato è breve ma anche l’esperienza fatta fino ad oggi è breve. Inoltre il sindaco sa bene che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e il mare delle amministrazioni locali, di regola, è tormentato da gorghi, uragani, scogliere e secche ben nascoste, per non parlare degli squali e degli errori di rotta.

Ringraziamo Giordano Santoni e gli auguriamo una navigazione felice (per lui e per noi).

Il punto della situazione


Dopo 5 mesi dall’insediamento della nuova Amministrazione Comunale, proviamo a fare il punto della situazione, partendo da una riflessione sul gruppo di lavoro, sullo stato della struttura e sulle cose da fare.

Gran parte del Consiglio Comunale rinnovato, molti giovani, quattro le donne presenti nel gruppo di maggioranza, una bella squadra come si dice, parecchi alla prima esperienza amministrativa, ma sicuramente molto motivati e pieni di entusiasmo e con tanta voglia di fare, questo è il giudizio che si può ricavare dopo i primi mesi di attività.

Della Giunta comunale, oltre al Sindaco Giordano Santoni che si occupa di affari generali, urbanistica e lavori pubblici, fanno parte: Paolo Malacarne, Vice Sindaco, con delega alle attività produttive, commercio, agricoltura e sport; Giuliano Censini con delega all’istruzione, cultura, turismo e associazionismo; Mauro Chechi con delega al bilancio, ambiente e trasporti e Mauro Rosignoli con delega alla sanità, servizi sociali, personale e pari opportunità.

Una squadra, che sicuramente, nonostante le difficoltà dovute alla fase di inserimento ed alle complesse problematiche che la gestione amministrativa presenta, ha già dimostrato di essersi inserita molto bene nel complesso meccanismo amministrativo, grazie anche alle varie competenze che rappresenta ed al lavoro di gruppo che stà portando avanti, reso sicuramente meno difficile dallo spirito di reciproca stima e fiducia.

Dopo aver dedicato inizialmente il tempo necessario a fare una verifica di quelle che erano le problematiche e le disponibilità, sia della struttura operativa che delle cose da fare, sono state operate alcune scelte che vanno verso la realizzazione di una struttura operativa più snella e funzionale, individuando tutta una serie di servizi da svolgere in forma associata con i comuni di Sinalunga e Trequanda, alcuni già deliberati ed altri in fase di approfondimento e di prossima adozione. In una fase molto difficile come questa, dal punto di vista delle disponibilità finanziarie, tenuto conto anche della politica del governo nazionale, in materia di enti locali, questa appare come una delle strade obbligate per riuscire a garantire la quantità e la qualità dei servizi ai cittadini, razionalizzando e ottimizzando le risorse umane e finanziarie.

Naturalmente per quanto riguarda la nostra realtà stiamo procedendo all’inserimento di alcune figure professionali per ricoprire ruoli che si sono resi disponibili a seguito di pensionamenti od altre scelte operate in precedenza e che riteniamo fondamentali al fine di garantire servizi essenziali ai cittadini; mi riferisco all’inserimento di un architetto nell’area tecnica – Ufficio urbanistica, ed ad alcuni collaboratori professionali sempre nell’area tecnica – Ufficio lavori pubblici, con mansioni diverse.

Per quanto riguarda gli interventi relativi alle opere pubbliche oltre al completamento dei lavori già avviati dalla precedente amministrazione, sono stati programmati alcuni interventi relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria della viabilità di Torrita e Montefollonico, e sugli immobili di proprietà, finalizzati al mantenimento dei beni patrimoniali dell’Ente, con particolare attenzione agli immobili scolastici in funzione della sicurezza. Purtroppo dobbiamo ancora una volta sottolineare che il tutto è fortemente condizionato dalle risorse di bilancio disponibili.

Oltre agli interventi previsti sulle opere esistenti, naturalmente nel programma triennale delle opere pubbliche, sono previsti interventi significativi per Montefollonico come quello relativo alla depurazione delle acque; entro la fine dell’anno dovrebbero essere consegnati i lavori di consolidamento e predisposizione degli impianti, in virtù anche della entrata in vigore della legge sismica, del teatro; sono in fase di ultimazione le operazioni progettuali per l’ampliamento del Cimitero di Montefollonico, i lavori dovrebbero iniziare i primi mesi del 2005; sarà ripresentato alla Fondazione del MPS, per il finanziamento, il progetto relativo alla realizzazione della pavimentazione e razionalizzazione dei sottoservizi nel Centro Storico, terzo lotto, e una volta completato tutti i lavori, compresi quelli relativi ad alcuni interventi, sicuramente più modesti ma altrettanto importanti, dovrà essere affrontato il problema della viabilità e della sosta all’interno del centro storico; saranno inserite, a livello di strumenti urbanistici, due aree nelle vicinanze del centro storico, da adibire a parcheggio pubblico. Naturalmente sono previste attività di recupero e manutenzione delle mura e delle porte, nonché di alcune strutture di interesse architettonico e culturale per qualificare ulteriormente il territorio che rappresenta il nostro biglietto da visita dal punto di vista turistico


Giordano Santoni

 

 

Ci vorrebbe un lampione


Abbiamo raccolto la protesta di alcune famiglie che abitano o hanno la casa nel centro storico, all’incrocio di via Lando di Duccio con via Fedro Bandini. Sono le famiglie di Roberto Cutini, Athos Duchini, Veliero Martini, Anelia Meocci, Nerina Neri (numeri civici di via Bandini: 1,3, 6, 8,10) che si lamentano, a ragione, dell’insufficente illuminazione pubblica in quella zona. Più che d’illuminazione insufficente si può parlare di buio, che d’inverno viene presto; trovare il buco per la chiave o leggere i numeri civici è difficile anche per chi è perfettamente sobrio (provare per credere). Basterebbe un lampione sull’angolo per risolvere tutto.

La richiesta era già stata fatta all’Amministrazione precedente con una lettera spedita dagli interessati almeno un anno fa, senza risposta e senza risultato. Speriamo che il potere della stampa (si fa per dire) riesca almeno a “strappare” un commento ufficiale alla nuova (si fa sempre per dire) Amministrazione. Questo consentirebbe ai Montanini senza luce di risparmiare un altro francobollo e agli uffici comunali la noia di leggere un’altra lettera.


R.B

 

Roberto Cutini: bastoni e sculture

 


Il viandante che capitasse a Montefollonico di questi tempi, potrebbe imbattersi in un tipo non giovanissimo ma con un bel codino folto, alto e tarchiato, perfettamente vestito in mimetica, compreso un cappelluccio a gronda, da pescatore o cacciatore, come in effetti è.

E’ il nostro compaesano Roberto Cutini, pacifico uomo di famiglia, dotato di una moglie, Luciana, due figli e due nipoti; penso che indossi l’abito da battaglia solo perché gli è comodo quando traffica nelle vigne, negli oliveti e nel bosco, quando sega la legna, ripara qualche attrezzo o qualche motore. Cutini Roberto, ormai da parecchi anni pensionato della Finanza, non sta mai con le mani in mano, fruzzica sempre e quando non fruzzica, lavora. In questo non c’è niente di particolare da segnalare: a Montefollonico ce ne sono altri che fanno come lui, non stanno mai in ozio.

Ma Roberto Cutini ha anche l’animo – e il braccio – dell’artista. Disegna e dipinge, a olio, acquarello, china, carboncino. O forse è più giusto dire che lo faceva. Gli veniva comodo quando, da Guardia di Finanza, in turno di notte, doveva ingannare le ore che non passavano mai. Oggi non dipinge più – dice che ha perso l’ispirazione - ma si diverte a scolpire il legno. L’ispirazione la trova nei ceppi d’olivo e di querce abbandonati, nelle radici divelte, nei rami di ginepro o cipresso, in ogni pezzo di legno nel quale intraveda un’immagine.

Il desiderio “di creare”, di costruire un’oggetto, una figura, lo aveva anche da ragazzino, quando si dava da fare con la creta e con il legno. Poi, crescendo e cominciando a lavorare ha dovuto smettere per mancanza di tempo, ma la voglia se l’è portata dietro. Negli ultimi anni ha ripreso ad ascoltarla e: “quando vedo un legno che m’entra nell’occhio ci tiro fuori la scultura”, lavorandolo d’inverno accanto al caminetto.

Ha cominciato con i bastoni, uno dei “manufatti” più diffusi tra chi vive in campagna o va a farci passeggiate. Il bastone serve a dare sicurezza nel passo, a difendersi dalla vipera, a darsi coraggio nell’incontro con quei cani inopportuni che abbaiano all’indirizzo del passante più innocuo. Qualunque paesano il bastone se lo fa da sé, sbucciando un ramo caduto più o meno diritto. Ma Roberto Cutini non si contenta di questo, non fa un bastone per andarci in giro, ma perché ama scolpirne il manico. Tutti i suoi bastoni hanno impugnature suggestive e divertenti, ricavate nell’estremità più adatta del ramo: papere, serpenti, uccelli, cani,  probosciti e becchi. Particolarmente bello un bastone ricavato da un ceppo di scopo la cui impugnatura raffigura una testa umana barbuta e capelluta, molto decorativa.

L’appetito vien mangiando e Cutini, pur non avendo abbandonato i bastoni, si è “allargato”, passando a sculture più grandi e difficili. Mentre il legno usato più spesso per i bastoni è il crognolo, - molto duro, bianco, che quando è sbucciato e seccato sembra più avorio che legno – per le sculture più grandi usa soprattutto ulivo e cipresso. Verrebbero bene anche in faggio, dice, ma qui faggi non ci sono. Potrebbe comperare il pezzo dal falegname, ma “un conto è che tu vai in giro, vedi un legno e dici ‘madonna, bellino, ci verrebbe bene….Un conto è andare da chi vende legname e dirgl:i vendimi un pezzo di legno che ci devo fare una scultura”. Per ora, oltre ai bastoni, ha scolpito una grande civetta,  un Cristo crocefisso , quattro bovi che tirano l’aratro, un uomo avvolto da teste di serpenti e elefanti quasi a rappresentare l’uomo della Giungla. due cavallini che si affrontano uno di fronte all’altro, ritti sulle zampe posteriori.

I cavalli devono essere un po’ nel DNA di Roberto Cutini. Suo padre faceva il buttero e da bambino conobbe addirittura Buffalo Bill quando venne in Europa con il suo circo. Poi, arrivato a Montefollonico, lui stesso ha tenuto due cavalli, Messalina e Stellina, in un recinto lungo la strada del Bighi. Esercitavano un gran richiamo sui bambini erano piuttosto socievoli e allungavano volentieri il muso sopra la staccionata per una carezza o un po’ di zucchero. Dopo dodici anni, siccome i figli non avevano nessun interesse per i cavalli, Roberto li ha rivenduti

 

Il Cristo era tanto tempo che aveva in mente di farlo ma non trovava mai il legno che lo ispirasse. Finché un giorno, andando a caccia, al Sasseto vide un tronco d’ulivo buttato giù e incastrato per terra che sembrava fatto apposta. Il padrone del terreno gli disse che era più di dieci anni che se ne stava buttato lì. “Pareva che aspettasse me”, dice Roberto Cutini. Chiese di segare il pezzo in cui vedeva già il crocefisso che aveva in mente e se lo portò a casa.

 

La lavorazione delle figure, anzi, la loro estrazione dal legno comincia con il mazzuolo scalpello e raspa e finisce con la carta vetrata. In mezzo ci sono vari tipi di coltelli, scalpellini e sgorbie che Roberto Cutini si prepara da sé, adattando le lame e costruendo le punte in modo da scavare e tagliare anche nei punti più difficili, gli occhi per esempio, o i nasi, riducendo anche il rischio di…scolpirsi le dita.

Qualche volta Cutini ha esposto i suoi bastoni alle mostre di artigianato locali, ma non ama molto frequentarle perché, in realtà, sono soprattutto dei mercati con fini commerciali. A lui piace far vedere e apprezzare le sue opere senza programmarne prima la vendita. Poi, se a qualcuno piace in modo particolare un lavoro e lo vuole comprare, naturalmente Robi, come lo chiama la moglie, non ha niente in contrario. Purché il compenso sia adeguato almeno alla fatica e al tempo che ci ha messo per realizzarlo, senza tener conto dell’abilità creativa, che sarebbe impossibile valutare in denaro.

Roberto Cutini non è il solo creativo della famiglia. Insieme ai suoi bastoni ci sono quelli realizzati dal figlio Davide, che però si dedica più volentieri a costruire oggetti, vasi e maschere di terracotta, ispirati dall’arte etrusca o primitiva. Ma a Davide, che dipinge anche, dedicheremo un’altra intervista.


 

Renzo Butazzi

 

 

 

AD IMPERITURUM RICORDUM


Questa stupenda frase di latino “maccheronico” (oggi diremmo latino “fai da te”), si trova nel piccolo monumento prima di Renellino; in una quercia sulla destra, cui rimase impiccato per quattro giorni il corpo di un partigiano, che era un contadino della zona. Fu il “poro” Pompo a convincere il tedesco di guardia a tirarlo giù, dato che masticava un po’ di lingua germanica. Un triste ricordo di un tragico passato che speriamo non ritorni mai più.

Ma al Monte ci sono altri monumenti, a volte belli, altre volte meno, che rappresentano la storia vicina e lontana del nostro “natio borgo selvaggio”, lontano dal frastuono e dall’inquinamento delle grandi città, ove la vita ha assunto ritmi convulsi e stressanti.

Il Parco della Rimembranza della via dei Frati purtroppo è quasi scomparso e di quello ai Caduti abbiamo già detto in un numero precedente, la gente non ci si è ancora affezionata. Per colmo di sventura questo piccolo “capolavoro” è sovrastato dalla mole della Torre del Cassero che lo rende ancora più insignificante. Le torri rappresentano i trascorsi guerrieri del nostro paese quando era un castello fortificato cinto di mura, ultima terra di Siena, mentre i nemici erano i dirimpettai montepulcianesi e, quando si facevano sotto, erano botte da orbi. Non olio bollente, magari extravergine, o colate di pece, come comunemente si crede, ma liquami maleodoranti, gelosamente conservati per l’occasione. Quando gli armigeri di Montepulciano centrati dal “bottino” tornavano indietro, nonostante una bella risciacquata nel fosso Turbulo per qualche giorno non li facevano entrare in casa.

Tutte le torri sono in buono stato, era malconcia quella di Tamascio, ma ora è restaurata; eccelle in particolare quella Moreschini, oggi dei Tonini, grandi restauratori degni di lode, che oltre alla torre hanno rinsaldato i tratti di mura originali ancora esistenti e di loro proprietà, mura che per la maggior parte sono state rimaneggiate per far posto a orti e costruzioni successive: la sequenza delle torri ci dice per dove passavano. Peccato per la porta di Follonica, che era fatta come quella del Triano fino ad un secolo fa, nel dopoguerra era rimasto ancora l’arco che invece di essere rinforzato fu demolito perché pericolante, ad opera di Narciso dell’Omone, beninteso con il consenso del Comune.

Ma il Monte ha pure un passato industriale: delle miniere di lignite non è rimasto niente. Da Cerretello e Cerreto i luoghi di estrazione, il materiale veniva concentrato a Renello da dove, prima i barrocci, poi i camion e infine una teleferica, costruita intorno al 1925, lo trasportava alla stazione ferroviaria di Torrita. Invece vicino al Monte funzionava una fornace dove si cuoceva la pietra calcarea per farne calce; i fuochisti che ho conosciuto erano Galliano detto Trito ed il Batazzi babbo del Sergente. Poi la fornace perse la ciminiera e fu riadattata a civile abitazione dal Capitoni che mise su una bottega di carradore. Lì accanto fu impiantata una cava da “Rivalde Merline”con una decina di operai quasi tutti contadini e tutti rigorosamente in nero. Lo squarcio che vediamo è opera sua, ma non è lì il problema, che anzi quello spaccato ci fa vedere di quale pasta è fatto il poggio del nostro paese. D’altronde madre natura rimedia a poco a poco alle sue ferite; per fortuna quella attività deturpante come lo sono tutte le cave, finì presto, sennò Rivalde sarebbe arrivato fino ai Frati, come più alla grande ha fatto la ditta di Caro ai Monti, che prima o poi arriverà a Trequanda.

Il guaio grosso è che la società di Rivalde, detta Salpa, ci ha lasciato quel bel monumento in cemento armato che serviva per caricare i camion con pietre di dimensioni diverse, ridotte tali da un “concassè”. Anche questo verrà demolito da madre natura, ma ci vorranno secoli, a meno che non gli caschi addosso una bomba intelligente; ma ora piovono lontano da noi e ce ne vorrebbe una di quelle troppo intelligenti, non ancora in produzione.

Ma chi lo dice che il Monte è degradato! Negli ultimi trent’anni il centro storico è migliorato tantissimo, ci sono state un sacco di ristrutturazioni, mai di cattivo gusto, che hanno reso gradevole ogni angolo del paese. Tanto più che il visitatore può girellare col naso all’insù per le strade del Borgo, privo di raffinati palazzi, ma pieno di rustica bellezza, come del resto altri piccoli centri vicini, senza dover stare attento a dove mette i piedi nel selciato nuovo del Borgo di Sopra; deve stare un po’ più attento nel Borgo di Sotto, dove è stato rifatto con le pietre già esistenti e con l’arte di arrangiarsi tutta napoletana.

All’interno poi gli appartamenti sono irriconoscibili e gli abitatori di un tempo rimarrebbero a bocca aperta, a cominciare da Lina e Tiberio per come i Trombetti hanno trasformato la loro modesta dimora, mentre la parte nuova del paese più che da case è formata da tante graziose villette circondate da giardini ben curati.

Nel centro storico, oltre alle torri e porte monumentali ci sono diversi piccoli gioielli architettonici, dedicati in modo poco glorioso ma indispensabile ai bisogni corporali, cioè i gabinetti pensili o liciti come li chiamavano i nostri nonni, aggrappati ai muri delle case come piccoli scimpanzé ai dorsi delle loro mamme, a volte in modo discreto, altre in bella evidenza: per esempio quello del prete che sembrava fatto su misura per Don Guido, ma fosse capitato un prete un po’ grosso, un Don Michelone per intenderci, correva il rischio di rimanerci incastrato.

I giovani d’oggi, che nel metter su casa fanno dei bagni favolosi con piastrelle decorate, vasche con l’idromassaggio, mobiletti firmati e chi più ne ha più ne metta ( di milioni), forse non si rendono conto che quei bugigattoli, dotati di una tazza con lo sciacquone a corda e, nei casi di lusso sfrenato, anche di un lavandino con lo specchio, rappresentarono un fatto rivoluzionario per quell’epoca, se paragonati alla buca con coperchio che ogni casa aveva nella stalla. Una volta piena la buca veniva svuotata e la “zuppa” portata negli orti o nei campi, specie dopo che i montepulcianesi, a causa dei mutamenti storici, smisero di prenderla sul groppone. I gabinetti presupponevano l’acqua corrente che fu portata al nostro paese ne 1927, con l’acquedotto del Vivo e il deposito del Tondo e per inaugurarlo il fattore Nucci voleva farci scorrere una botte di vino.

Di tutte le novità del Monte, mi tiene informato con lunghe telefonate il carissimo amico Nasello: “Sai, sono nati un sacco di porcini e ordinari, Ivano del bar ha ammazzato 23 lepri, Vito ha fatto un quintale di marmellata di sucine”. Io vengo di rado, ma in numerose fotografie esposte in grandi quadri il Monte e dintorni ce l’ho sempre a vista e rimirandole faccio spesso un girotondo virtuale, come un tempo, andando a caccia, facevo per davvero.

Un giorno mi sento dire: “Vito ristruttura la casa!” “Oddio - dico tra me – non ho fatto in tempo a fare una foto al gabinetto–spettacolo di Vito, stai a vedere che quel disgraziato è capace di demolirlo!” Con sollievo, venendo al Monte per i Santi ho visto che è sempre lì e tutti, compreso me e il nostro compaesano S.E. Divo Zadi, che oltre ad essere un Pastore di anime è un fine intenditore di bellezze artistiche, potranno continuare ad ammirarlo sine die, a meno che Gigi non seghi alla zitta le longherine appoggiate alla sua casa che lo tengono sospeso. L’amico Vito non me ne voglia, ho scherzato e ognuno fa come può e vuole. Tutto questo riguarda la vita del Monte e i suoi abitanti che rivedo sempre volentieri, ma c’è  un altro Monte che vado a visitare appena arrivo, quello che ci ricorda chi non è più tra noi e allora, da emigrato, mi accorgo, sempre di più con l’avanzare dell’età, che ho più amici e conoscenti al cimitero che in paese. Questa volta, tra gli altri, vi ho trovato il mio vicino e caro amico Enrico di Pilade; capita di rado di essere in confidenza col babbo e coi figlioli, ma a me in questo caso è successo, come fossimo stati tutti coetanei. Lui era la nostra memoria storica; per il mestiere che aveva fatto conosceva tutto e tutti e, avendo avuto la fortuna di averlo come vicino per molti anni, mi aveva raccontato tante cose della vita paesana degli ultimi settant’anni. Perfino nella foto che i suoi citti hanno fatto mettere sulla tomba sembra che racconti qualcosa. In un mio scritto, non pubblicato arrivato al giornalino dopo che lui era scomparso, lo avevo definito un ragazzo di 90 anni perché, a dispetto dell’età che pure non dimostrava affatto, aveva conservato lo spirito allegro degli anni giovanili e vedeva sempre quello che di positivo e di buono ci offre la vita.

Ma recentemente è scomparso un altro Enrico, quello di Spartaco, detto Pesciolino, da tanti anni emigrato, con tutta la sua famiglia che poi per buona parte è ritornata, in quel di Savona, al seguito del famoso Riccioletti. A chi ha meno di cinquant’anni questo nome dice poco, ma negli anni ‘50 e ’60 era il reuccio del Monte: grande sportivo e ballerino, insieme a “Dente” spopolava nelle discoteche di allora, che consistevano per lo più in capannoni o rettangoli di graniglia all’aperto. Bella presenza, bel carattere, un fisico atletico per niente sciupato dal lavoro, divenne in seguito il gagà di Savona, ma poi mise la testa a partito, formandosi una famiglia e cominciò a lavorare seriamente nel locale ospedale San Paolo, reparto di radiologia, di cui non tutti conoscevano il primario, ma ogni dipendente di quel grande complesso sapeva chi era il Duchini. Errico faceva parte di un formidabile gruppo di settantenni molti dei quali purtroppo emigrati, come Bietta, Capino, Cangelone, i cugini Noli, Leone, Bibbe e Giustino, Trito in Belgio e Rinaccio addirittura in Argentina, oltre a quelli di campagna; uno di quei ragazzi è diventato vescovo. Al Monte di quel gruppo rimasero il Negus, Tonena, Alvaro Farnetani, Memo e qualche altro.

Se fossero rimasti tutti in paese con figli e nipoti, oggi ci sarebbero più di mille abitanti. Le conseguenze di un ventennio di emigrazioni sono sotto gli occhi di tutti: il Monte si è arricchito nelle sue strutture urbanistiche, ma fortemente impoverito nel suo patrimonio umano. Ora l’emorragia si è arrestata e ci sono dei rientri, ma purtroppo solo “rottamati”; i figlioli restano lontani, là dove hanno messo le loro radici. Recentemente, tra le giovani coppie rimaste, si è verificato qualche parto gemellare: speriamo che questa tendenza continui e si consolidi, sennò la Comunità va a finire; o meglio, sarebbero sempre più rari i montanini del Monte, come è successo ai “romani de Roma” e il paese diverrebbe sempre più un luogo di vacanze per cittadini dell’Unione Europea.


Alfredo Machetti

 

 

Passato e futuro: replica ad una critica


Dopo l’ultima edizione del giornalino ho sentito spesso criticare il fatto che nello stesso si parli quasi soltanto di ricordi, di fatti ormai lontani, di persone che non ci sono più, degli usi e costumi di “allora”. Insomma, questo sarebbe un giornalino “vecchio”. Anche se, a volte, tutto ciò può servire a confrontarci con il mondo di oggi e si pensa che magari i giovani, leggendolo, possano comprendere quanta fatica di meno fanno per vivere.

Forse quelle critiche sono in parte vere, ma mi viene di rispondere ai “lamentosi” - che pure hanno il pieno diritto di lamentarsi - che non parlare di ricordi vuol dire avere dei grossi buchi nell’anima, non avere paragoni con vite diverse, non voler raffrontare mondi, situazioni, persone con la realtà di oggi. Mi sembra un appiattimento cerebrale e per questo sono convinta che il ricordo sia parte integrante della nostra vita.

Fin dalla scuola, quando si comincia a studiare, bene o male, si parte ancora dal nonno di Noè; non è così? Certo, beninteso, non è necessariamente un dovere inderogabile ricordare o raffrontare sempre. Si può vivere come va va; alle spalle lasciamo un piatto vuoto, il nulla e via!

Insomma, ragazzi, per farla breve, l’essenza delle critiche è che nel nostro giornalino non si parla di futuro! Ora il futuro, tutti si sa, parliamoci chiaro, è anche sogno, Se siamo d’accordo su questo, devo dire che, per quanto mi riguarda, non ho ben capito se il futuro-sogno i “lamentosi” lo vorrebbero ristretto solo al Monte o vorrebbero che sconfinasse, che spaziasse di più.

Allora, se ci limitiamo al Monte, io sogno una brava amministrazione comunale che consideri questo paese come un vecchio gioiello, ossidato e consumato, in procinto di rovinarsi definitivamente, e senta l’impegno di farlo tornare come nuovo, e ne sia orgogliosa. Penso al restauro della porta principale, quella del Triano, al ripristino (per la seconda volta) della strada che porta al Triano, a un paese bene illuminato, magari con i lampioni tutti uguali. Sogno le strade fuori le mura, dalle Case Nuove alla Madonnina e limitrofe, asfaltate e illuminate; sogno i parcheggi dei quali si vocifera da un sacco di tempo, e il teatro in funzione per sentire nuovamente fisarmoniche e commedie come ai vecchi tempi.

Certo non si può pretendere che a Montefollonico si aprano banche, uffici, fabbriche. ecc., ma il turismo costituisce un bell’introito per il paese: bisognerebbe considerarlo seriamente, e dare coraggio a quelli che hanno voglia di crescere. La voglia c’è di non andare via dal Monte, anzi molti ci sono tornati; i ragazzi del paese hanno tutti un lavoro e questo fa già parte del futuro realizzato. Mi pare una cosa straordinaria (ai miei tempi ci toccò andare via in parecchi!).

Chi ci amministra dovrebbe ricordare che il Monte ha uno tra i più bei ristoranti/albergo fuori le mura, e un altro in paese, con strepitosa veduta, sulla Val di Chiana; in più ci sono due ristoranti, sempre dentro le mura, dove si mangia benissimo. Ottimi richiami per i turisti, che dovrebbero essere invogliati ancora di più e ricompensati facendogli trovare una paese in “splendida forma”, come si dice per i cristiani.

Ma il Monte non è un’isola e, almeno per me ma non solo per me, il futuro è anche fuori. Nel mio piccolo, senza addentrarmi nella politica e nei grossi problemi di oggi, mi piacerebbe poter togliere dalla finestra la bandiera-arcobaleno con la scritta PACE. Significherebbe che è finito questo stillicidio giornaliero di morti e che i nostri sono tornati a casa (risparmio commenti per chi ce li ha mandati, non è il posto giusto).

Vorrei ritrovare anche i pezzi di libertà che mi sono stati tolti. Per esempio un certo giornalismo televisivo che mi appassionava e la libertà di vivere senza la cappa di una minaccia continua nella vita di tutti i giorni: entri in autostrada e leggi in quegli enormi display che un morto su due è per eccesso di velocità, due su cinque per guida distratta, l’auto è un’arma non uccidere, superare il limite di velocità è un crimine!  Evita un crimine, guida con prudenza, hai controllato la pressione delle gomme (e qui come donna mi sento offesa perché non mi ricordano se ho chiuso il gas!). Mi sembra di essere spiata, guardata. Se in questo futuro c’è il permesso di darmi del criminale appena esco di casa - e magari sono anche una che rispetta le regole - allora preferisco parlare del bello che c’è nella mia vita, anche se si tratta di ricordi. A proposito del passato vi immaginate un paio di bovi salire su per la porta, passando per un cartello appeso al muro che dice: siete due criminali, non si va forte così in paese!

Siccome io credo che il futuro sia una cosa impalpabile, un monte di cipria, di farina, che regge un po’ e dopo si accascia, chiedo aiuto a coloro che lo pensano meglio e più a fondo di me. Suggerite voi, scrivete voi qualcosa sul futuro possibile, prevedibile. Io ho avuto un passato bellissimo e temo che mi verrà sempre spontaneo dire: ti ricordi?


Giuseppina Mangiavacchi

 

 

In casa di Mago Burletto

 


Anche nei primi mesi di quest’anno la squadra di “Mago Burletto”, la scuola dell’infanzia di Montefollonico, si è data da fare. E’ una squadretta abbastanza numerosa, composta da venti bambini: undici vengono da Montefollonico e dintorni, nove da Torrita. I venti sono equamente divisi tra “cittini” e “cittine”.

Fino ad oggi, grazie, come al solito, alle idee e all’impegno delle maestre Gabriella Alvini e Sabrina Dottori, sono stare inventate e realizzate diverse iniziative. In tutte Sabrina e Gabriella hanno cercato di unire un contenuto informativo e formativo a una veste giocosa, una regola che seguono da sempre anche nell’attività abituale (che forse, con i bambini piccoli, non è mai davvero abituale). Questo, infatti, è l’unico modo per comunicare con loro e affinché tutti, anche i più “mammoni”, possano vivere con serenità e possibilmente con gioia la loro esperienza nella scuola dell’infanzia.

La prima iniziativa della quale ha parlato la maestra Sabrina, forse perché è la più recente e ha coinvolto anche gli abitanti di Montefollonico, è stata la festa di Halloween che gli americani celebrano con scherzi e mascherate la sera del 31 ottobre, vigilia di Ognissanti. Questo modo di festeggiare i Santi non fa parte delle nostra tradizione, ma siccome ormai Halloween si può considerare “naturalizzata” tanto è diffusa e in più i bambini studiano l’inglese, da qualche anno Sabrina e Gabriella hanno deciso di celebrarla per divertire i piccoli e insegnar loro qualcosa sulle abitudini del mondo anglosassone. Il gruppo di bambine e bambini, guidati dalle maestre, ha percorso le vie del paese bussando ad ogni porta. A chi apriva veniva posta la domanda rituale: “dolcetto o scherzetto?”. Per non rimanere vittime dello scherzetto bastava regalare alla comitiva qualche dolcino. Quest’anno i bambini erano mascherati con una tunica fatta con un sacco di plastica nero sulla quale erano attaccate una zucca di cartone colorato e qualche altra decorazione. La visita del popolo di Mago Burletto, che ormai viene realizzata da qualche anno, è molto gradita anche ai montanini perché, lo dico per esperienza personale, questo pigolante gruppo di mascherine porta, in ogni casa, un momento di allegria e ottimismo.

Per il 6 novembre, festa di San Leonardo, i bambini di Mago Burletto hanno raccontato la storia del Santo con un plastico che ne raffigurava i momenti e i personaggi principali, ritagliati e disegnati su cartoni colorati e montati su una base anch’essa di cartone. Il plastico è stato esposto in Chiesa, lo stesso giorno, durante la celebrazione delle Cresime.

Da poco è in corso di attuazione il progetto “Il piccolo grande bosco del mio paese”, che a suo tempo era stato proposto dalle due maestre di Mago Burletto all’Ufficio riserve naturali della provincia di Siena, e da questo approvato e finanziato. L’iniziativa si propone di far scoprire ai bambini la natura che li circonda, utilizzando i cinque sensi per giungere nel modo migliore a questa scoperta. Le loro esplorazioni del bosco, oltre che essere sempre guidate dalle maestre hanno l’assistenza periodica (per sei uscite in tutto) di un’esperta “boscologa”: Claudia Pierguidi, guida nella riserva naturale di Piancastagnaio. Durante le uscite i piccoli esploratori hanno raccolto esemplari di piante (muschio, licheni, ciclamini, funghi) e di frutti delle querci, dei pini, dei cipressi. Poi li hanno esposti o piantati  in un “Terrario” che avevano costruito. Ogni bambino ha descritto molto sinteticamente in schede colorate da appendere, quasi decorative, le varie fasi della ricerca.

In settembre, per iniziativa dei comuni di Torrita e Sinalunga, anche Mago Burletto è entrato nel circuito del progetto “Star bene a scuola”. Il progetto finanziato dalla Regione Toscana comprende un corso-ricerca sulla teatralità comica del corpo, curato dal “clown” André Casaca. Il corso di Casaca, che comprende sei incontri di un’ora ciascuno, si propone di mostrare e insegnare ai bambini come possono utilizzare la mimica per comunicare sensazioni, intenzioni, desideri, senza ricorrere alle parole. Tutti gli esercizi hanno un taglio giocoso, quale che sia la sensazione da comunicare; le inibizioni a usare il corpo per esprimersi vengono attenuate e superate con quel poco di trasformazione che si può ottenere mettendosi un naso da pagliaccio e qualche costume. L’obiettivo finale è di sviluppare la conoscenza corporea e creativa nei bambini e ragazzi, oltre a rinforzare il loro carattere, il rapporto tra loro, la comunicazione e l’espressione artistica.Casaca porta avanti la sua ricerca anche a scopo terapeutico in alcune comunità assistenziali.

Il 25 novembre, in occasione della seconda giornata della sicurezza nelle scuole, patrocinata dal ministero dell’Istruzione, alcuni rappresentanti dell'Associazione Cittadinanza Attiva hanno suggerito a Mago Burletto un altro progetto da portare avanti, fornendo agli insegnanti parte del materiale necessario. Il tema del progetto “Imparare sicuri si può” è la sicurezza nelle scuole. Il materiale dovrebbe aiutare gli insegnanti a spiegare ai bambini quali problemi di sicurezza possono presentarsi, come risolverli, quali sono le precauzioni da tener presenti, le imprudenze o leggerezze da non commettere.

Dopo aver parlato delle iniziative in corso o già realizzate ecco quelle previste al momento in cui scriviamo.

Come negli anni precedenti, il 16 dicembre sarà una giornata di “scuola aperta”, con il consueto mercatino di Natale nel quale verranno venduti oggetti preparati dai bambini con l’aiuto delle maestre e dei genitori. Il 18 e il 19 il mercatino di Mago Burletto si sposterà a Torrita, per fare la sua bella figura accanto ai “mercanti” più o meno professionisti nella consueta manifestazione prenatalizia.

Ricordiamo che il mercatino ha una notevole importanza per il popolo di Mago Burletto perché consente un certo autofinanziamento, grazie al quale il Mago, che più di tante magie non può fare, riesce a portare avanti qualche iniziative in più. La collaborazione degli adulti è molto importante, non solo dal punto di vista organizzativo ed economico, ma anche come incoraggiamento psicologico ai bambini e alle maestre. Per fortuna finora non è mancata e le due aiutanti del Mago sottolineano con soddisfazione che alcuni genitori seguitano a darsi da fare anche se i loro figli, un po’ cresciutelli, non frequentano più la scuola dell’infanzia.

Mercoledì 22 dicembre i bambini faranno il consueto spettacolino di Natale che quest’anno verrà centrato maggiormente sulla tradizione religiosa cattolica, tanto è vero che il titolo sarà “Il Natale di Gesù”. Comunque niente paura: l’arrivo di Babbo Natale è assicurato ugualmente.

Nell’ultimo giorno di scuola, probabilmente il 23 dicembre, i canti Natalizi dello spettacolo verranno ripetuti in chiesa in un concerto più …formale.


Il portavoce del Mago (R.B.)

 

 

 

SIAMO DIVENTATI UNA SQUADRA VERA

 


Il titolo potrebbe far sorgere nel lettore una serie di domande di carattere tecnico che portino a risposte adeguate attraverso numerose ed argute riflessioni.

Infatti qualcuno potrebbe pensare che la Montanina è diventata una squadra vera perchè finalmente abbiamo un portiere,Ciccino di Castello, che sostituisce in modo fisicamente “adeguato” lo scheletrico e lunghissimo Carlino, bloccato in infermeria prima da un’atavica pubalgia, poi ,al momento dell’agognato rientro,dalla rottura del menisco occorsa nel tentativo, mai riuscito in carriera,di parare un calcio di rigore.

Altri tifosi, magari, potrebbero credere che la Polisportiva, attingendo al proprio ricco budget, abbia acquistato due terzini fluidificanti “di peso” per sostituire Poldino e Pepino che,come suggeriscono i nomi stessi, non eccellono certamente per prestanza fisica.

Fino ad ora i nostri due giocatori (forse è azzardato definirli cosi’!!) sopperivano alle lacune fisiche e tecniche con un’adeguata preparazione atletica che, però,con il passare degli anni è stata fortemente limitata dall’età (senti chi parla!!!).

Infatti tra i compagni di squadra sorge sempre più frequentemente l’amletico dubbio:”Ma Pepino oggi giocava?”

Altri Montanini,forse più ingenui,potrebbero sperare che sia stato ridisegnato il centrocampo con l’arrivo di un “Bel Regista” perché risulta evidente la mancanza del Ciuti.

Ovviamente Andrea continua ad essere “Bello”(o cosi’ si crede), ma non è più un Regista(ammesso che lo sia stato).

Andrea è un carissimo amico e mi manca veramente sia dentro lo spogliatoio,sia in campo per il suo sbuffare e per il suo “ballettare” quando un incauto e tecnicamente poco dotato compagno lo obbligava a fare due metri continui di corsa a causa di un passaggio impreciso.

Spero rientri presto,dopo Natale, perché, e questo è vero,nessuno ha mai tirato le punizioni come lui.

Per questo motivo è rimasto un centrocampo muscolare, ruvido, costituito dal Rubesh, dal Meo “muscolo di seta” e da Flavio; quest’ultimo per somigliare sempre più al suo idolo e allenatore, oltre che cognato, è arrivato al punto di tagliarsi a zero i capelli, ma anche questo estremo tentativo non ha ridotto le differenze tecniche che li separano.

Non ho dimenticato “Leo”, ma a causa di tutti i ruoli che ricopre, cuoco compreso, si scorda sempre più frequentemente quello di giocatore. La paura del mister è che stia seguendo anticipatamente le orme di Pepino (del tipo “al peggio non c’è mai fine!!”)

Allora chi legge potrebbe credere che la squadra abbia un attacco atomico che riesce a sopperire a tutte le carenze degli altri reparti. Vi posso assicurare che non è proprio così, perché il “rapace delle aree di rigore” che vi scrive, per anni riconosciuto bomber della Montanina, adesso riesce raramente a centrare lo specchio della porta ed ancor più raramente riesce ad evitare l’intervento del portiere.

In questo caso il motto “rapace(gallina) vecchio fà buon brodo” non risponde a verità:saranno gli infortuni, sarà l’età,ma il nostro rapace è sempre più spelacchiato!!

L’ottimismo per la sorte del reparto avanzato era cresciuto nel corso degli ultimi anni perché tante belle speranze aveva suscitato il nuovo aspirante bomber “Piotre”, ma il figliolo del Dottore ,pur mostrando tanta passione e dedizione alla causa, non è ancora riuscito a prendere confidenza con il goal:gli dà ancora del “Voi”, come facevano i nostri genitori con i loro nonni!!!

Di Raffa dico quello che mi ha suggerito il suo più grande estimatore, Pipozzo (oggi anche allenatore in seconda) e cioè che il Falconi non è che abbia perso la strada della rete, ma che proprio non l’ha mai trovata!!

A questo punto verrebbe da credere che la Polisportiva abbia riposto tutte le speranze nell’ingaggio del nuovo allenatore(“spes ultima dea” per dirla elegantemente,”chi visse sperando morì…….” per dirla con una frase delle nostre parti) affidando la responsabilità tecnica della squadra a Gianni.

Gianni si è preparato bene, andando anche a ripetizione da Angela e modificando profondamente il proprio modo di comportarsi, rinnegando,così, 30 anni di onorata carriera infarcita di innumerevoli espulsioni e conseguenti lunghissime squalifiche.

Il mister sta dando davvero il meglio di sé: infatti ha partecipato a più allenamenti in questi tre mesi che in tutta la sua carriera!!

Inoltre il nostro eroe è anche astuto, sottile, perché, per non rovinarsi la media delle presenze agli allenamenti e,ovviamente, potendo decidere insindacabilmente, ha stabilito che mai e poi mai verranno fatti allenamenti quando l’Inter gioca in Champion’s League.

A Gianni voglio tanto bene, per cui non glielo confesserò mai, però sono certo che come giocatore è stato incomparabilmente più bravo di quanto non lo sia adesso come allenatore.

Quindi al termine di tutte queste argute riflessioni, la domanda sorge spontanea :”Perché la Montanina è diventata una squadra vera?”

Perché la Società si è adeguata ai tempi e rifacendosi al vecchio adagio”anche l’occhio vuole la sua parte” ha deciso di curare maniacalmente, come accade nelle squadre vere, l’immagine dei propri giocatori dotandoli di nuovissime e fiammanti divise sociali da riposo. Così, ogni sabato, i giocatori della Montanina sciamano, come per magia, per le vie del paese, indossando fieri e baldanzosi le divise sfavillanti.

Come avrete capito finora ho scherzato sicuro che anni di militanza mi permettano di scrivere in tutta libertà senza che nessuno si offenda.

Infatti mi sento molto affezionato a tutti i compagni ed apprezzo gli sforzi che la Società sta facendo per farci divertire e “renderci presentabili”.

Ho scritto queste due righe per dire che le cene dopo gli allenamenti sono importanti così come sono gratificanti le divise sociali nuove, ma che tutto questo deve servire a farci diventare un gruppo vero, sia dentro sia fuori dal campo.

Sono sicuro della cosa più importante, cioè’ della forza del nostro gruppo fuori dal campo, mentre lo sono un po’ meno per quello che succede dentro e la classifica ne è testimone.

L’augurio con il quale concludo è quello di poter dire, nel prossimo numero del giornalino, che siamo un gruppo completo a cui non solo piace stare insieme ma che riesce anche a vincere tante partite.

Ciao a tutti dal Rapace (detto anche Roberto Sabatini) e … Forza Montanina !!!!!!!!


Roberto Sabatini


 

Cultura… o quasi

Lo gradireste un goccio di Vin Santo?

 


E’ stato questo il titolo della prima manifestazione regionale e forse nazionale in onore del Vin Santo. Tenuta l’8 dicembre a Montefollonico, per quanto realizzata in pochissimi giorni, ha avuto un grande successo.

Produttori di vini pregiati che il Vin Santo lo fanno per vendere ma anche per arricchire la propria immagine, proprietari di antiche fattorie, produttori “amatoriali” di Montefollonico, che fanno da sempre il Vin Santo per sé e per gli amici, intenditori raffinati e normali consumatori, non per questo meno esigenti, hanno partecipato al Convegno e degustato le tante varietà di Vin Santo disponibili.

Pensata e organizzata dall’amministrazione comunale con l’appoggio della provincia e della regione, e realizzata grazie alla collaborazione attiva del produttore Vittorio Innocenti, della ceramista Mariella Spinelli, della signora Dania Masotti, e della insostituibile Associazione Polisportiva Montanina, la manifestazione era articolata su un convegno tenuto in palazzo Pretorio e su due  degustazioni  in sale diverse.

Al Convegno hanno parlato, oltre al Sindaco Giordano Santoni e all’Assessore alle attività produttive Paolo Malacarne, al quale si deve buona parte del risultato, il giornalista Carlo Macchi, i produttori Vittorio Innocenti e Ettore Falvo, l’Assessore provinciale Mauro Mariotti e il presidente del Consiglio Regionale della Toscana Riccardo Nencini.

I relatori hanno sottolineato la lunga tradizione del Vin Santo in questa zona e in particolare a Montefollonico, dove quasi in ogni casa ci sono gli appositi caratelli e ogni famiglia è in grado di offrire all’ospite un eccellente “vinsantino”. Vittorio Innocenti, appassionato produttore di vini e di Vin Santo, anche se alieno dalla mistica settoriale, ha ricordato che nel 1968 ai Montanini venne l’idea di organizzare, verso la fine dell’estate, una “Festa del Vin Santo” che per qualche anno fu realizzata con successo, parte al Tondo e parte in paese. Poi i montanini, come al solito, si stancarono (qualcuno ricorda la “Ruzzolata del Cocomero”?) e la festa finì anche se il Vin Santo seguitarono a farselo e a berlo

Il tema ha portato fatalmente ma giustamente, a spezzare una lancia in favore della protezione dei prodotti tipici, sostenuta un po’ da tutti ma con maggior impegno dall’assessore provinciale e dal presidente del Consiglio Regionale che hanno sottolineato l’intenzione di far redigere dei disciplinari ad hoc e di indicare i luoghi di produzione con cartelli sulle strade simili a quelli che indicano chiese e edifici monumentali.

Infine, dato il successo della manifestazione, è stata prospettata l’ipotesi che venga istituzionalizzata e ripetuta ogni anno. Per noi sarebbe una iniziativa di grande importanza ma perché vada in porto a nostro favore dobbiamo essere consapevoli che Montefollonico (e per esso il comune di Torrita) dovranno probabilmente battersi contro concorrenti agguerriti. La rendita di posizione sul prodotto tipico - e in questo caso è un prodotto di prestigio che può arricchire l’immagine degli altri vini della stessa zona o del medesimo  produttore - fa gola certamente a tanti paesi e cittadine di questa provincia. Per vincere l’eventuale concorrenza il comune dovrà fare del suo meglio anche per quanto riguarda la manutenzione di Montefollonico (soprattutto selciati e parcheggi).

 

Dopo il Convegno si sono svolte due degustazioni: una, dedicata al Vin Santo “professionale”, è stata ospitata da Mariella Spinelli nella “sua” chiesa sconsacrata di San Bartolomeo. E’ la più antica    di Montefollonico, molto suggestiva; in essa, normalmente, la signora Spinelli crea ed espone le sue raffinate e originali ceramiche. Nella piccola navata di questa chiesa romanica erano pronte parecchie marche di Vin Santo proveniente da vinificatori di prestigio, già ufficialmente riconosciute come le migliori, oltre a qualche bottiglia di Vin Santo “amatoriale”, giudicato particolarmente meritevole dal giornalista specializzato ed esperto assaggiatore Carlo Macchi. Insieme al Vin Santo facevano gioire i convenuti anche vini…”laici” di grande qualità della provincia senese, in compagnia dei consueti prodotti tipici: formaggi e salumi.

La preparazione delle tavole e il servizio prima, durante e dopo gli assaggi sono stati curati dal personale dell’albergo-ristorante La Chiusa, sotto la guida attenta della signora Dania Masotti, che del locale è proprietaria e noto “Chef”.

L’altra degustazione si è tenuta alle ACLI. Organizzata dalla Polisportiva, sottoponeva al giudizio dei presenti il Vin Santo dei produttori montanini “amatoriali“, cioè dei paesani (almeno una trentina) che lo fanno per sé e per gli amici. Sono vinsanti buonissimi, che non hanno niente da invidiare a quelli professionali. Il motivo è evidente: chi lo fa per sé cerca di farlo quanto più buono è possibile, visto che se lo beve lui e deve fare bella figura con gli ospiti.

Prima, durante e dopo la degustazione, assistita da vari tipi di cantuccini e biscotti, le ragazze e i ragazzi della Polisportiva si sono prodigati come al solito: hanno addobbato il locale delle Acli e parte del paese, hanno preparato le schede di valutazione, hanno raccolto le bottiglie di Vin Santo dei compaesani e infine, sempre con un sorriso, lo hanno servito.


Renzo Butazzi

 

Restaurata la cappella del Crocifisso di Brandano

 


Come ogni anno, da antica tradizione, il 6 novembre la parrocchia di Montefollonico ricorda il suo patrono, San Leonardo eremita.

Quest’anno in modo speciale perché, prima della solenne Messa pomeridiana, in cui è stato conferito il sacramento della Cresima a undici ragazzi da parte del vescovo diocesano Mons. Rodolfo Cetoloni, è stata tenuta la presentazione ufficiale di un’importante opera della nostra pieve: il recupero completo della Cappella del Crocifisso di Brandano in San Leonardo.

Dall’osservazione diretta delle opere e dalla consultazione limitata ad alcune fonti storiche locali – ha detto nella sua relazione la dottoressa Laura Martini della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Siena che ha diretto i lavori di restauro – la cappella appare caratterizzata dal monumentale altare in legno di gusto classicheggiante, intagliato e dipinto in oro e azzurro e a finti marmi, che il restauro ha reso pienamente leggibile nella sua incredibile policromia.

La tipologia architettonica – ha continuato la dott.ssa Martini – risale con probabilità al tardo Cinquecento o al primo Seicento, a giudicare dal repertorio decorativo ancora decisamente di stampo classico. Esso fu costruito dai fedeli di Montefollonico, come tramanda la tradizione, per accogliere il prezioso e antico crocifisso ligneo, molto venerato fin da tempi lontani.

Il Crocifisso non fu collocato direttamente sulla parete dell’altare ma sopra una tela eseguita agli inizi del Seicento dove sono dipinti alcuni Santi in adorazione della Croce. Si riconoscono chiaramente S. Francesco di Assisi, Santa Caterina da Siena e Santa Caterina di Alessandria, mentre il primo Santo a sinistra in abito scuro, che regge un bastone fiorito non è ben identificabile.

Il Crocifisso è databile sicuramente tra la fine del Duecento e i primi del Trecento ed è denominato, dalle fonti storiche e dalla tradizione popolare, “il Crocifisso di Brandano”. Il Brandano, grande predicatore e sostenitore delle pratiche di penitenza, vissuto fino al 1554 e morto in concetto di santità, è stato molto venerato almeno fino agli inizi del Seicento, come si ricava da un documento del Vescovo Camillo Borghesi del 1614; in esso il Vescovo afferma di “ritenerlo degno di essere aggregato al numero dei nostri beati per aver fatto miracoli, molti anni di penitenza ed aver avuto il dono della profezia”.

Per questo se ne deduce che il pittore seicentesco – ritenuto dalla Martini essere Giovanni Antonio Cerratelli da Scrofiano, allievo del più famoso Francesco Vanni – abbia voluto effigiare Bartolommeo Garosi da Petroio, detto il Brandano e la cui moglie era di Montefollonico, anche se si stenta a riconoscerlo come vuole la tradizione, riportata, nel 1700, dallo storico Gio. Antonio Pecci. Questi riferisce che nei suoi pellegrinaggi Brandano, in quanto appartenente agli agostiniani, camminava a testa scoperta, in abito bianco e un grossolano saio di lino, sostenendo con una mano un crocifisso e con un’altra un teschio, mentre predicava ai popoli la penitenza e annunciava i divini flagelli.

Ci tramanda ancora il Pecci che Brandano fu “…reso degno di provare i dolori della Passione di nostro Salvatore per mezzo di un’immagine antica di un Crocifisso che si venera nella chiesa maggiore di Montefollonico, chiamato comunemente il Crocifisso di Brandano”. Tanto da dedurne che sia proprio Brandano il Santo ai piedi del Crocifisso.

Nella cappella, fatta restaurare da Mons. Divo Zadi a ricordo dei suoi cinquanta anni di sacerdozio per lasciare un ricordo tangibile al suo paese d’origine, ci sono da sottolineare, insieme all’altare e a questo successive, due tele ai lati, anch’esse seicentesche: la Vergine annunciata e l’Angelo annunciante, di ottima fattura, che il Brogi riferisce a Giov. Battista Giustiniani, un pittore vissuto e operante a Siena nella prima metà del Seicento.

Per comprendere meglio le suddette opere d’arte cristiana rimane da sottolineare un’ultima cosa: la loro funzione didattica e d’evangelizzazione, in quanto sono state fatte perché la gente vedendole potesse attingere alle sorgenti della fede.

Nel caso del crocifisso ligneo di Montefollonico l’opera è stata certamente realizzata per la devozione e per la venerazione dei fedeli, per rinnovare nei loro cuori il mistero della morte di Cristo, volendo mettere in luce il tema del dolore e del sacrificio, a differenza dei precedenti crocifissi bizantini (dal secolo VI al secolo XII) che mettevano in evidenza il trionfo sulla morte, vestiti di tunica, vivi, maestosi, gloriosi, trionfanti. Fin dai tempi più remoti, comunque, nelle chiese il Crocifisso ha avuto sempre un posto privilegiato: o era posto sopra l’altare maggiore oppure sopra le transenne o le iconostasi che separavano la zona del coro da quella dell’altare vero e proprio. E spesso gli era dedicata una cappella, come nel nostro caso.


 

Don Giovanni Raffaelli

 

Via da Babele


Previsioni del tempo: <Una babelica confusione sta investendo l’Europa!>. Avvertenze per i lettori: <Rimanete calmi ed evacuate le menti!>. La pubblicità incalza: <Stiamo costruendo il tuo futuro>. Le immagini si sovrappongono nella nostra mente, i pensieri si fanno caotici e disordinati, le parole escono con difficoltà secondo un loro ordine illogico. L’uragano è passato. Ora stiamo calmi: dopo aver accuratamente “depurato” le nostre menti, ci affidiamo a chi ci assicura di costruire il nostro futuro. Finalmente faremo parte della grande cultura europea. Biglietto di ingresso: l’inglese.

Bambini di sei anni e adulti di quaranta si ritrovano nei banchi di scuola per apprendere la lingua che permetterà loro un futuro migliore, dove ogni barriera linguistica verrà abbattuta, dove tutto il mondo sarà un grande paese.

L’inglese, meglio di altre lingue, sembra il solo idioma capace di soddisfare le esigenze di comunicare rapidamente del mondo odierno e l’unico autorizzato a farlo. L’Italia sembra essersi accorta della necessità di conoscere questa sintetica lingua solo da qualche anno, o perlomeno solo recentemente è diventata come una moda da seguire.

I cosiddetti paesi “meno sviluppati” avevano già compreso da tempo, a loro spese, che l’inglese era un indispensabile lasciapassare per “il nuovo mondo”. Noi italiani ci siamo affidati per anni alla nostra grande capacità mimica, sicuri che questa potesse aiutarci in qualsiasi situazione. Comunicare grossolanamente con gli altri popoli non era per noi poi così difficile, ma farlo in maniera soddisfacente lo sarebbe stato sicuramente di più. Per anni siamo stati messi in ombra da popoli apparentemente più capaci di noi.

Nella nostra cultura non era indispensabile sapere una lingua, talvolta neppure conoscere la nostra era così importante, bastava saper far di conto. Oggi essere in grado di comunicare efficientemente in un’altra lingua è diventato vitale.

Quando decisi di studiare le lingue non sapevo bene verso cosa andavo incontro. Non sapevo cosa mi aspettava. Fui affascinata dalla dolcezza del francese, colpita dall’essenzialità dell’inglese e attratta dalla razionalità del tedesco. Tre culture e tre realtà diverse mi aprivano le loro porte. Io, spettatrice e protagonista vivevo - e vivo tutt’ora - in tre dimensioni diverse. Poco a poco incominciai a considerare l’apprendimento di una lingua fondamentale per lo sviluppo formativo di un individuo e l’abbattimento di barriere linguistiche. Cominciai a capire che riuscire a comunicare in un’altra lingua con popoli diversi era sicuramente un passo essenziale per la profonda comprensione del loro differente modo di vivere e di pensare. Incominciai ad elaborare il pensiero che entrare a contatto con un’altra cultura fosse un po’ come vivere un’altra vita.

Inizialmente avevo scelto le lingue quasi per caso, ma non all’oscuro della bellezza nascosta dietro a qualcosa che non si conosce. Gradualmente mi ero innamorata, più per costanza che non per un repentino colpo di fulmine, della magia che aleggiava intorno agli altri popoli, alle loro usanze, ai loro costumi. Non era solo il loro linguaggio ad affascinarmi, ma il loro modo di vivere, così diverso e pur così simile al nostro.

L’apprendimento delle lingue per me era legato più a fattori emotivi, impulsi emozionali, piuttosto che ad un freddo calcolo razionale. La prospettiva del lavoro non era così chiara, in me c’era solo la voglia di dissetarmi con la conoscenza. Se poi mi sia dissetata ancora non mi è chiaro e forse non lo sarà mai.

Purtroppo mi sono accorta che in realtà, per molti, le lingue, in particolare l’inglese, rappresentano solo corsi di sopravvivenza, necessari per sopra(v)vivere in un mondo in cui i lupi affamati sbranano le pecore, impastoiate dalla loro confusione.


 

Elena Trombetti

 

R come “rosa”

 


In attesa che su “Aria del Monte” possa ricomparire la bella rubrica di recensioni, tenuta da Gianfranco “Canniccio” Rossi, vorrei parlare di un libro che ho letto ultimamente e che mi é sembrato particolarmente interessante. Non é nuovissimo perché é uscito nel 2003, e non é un romanzo. E’, a suo modo, un libro di storia e di costume italiani, raccontati attraverso un fenomeno che segnò gli anni del dopoguerra e rappresentò una delle vie italiane alla modernizzazione e alla cultura di massa che precedettero la televisione. Il fenomeno é il fotoromanzo, che nacque - o, si potrebbe dire, fu inventato - nel 1946 in Italia, prima che in altri paesi. “Il fotoromanzo” é infatti il titolo del libro ( Il Mulino, 2003) che appassiona e incuriosisce come un romanzo - svelto, vivace, ironico e profondo - solo che i protagonisti siamo noi italiani, con le nostre stranezze, i nostri ritardi e i difetti, che non escludono entusiasmo e ottime intuizioni. Ne é autrice Anna Bravo, docente di storia sociale e storica delle donne, alla quale si devono importanti indagini centrate sul rapporto donne-guerra.

Il fotoromanzo fu tenuto a battesimo dall’editore Del Duca di Milano, un nome storico per gli appassionati di fumetti. Negli anni ‘30, quindi con il regime fascista sospettoso dei giornali a fumetti  ritenuti troppo “americanizzati”, Del Duca aveva non solo portato al successo gli album de “L’Intrepido”, ma, unendo all’avventura l’intreccio amoroso, aveva conquistato anche le ragazzine alle “strisce”. A “L’intrepido” collaboravano già due scrittrici che diverranno famose nella narrativa “rosa” tra gli anni quaranta e cinquanta, e che l’editore assocerà subito alla nuova iniziativa: Luciana Peverelli e Wanda Bontà. 

Il 29 giugno 1946 Del Duca manda in edicola il primo numero di “Grand Hotel” con una prima tiratura di 100.000 copie; in pochi giorni, si susseguono 14 ristampe.  Qual’era la novità? Il giornale raccontava storie, soprattutto d’amore, escludendo quasi completamente la prova-lettura (siamo, in quegli anni, un paese ad altissimo tasso di analfabetismo): il racconto si svolgeva attraverso scene disegnate (dai maggiori cartellonisti e disegnatori del momento), con  dialoghi formati da brevi battute racchiuse nelle nuvolette del “fumetto”, mentre scarne didascalie spiegavano il susseguirsi degli avvenimenti e il divampare dei sentimenti.

Il successo incoraggiò la concorrenza, e le due successive testate, “Sogno” e “Bolero Film”, ambedue uscite nel 1947, sostituirono fotogrammi ai disegni, autodefinendo le proprie storie come “fotoromanzi”.

Proprio “Bolero Film” era portatore di segnali che indicavano l’interesse di ambienti più “colti”, o comunque significativi, per una produzione editoriale che era immediatamente riuscita a conquistare fasce finora ignorate di pubblico. Intanto, essendo pubblicato da Mondadori, “Bolero Film” apparteneva al circuito della grande editoria, poi diffondeva l’idea della fotografia in alternativa al disegno che sembra sia stata di Zavattini; infine, a partire dai primi numeri, tra i registi dei fotoromanzi, figurava Damiano Damiani che dopo qualche anno si segnalerà come uno degli autori più impegnati del cinema italiano.

In pochissimi anni l’affermazione del nuovo genere aveva sollecitato l’interesse di molti giovani che si occupavano di cinema. Nel 1949, Antonioni fece del fotoromanzo il soggetto di un cortometraggio “L’amorosa menzogna” e cominciò a pensare ad un nuovo soggetto che diventerà “Lo sceicco bianco” di Fellini, uscito nel 1952, in cui le “strisce” con gli attori in posa, proprio perché ridicolizzate, venivano già considerate come un fenomeno di costume. Più che un parente povero del cinema, il fotoromanzo significò, per i più avvertiti, un test per saggiare territori sconosciuti  della psicologia italiana, da cui ricavare una certezza che era anche una garanzia: il racconto amoroso non scade mai.

La nuova fabbrica di sogni era una via di mezzo tra i giornali a fumetti destinati ai ragazzini e agli adolescenti e i romanzi popolari per adulti, ma il suo rimaneva un universo giovane che incuriosiva anche gli adulti-anziani; le sue storie si svolgevano sempre all’interno di scenari urbani, ma i valori trionfanti erano quelli della vecchia civiltà contadina: saggezza, misura, onestà (quegli stessi che, negli anni cinquanta, portarono al successo cinematografico il filone “Pane, amore e fantasia”). Ogni storia aveva come protagonista la coppia e il malinteso tra innamorati, che si scioglierà solo alla fine, ne costituiva l’eterna suspense;  come imparerà, da qui, la fiction televisiva. Avendo per referenti la vita e i costumi giovanili, il fotoromanzo offriva il brivido della trasgressione e, insieme, la certezza e il sollievo del lieto fine.  Gli intrecci, é vero, erano ripetitivi; ma che importa? Come mostrano, tra l’altro, anche le fiabe infantili, un’esperienza, quando é gradevole, va ripetuta.

Dal cinema, soprattutto americano, provenivano le icone di gioventù e bellezza che animavano lo scenario amoroso del fotoromanzo, e i divi del momento - da Ava Gardner a Vivien Leigh, da Liz Taylor a Rita Hayworth, da Robert Taylor a James Dean - fornivano il prototipo estetico dei personaggi, disegnati o impersonati da simil-sosia. Rispetto al cinema nazionale, non era infrequente il caso di attori e attrici che apparivano sui due media, probabilmente alimentando con la popolarità da fotoromanzo quella da film, più difficile da raggiungere; i casi più eclatanti riguardano Gina Lollobrigida e Sofia Loren. 

L’intuizione più avveduta e lungimirante  dei pionieri del fotoromanzo fu comunque quella di interpretare alcune aspettative, magari non ancora espresse, di una larga fascia femminile uscita dalla guerra profondamente

cambiata, stretta tra le trasformazioni che aveva contribuito a determinare e la prospettiva di un “nuovo” dalle linee incerte. Era il momento di proporre protagoniste dai tratti vincenti, non deboli e inferiori, che trasmettessero sicurezza e ottimismo a ogni tipo di lettore. Quindi, anche agli uomini.

Manca del tutto una radiografia della lettrice/lettore tipo di fotoromanzi, ma le cifre raccolte nel volume rivelano una dimensione e una fisionomia insospettabili del fenomeno. Un’inchiesta televisiva del 1962 avanzava una stima di 15 milioni di lettori di fotoromanzi, tra uomini e donne. Di questi, una ricerca del 1958 aveva indicato un 25% di maschi come lettori di “Grand Hotel” e “Bolero Film”, tra i quali prevalevano uomini a scolarizzazione alta o media (nei primi anni ‘60, un sondaggio francese segnalava, tra i lettori di “Nous Deux” -  gemello francese di “Grand Hotel”- il 42% di uomini).

Il nuovo strumento editoriale dimostra la sua vitalità inserendosi, al di là delle critiche, tra i media più ricercati per le comunicazioni di massa.  Per quasi 10 anni, nonostante  le vendite non ne risultino scalfite, sui fotoromanzi piovono accuse pesanti sia da parte della cultura “alta”, sia dalla stampa e dai partiti, tanto cattolici che di sinistra. Ma fu proprio il PCI, forse il più acido tra i suoi detrattori, a utilizzare tra il 1953 e il 1965, fotoromanzi “politici” studiati e realizzati per la sua propaganda elettorale. Da parte cattolica, le operazioni più impegnative furono i fotoromanzi sulle vite dei santi, prodotti tra gli anni sessanta e settanta. Ad esse si accompagna “Famiglia cristiana” che pubblica, tra il 1959 e la metà degli anni settanta, fotoromanzi tratti dalla riduzione di classici, storie di santi e storie amorose a sfondo sociale.

La crisi delle ideologie, a cavallo tra gli anni settanta-ottanta, metterà alle strette i moralismi di ogni colore, e il fotoromanzo comincerà ad essere analizzato - é il caso di questo libro - come protagonista importante della cultura di massa. Diventa soggetto di seminari universitari, si assegnano tesi su “Grand Hotel” e sulle altre testate (molto più numerose di quelle che ho segnalato); finché nella “Storia della Letteratura Italiana” pubblicata da Einaudi, insieme alla voce “rosa”, relativa al romanzo commerciale amoroso, comparirà la voce “fotoromanzo”.


Grazietta Butazzi

 

 

RISORTI GLI OSCURI A TORRITA

 Forse non tutti lo sapranno, ma a Torrita è stata rifondata l’Accademia degli Oscuri, storico sodalizio culturale. E’ accaduto il 29 gennaio di questo anno per iniziativa dell’avvocato Fabrizio. Betti, che, dopo aver maturato l’idea insieme ad altri volenterosi ha diffuso una fervida lettera piena di entusiasmo cui hanno risposto positivamente molti torritesi e montanini. Diciamo “rifondata” perché questa associazione ha un’antica storia: infatti venne fondata nel 1760 da alcuni torritesi amanti della poesia e della letteratura e nel 1763 fu riconosciuta dal Granduca di Toscana Francesco I. Nell’atto di nascita stava scritto che “L’Accademia deve essere composta di Persone culte, di qualunque grado, esercitate in belle lettere, o almeno alla recita delle Commedie, come anche di quelle Persone, che esercitano Atti Civili, purché si adattino alla recita o ad altre composte in Teatro”.La tradizione delle Accademie risale al Rinascimento, ma fino alla prima metà del secolo XVII la loro diffusione fu piuttosto lenta e limitata ai centri di maggior rilievo, mentre nei cento anni successivi conobbe un’ampiezza senza precedenti, come rileva Duccio Pasqui nella sua introduzione a “Teatri, luoghi di spettacoli e Accademie di Montepulciano e in Valdichiana”, Edizioni del Grifo. Anche nella nostra zona nacquero numerose, ciascuna con un suo teatro. Oltre all’Accademia degli Oscuri ricordiamo l’Accademia degli Intrigati di Montepulciano, quella degli Arrischianti a Sarteano, l’Accademia dei Concordi a Sinalunga, che poi cambiò nome in Accademia degli Smantellati (con riferimento alla distruzione del paese per opera dei senesi nel 1312). La rifondata Accademia degli Oscuri, guidata da Fabrizio Betti, nominato Arcioscuro secondo la tradizione, è un sodalizio culturale senza scopo di lucro, che intende promuovere ricerche, studi, analisi, dibattiti e pubblicazioni riguardanti sia il territorio del comune di Torrita, sia aspetti culturali in senso lato.Infatti la sua attività è orientata su due settori specifici delle scienze umanistiche, e viene sviluppata da due gruppi distinti: “La Brigata degli amici dell’Arte di Torrita” si occupa della storia e del patrimonio artistico della comunità torritese, mentre “La Congregazione Umanistica Torritese” si impegna per meglio conoscere e far conoscere la letteratura, la filosofia, il teatro, la musica. Una volta al mese (e cioè il primo venerdì alle ore 21) gli Oscuri organizzano, nella loro sede in via S. Martino (denominata “Stanza delle Scienze”, in ossequio all’antica tradizione): dibattiti, incontri di studio e conferenze i cui atti per ora sono pubblicati internamente e consultabili su internet; ma speriamo che in un futuro prossimo vengano rilegati in un bel volume da diffondere in modo tradizionale.Attualmente gli iscritti, ufficialmente conosciuti come “Accademici” ma indicati anche come Oscuri sono centosette e secondo il consigliere Enzo Sodi, che ci ha illustrato le caratteristiche e gli scopi del sodalizio, il numero sembra destinato a crescere perché l’Accademia riscuote un vero interesse tra i torritesi (e non solo). Un interesse comprensibile perché, viste le iniziative già realizzate in questo breve periodo di vita e il programma pubblicato nell’ottimo sito internet (www://accademiadeglioscuri.it) e sulla bacheca dell’associazione esposta in via Maestri a Torrita di Siena, l’Accademia si presenta vitale e ricca di intenti positivi. L’indirizzo per la posta elettronica è info@accademiadeglioscuri.itL’Accademia degli Oscuri è anche  importante per noi montanini in quanto, fra l’altro, dai suoi lavori possiamo ricavare molte informazioni sulla storia della nostra comunità e sui nostri luoghi. Per esempio, sono già stati pubblicati “Appunti di Storia sul Conventaccio” di Fabrizio Betti e “Appunti di storia su San Valentino” di Patrizia Cassioli.L’unico neo (se così si può chiamare) che abbiamo trovato leggendo le informazioni su internet è il metodo di ammissione, che non sembra molto incoraggiante per chi fosse interessato a farne parte. Infatti gli Oscuri ci fanno sapere che “L’ammissione all’Accademia non è automatica: l’aspirante accademico dovrà essere presentato da due Accademici tramite apposita istanza da sottoporre al consiglio direttivo”. Peraltro è lo stesso Arcioscuro che ci comunica, come vi sia in tutti gli Accademici un’aspirazione ad aumentare l’attuale esigua rappresentanza di montanini, invitandoci ad estendere l’invito a chi abbia sensibilità verso le tematiche statutariamente previste al fine di partecipare al sodalizio.D’altra parte risulta dall’originario elenco degli Accademici del 1764, come vi siano stati all’epoca, moltissimi montanini nell’originario sodalizio. Chiunque fosse interessato, può prendere contatto con ciascuno degli Accademici i cui nominativi sono indicati nel sito alla pagina “chi siamo”.Facciamo quindi i nostri migliori auguri a un sodalizio che si propone, a quanto leggiamo nei suoi documenti di agire seguendo il principio della ricerca, quanto più possibile “del giusto, del vero e del bello”.


 

Alessio Capitoni

 

Lettere al giornalino e non

 

                                                                               

Il lettore e compaesano Massimo Mangiavacchi ha scritto e inviato al Sindaco due lettere che ci ha chiesto di pubblicare non avendo ancora avuto una risposta. Siamo lieti di poter riportare, insieme ad esse, anche la risposta che il Sindaco gli ha inviato (e ci ha trasmesso) mentre stavamo ultimando il giornalin.

 

Roma, 1 ottobre 2004

 

                                                                                Preg.mo

                                                                                Sig. Giordano SANTONI

                                                                                Sindaco del Comune di Torrita di Siena

                                                                                Piazza Matteotti, 10

                                                                                53049  TORRITA DI SIENA

                                                                               

 

Signor Sindaco,

             mi rivolgo a Lei per manifestarLe tutte le mie perplessità e preoccupazioni per il procedere dei lavori di ripavimentazione di Via Fedro Bandini a Montefollonico. Faccio due premesse:-          non sono un tecnico -          non ho motivazioni ideologiche per avanzare le mie critiche ed osservazioni. Il buon senso ed il desiderio di veder realizzato nel migliore dei modi l’intervento di risistemazione del borgo animano il mio interesse e vorrei sinceramente che l’operato della Sua Amministrazione riscuotesse da parte di tutti consenso e meritevole approvazione. Queste in sintesi le mie considerazioni. La pavimentazione nuova presenta gibbosità notevoli ed ha, specie in alcuni punti, un andamento così irregolare che oltre ad essere decisamente scomodo risulta esteticamente brutto e peggiorativo rispetto al precedente.Le pietre sono state stanziate le une dalle altre in modo eccessivo e le intercapedini ricoperte con una sabbia gialla che, oltre a produrre sporco sono esteticamente un disastro.La casa dei miei genitori ha alcune stanze (cantine, legnaia, ecc.) sotto il livello stradale. Mai, a memoria d’uomo vi sono state infiltrazioni di acqua piovana. Con l’attuale ripavimentazione si è verificato un “allargamento” dei locali, tanto che l’impresa ha dovuto impiantare un cordolo in cemento (una specie di bordo rialzato) che dal muro della casa, per circa 20/25 cm., si sfila verso il centro della strada, anche questo esteticamente tutt’altro che piacevole. Tale inconveniente si è registrato anche in un’altra abitazione. (Sono sbagliate le pendenze del selciato?).Ho visto che tra la base delle mura abitative e la pavimentazione è stato spalmato un bordo di calce che non avevo mai visto prima in nessuna opera analoga, anche questo esteticamente tutt’altro che apprezzabile. La pavimentazione si è coperta di tombini e lastre metalliche assolutamente orribili. In un punto, di pochi metri quadrati, ne ho contate addirittura sette di varia grandezza.        L’effetto è veramente perfido. Sarà lo scotto che si deve pagare ai moderni servizi, ma non ho mai visto anche nei paesi vicini, per non parlare di centri come Siena, Pienza, ecc., cose di questo tipo.  Le chiedo, ma questi lavori la Sua Amministrazione li segue? E’ al corrente dei rilievi che sto facendo? Sta prendendo o ha intenzione di prendere provvedimenti ....... o va tutto bene così? La Sovrintendenza alle Belle Arti non avrà nulla da eccepire? Come reagiranno gli abitanti se dovessero registrare per l’ennesima volta un intervento dell’Amministrazione approssimativo e incompleto? Già ci sono precedenti poco lusinghieri al riguardo! La prego di credermi se le dico che l’intento di queste mie osservazioni è finalizzato solo ad evitare scempi urbanistici, scarsa funzionalità e rispetto del paese al quale sono affezionatissimo e, come me, tutti i suoi abitanti. Le sarei grato se volesse dare una risposta alle domande che Le rivolgo, nell’attesa, certo dalla sua sensibilità, La saluto cordialmente.

                                                                                                (Massimo Mangiavacchi)

 

 

                                                                            Roma, 29 novembre 2004

                                                                    Preg.mo

                                                                            Sig. Giordano SANTONI

                                                                            Sindaco del Comune di Torrita di Siena

                                                                            Piazza Matteotti, 10

                                                                            53049  TORRITA DI SIENA

                                                                               

 

Signor Sindaco,             con questa mia intendo dare seguito alla lettera, purtroppo senza risposta (ma non gliene voglio per questo), che Le ho inviato il 1° ottobre 2004 avente per oggetto l’intervento operato dalla Sua Amministrazione a Montefollonico e relativo ai lavori di ripavimentazione del borgo di via Fedro Bandini, intervento da me giudicato male eseguito ed esteticamente sbagliato. L’esperienza di questo intervento mi ha indotto a considerare con più attenzione quale grado o livello di interesse vi sia da parte dell’Amministrazione comunale di Torrita di Siena, per la sua frazione di Montefollonico e, riflettendo, sono venuto ad una conclusione: da parte di codesta Amministrazione non c’è sufficiente interesse e c’è poco rispetto per questo paese, ed è offensivo per gli abitanti di Montefollonico assistere all’incuria e al degrado e alla disattenzione di cui sono oggetto.Le elencherò i punti salienti che mi consentono di motivare le affermazioni espresse: “la strada dei colli”, quella che dal paese porta fino all’ospedale di Nottola, il cui traffico, proprio per la facilità di accesso all’ospedale stesso è notevolmente aumentato, è in condizioni penose. E’ stretta e pericolosa e già si sono verificati diversi incidenti. Vi sono inoltre 1200 metri di strada sterrata e dissestata, rientranti nel Comune di Montepulciano, che andrebbero sistemati. I due comuni non dialogano? C’è qualche impedimento che non consente al Comune di Torrita di pagare al Comune di Montepulciano un rapido intervento su questo chilometro di strada?A Montefollonico vi sono quattro ristoranti; è troppo chiedere un pò di attenzione per attività che danno lavoro e incentivano l’economia locale? Se provate ad accedere alla Chiusa, uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria locale, vi accorgerete in che stato è tenuta la strada che, oltretutto, serve anche gli abitanti delle case popolari costruite proprio dirimpetto al ristorante. La stessa cosa dicasi per l’accesso al “residence” dei frati, asfalto sconnesso, buche e una specie di fossato laterale che corre lungo quello che era il parco delle Rimembranze dove ancora vi sono residui di vecchie pietre con i nomi ormai illeggibili dei caduti della grande guerra. Dall’hotel della Costa si accede al Triano passando per un borgo dove è evidente lo stato penosissimo delle vecchie pietre della pavimentazione. Quanto ci vorrà per risistemarle?La strada del Triano che sale dalla Chiesa al Pianello è diventata un fossato. Qualche genio ha pensato bene di intervenire spargendo breccia in modo uniforme per tutto il percorso e coprendo quei tagli obliqui in pietra che a distanza di una decina di metri l’uno dall’altro, impedivano all’acqua di correre e dilavare la strada (localmente si chiamano “sciacqui”). I nostri vecchi che li avevano messi in posa non erano stupidi e la strada si era sempre mantenuta decente necessitando di poca manutenzione: Ci voleva questa trovata per peggiorare le cose. Ci vogliamo mettere mano o lasciamo perdere?Parcheggi: Non ci sono parcheggi sufficienti a Montefollonico. E’ troppo chiedere di provvedere? O si continuerà a vedere , specie nei periodi di maggior afflusso turistico macchine disseminate per ogni dove?Per l’immobile di via Fedro Bandini, passato credo in proprietà o comunque in gestione al Comune (con legge regionale) alcuni anni fa, l’Amministrazione operò un intervento lodevole: ristrutturò l’immobile stesso per destinarlo a famiglie o persone bisognose. Il progetto fu accolto con un generale plauso, ma tale progetto contemplava anche la sistemazione del piazzale adiacente (si diceva destinato a giardino pubblico), e la riedificazione del muro di confine (con la abitazione, guarda caso, dei miei genitori) che stava crollando.      L’esecuzione del progetto, che ha consentito di destinare gli appartamenti disponibili secondo i criteri programmati, ha avuto alcune gravi pecche:  l’opera è rimasta incompiuta non essendo stata portata a termine la sistemazione a giardino del piazzale (che è diventato ormai un parcheggio molto sui generis), inoltre non è stata messa in opera la ringhiera sul muro di confine con l’abitazione adiacente. Complessivamente, quindi, anche questa lodevole opera è risultata approssimativa e incompiuta.Il recente intervento di via Fedro Bandini, con la risistemazione della pavimentazione è quanto di più maldestro si potesse auspicare. Credo che sia veramente impossibile approvare un pasticcio del genere. Non solo il lavoro è mal eseguito ma quel tratto di asfalto come tratto terminale del borgo, prospiciente la Torre Moreschini, è un vero insulto al buon gusto e all’armonia di uno dei più bei punti del paese. Non interpreti male questo mio intervento a sostegno di una maggiore attenzione e un maggior riguardo a Montefollonico. Questo paese dovrebbe rappresentare un vanto per la sua Amministrazione: la sua posizione, la sua storia, la sua urbanistica sono un patrimonio.     Vi è un potenziale socio-economico inespresso che può essere fortemente valorizzato, per i giovani per il loro futuro, che non abbiano a sopportare quello che la mia generazione ha dovuto subire, la ricerca di alternative di lavoro lontano dal proprio luogo di nascita. Le iniziative e l’intelligente opera della Sua Amministrazione possono dare un contributo notevole se esiste sufficiente sensibilità e volontà ad operare con impegno per mantenere integro il tessuto urbanistico del paese e fornire servizi adeguati e possibilità di sviluppo turistico e non solo.     Sono certo che comprenderà l’intento tutt’altro che polemico che mi anima e, mi creda, è proprio per timore di un calo di consenso generale nei confronti di chi detiene una significativa maggioranza che La invito, insieme ai suoi collaboratori, a fare ogni sforzo per correggere e realizzare una politica di interventi mirati al bene collettivo di questo paese. Rimango a disposizione per ogni ulteriore chiarimento e porgo distinti saluti.

                                                                                                (Massimo Mangiavacchi)

 

 

Egregio Sig. Mangiavacchi Massimo,

ho letto con molta attenzione le sue lettere ricevute, una il 5 ottobre  e l’altra il 6 dicembre u.s., anch’io, come Lei dice, sono sicuro che le motivazioni che l’hanno spinta a fare delle osservazioni sono sicuramente animate da spirito costruttivo e non polemico e di questo La ringrazio, io credo che per un amministratore il rapporto e la collaborazione costruttiva con i cittadini sia molto importante e quindi lo considero un contributo positivo.Entrando nel merito delle questioni da Lei sollevate, sicuramente nell’affrontare i vari problemi, possono essere adottate soluzioni diverse e raggiunti risultati diversi, nel caso specifico,  trattandosi di interventi pubblici, non sempre la volontà coincide con la possibilità di poterlo fare. Ma non mi voglio sottrarre alle Sue osservazioni, anche se vorrei precisare che occorrerebbe aspettare prima di dare un giudizio definitivo, in quanto, devono essere effettuati ancora dei lavori di rifinitura, proprio in relazione agli aspetti da Lei sollevati.In alcuni tratti la pavimentazione presenta effettivamente delle lievi irregolarità, quelle che Lei definisce “gibbosità”, ciò è dovuto essenzialmente al contesto ambientale dell’intervento e alla scelta di riutilizzare la pavimentazione esistente, che a mio modesto parere, rappresenta sicuramente un elemento di ricchezza rispetto alla perfetta regolarità di una nuova pavimentazione. La realizzazione del “bordo di calce” si è reso opportuno proprio per evitare eventuali infiltrazioni di acqua, come anche Lei ci ha segnalato.Relativamente ai  “tombini e alle lastre metalliche” il loro numero è adeguato ai canali di scarico provenienti dalle abitazioni, per quanto riguarda le lastre metalliche la loro grandezza si è resa necessaria, in quanto la normativa impone che i pozzetti dei sottoservizi, siano ispezionabili in caso di guasti.Naturalmente, l’obiettivo dell’Amministrazione è quello di completare i lavori relativi ai sottoservizi ed alla pavimentazione in tutto il centro storico, pertanto sarà ripresentato il progetto per la realizzazione dei lavori relativi al 3° lotto 3° stralcio.Per quanto riguarda le altre questioni da Lei segnalate, viabilità, percorsi pedonali, parcheggi, stato degli immobili pubblici, etc.., per alcuni di essi sono già stati programmati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, altri sono stati inseriti nel programma triennale delle opere pubbliche, altri ancora saranno oggetto del prossimo piano strutturale, in quanto non previsti dagli strumenti urbanistici. Certamente, come anche Lei comprenderà, alcune questioni presentano problematiche abbastanza complesse e richiedono tempi di soluzione non brevi, in relazione non solo alle complessità ma anche alle risorse che necessitano per la loro realizzazione, e premettere, come ha fatto Lei, che il tutto sarebbe da attribuire “ al non sufficiente interesse e sensibilità, e al poco rispetto per il Paese “ da parte dell’Amministrazione, senza tenere conto delle difficoltà esistenti, mi sembra francamente un modo abbastanza semplicistico e superficiale di affrontare i problemi.Dichiarandomi disponibile a fornire ogni eventuale altro chiarimento, ringraziandoLa di nuovo per il prezioso contributo, cordialmente La saluto e auguro a Lei e alla Sua Famiglia un Buon Natale e un Felice Nuovo Anno.

Giordano Santoni

 

Caro giornalino

 

chiedo un po’ di spazio per ricordare il mio babbo, Enrico Mangiavacchi, memoria storica del paese per novant’anni. Ci fu una grande festa per i suoi novanta, partecipò tutto il paese, rendendolo felice e commosso. Se n’è andato il 30 agosto di quest’anno, in silenzio come era vissuto, amato e stimato da tutti. Non starò a fare un forbito necrologio, non era  uno scienziato, uno scrittore di fama, un grande medico. Per me era semplicemente una persona meravigliosa e mi piace proporvi queste poche righe, perché davvero se le meritava.

Era detto Bricche (non si sa neppure cosa voglia dire) - come una mano molto stupida ci ha ricordato, scrivendolo in rosso, caso mai sfuggisse all’occhio di qualcuno, nel foglio affisso al Pianello per la sua morte. (così aveva cominciato a chiamarlo il nonno fin da piccolo. N. d. R.). Il babbo era persona semplice, docile, disponibile, una persona d’altri tempi. Una persona che da ragazzi molte delle mie amiche mi hanno invidiato, diceva raramente di no, anche quando gli si chiedeva di portarci a ballare.

Mi ha fatto fare e vedere delle cose incredibili: ho imparato a guidare il camion che non arrivavo neppure ai pedali, l’Orcia con la sua rena, la legna con il Noci, le trebbiature e la minestra d’ocio con il sig. Perlo, con grandi delusioni per la mia mamma che mi avrebbe voluto provetta ricamatrice da Suor Serafina! Mai dimenticherò la bicicletta rossa, usata, che mi regalò mettendo assieme tremila lire (e allora non era semplice!). Ricordo, come fosse ora, il mio Zenza (Enzo mio cugino) che fece una corsa da infarto per dirmi: “Giuse il tu’ babbo è sopra una bicicletta rossa, è al Chiassino!” E io feci la stessa corsa da infarto per andare a verificare….Era vero! Che felicità, forse di più di quando mi dissero che avevo avuto due gemelli!!

Scherzi a parte, vederlo morire non è stato facile per me che l’ho adorato; non avrei mai immaginato di potercela fare; ma ho voluto avere coraggio per lui, perché sentisse fino in fondo la mia presenza. Stavo lì e gli ricordavo i nipoti, che adorava, tutto quello che mi ha fatto fare, gli parlavo vicino; non so se ascoltava, o capiva quando gli ripetevo che gli ho voluto sempre bene. So solo che l’ho visto andarsene piano piano e che sono riuscita ad accompagnarlo fino alla fine di questo viaggio.

Ciao babbo, dico ciao perché ti avrò sempre nel cuore, mi mancherai perché mi facevi ridere con i tuoi ricordi, le tue battute. Ma anche non mi mancherai perché ti avrò sempre accosto a me.

Grazie per esserci stato.

la tua Giuse. 

 


Caro giornalino

Noi siamo quelli definiti dell’egregio sig. Renzo Butazzi i “disturbatori delle quiete pubblica”, i cosiddetti motorinisti. Volevamo rispondere all’articolo dedicatoci nel numero 13 di “Aria del monte 2000”, dove oltre ad aver definito i nostri motorini rottami, il sogno dell’autore dell’articolo era che attraversasse un ragazzino che rincorreva un pallone e per evitarlo noi dovremmo aver dato una sterzata con testata sul muro e di conseguenza punti di sutura. Io credo che augurare ad un ragazzo di sbattere la testa contro il muro non sia bello, e con questo credo di avere l’approvazione dei lettori, ma a parte questo a cui noi non abbiamo dato peso volevamo iniziare innanzitutto con lo spiegarvi cosa significa per noi giovani quello che voi chiamate rumore.

Il rombo è musica per le nostre orecchie, in fondo ognuno ha i suoi gusti, altrimenti che mondo sarebbe se tutti fossimo uguali! In un paese come il nostro, dove i giovani hanno pochissime opportunità di divertirsi o forse addirittura nulle, le uniche cose che ci piace fare sono di giocare a calcetto (ma sempre non è possibile) e far rombare i nostri motorini, guardare quali di questi cammina di più e tante altre cose che riguardano i motorini.

La parola smarmittati, rottami che cadono a pezzi, per noi è un’offesa, in quanto dio solo sa quanto tempo e soprattutto soldi spendiamo per renderli competitivi o almeno carini.

Ma non volevamo solamente parlare di questo perché come abbiamo detto noi stessi, ognuno ha i suoi gusti, e quindi possiamo capire se ad altri ciò non piace, vi preghiamo solo di non offendere la nostra amata passione.Con questo articolo cogliamo anche l’opportunità di invitare gli amanti delle passeggiate a stare più verso il bordo della strada e non l’uno accanto all’altro perché potrebbe succedere qualche cosa di brutto sul serio, quindi noi ci impegniamo ad andare un po’ più piano e voi speriamo che camminiate più verso il ciglio. Siamo sicuri che da ora in poi tutti condivideremo le strade in maniera semplice e ordinata e che poche persone avranno da ridire l’una dell’altra, perché è già accaduto in passato che sia stata stesa una signora anziana, oppure come è successo al nostro Pocetta (Giulio Stefanucci) che passando con la macchina in mezzo al paese (forse ammettiamolo un po’ più veloce del normale), si è trovato davanti alle scuole un gruppo di passeggiatori che stavano tornando al bar stando però in mezzo alla corsia dove stava transitando. Ma il problema non è stato tanto questo quanto quello che i passeggiatori hanno avuto il coraggio di riprendere Giulio e attaccarlo credendo di avere pienamente ragione.Quindi se vogliamo veramente condividere le strade in tutta tranquillità senza dover correre rischi inutili, sarebbe meglio che sia noi per primi, ma anche voi passeggiatori, stessimo più attenti a quello che facciamo. Con ciò spero che un giorno potremo circolare tranquillamente sulle strade sia noi che voi. Ahi, dimenticavo una cosa riguardo al sogno del sig. Butazzi.

Sai anche noi abbiamo un sogno: ed è che tra un ragazzino che attraversa la strada rincorrendo la palla, il muro e lui, punterei sul Butazzi!… ma è solo un sogno … niente più.

I Motorinisti

 

Cari Motorinisti, come dite giustamente ognuno ha i suoi gusti. Tuttavia, mentre molti si gustano i propri senza imporli agli altri, il rumore lacerante degli smarmittati se lo devono godere anche quelli che ne farebbero volentieri a meno. Credo di non essere l’unico che la pensa così e che quando vi sente sogna almeno di mettervi un tappo di sughero nello scappamento.

Sono però contento che vi siate irritati, almeno avete scritto qualcosa su questo giornale, nel quale i giovani, purtroppo, non sono quasi mai presenti e non per colpa nostra. Ci farebbe piacere se qualcuno di voi, o magari tutto il gruppo, scrivesse qualche altra cosa per “Aria del Monte 2000” anche senza essere provocato.

Comunque mi scuso con i motorini, se li ho offesi, perché loro non ne hanno colpa.

 

Cordialmente

Renzo. B.