Ma non ti eri dimesso
dal giornalino? qualcuno potrebbe chiedermi vedendomi ancora direttore responsabile.
E’ vero; come avevo preannunciato in agosto, durante una riunione pubblica
in Palazzo Pretorio nel periodo della Festa dell’Unità e come avevo detto
ad alcuni collaboratori e lettori, mi ero dimesso. Anche se Alessio Capitoni
lo avesse fatto, senza la mia firma o quella di un altro iscritto all’Ordine
dei Giornalisti, “Aria del Monte 2000” non avrebbe potuto circolare.
Come avevo scritto agli
amici della Polisportiva ritenevo di non essere riuscito a interpretare lo
spirito e gli interessi della comunità di Montefollonico. In seguito alle
reazioni di alcuni Montanini, e alle mancate reazioni di altri alla Festa
dell’Unità, quando avevo preso pubblicamente posizione sull’asfaltatura di
un pezzo di via Bandini, avevo scoperto di essere considerato un “forestiero”
rompiscatole, che non sa niente del Monte e vuole le cose a modo suo.
In pratica, quanto era
accaduto, mi confermava quello che per me è una caratteristica non gradevolissima
di parecchi paesani: sono pronti a brontolare e criticare tra loro l’Amministrazione
pubblica, ma quando si tratta di prendere una posizione collettiva e manifestarla
alla medesima, si tirano indietro. I “rompiscatole” che si sono dati un po’
da fare come “portavoce” si girano, per vedere se chi si era detto d’accordo
mantiene il suo sostegno, e scoprono che i sostenitori sono rimasti in pochissimi.
La paura di assere accusati di disturbare il manovratore invita parecchi Montanini
alla più estrema cautela. ”Non c’ero e se c’ero dormivo” pare l’atteggiamento
prevalente quando si tratta di far valere i diritti della comunità.
Queste erano le mie impressioni
e mi sono “impuzzolito” come si dice qui.
Poi gli amici della Polisportiva
mi hanno detto che non era vero, era stato un equivoco, avevo avuto le traveggole,
mi ero immaginato tutto; mi hanno quasi convinto che la riunione in palazzo
Pretorio non c’era mai stata e neppure la festa dell’Unità. Ma, soprattutto,
mi hanno scritto una lettera di apprezzamento molto amichevole, firmata dal
presidente e da tutti i consiglieri. In essa scrivono, tra l’altro, “…se anche
il problema fossero le facili strumentazioni cui i tuoi articoli potrebbero
essere sottoposti, godresti sempre dell’appoggio del Consiglio in toto”.
Siccome i miei rapporti
con l’Associazione sono sempre stati ottimi e non avevo alcun motivo di fare
il dispettoso con loro, mi sono “spuzzolito”. Ed eccomi qui.
Renzo Butazzi
Cominciamo
con il rimediare a una clamorosa dimenticanza. Nel numero precedente non abbiamo
riportato il lieto evento della nascita il 12 luglio 2004, di Margherita, figlia di Giuseppe Zidda e Alessandra Fè.
Ce ne dispiace moltissimo e ci scusiamo, prima con …lei e poi con la famiglia.
LUGLIO
2004
Come di rito, dal 28 luglio al 3 agosto si è svolta
la Festa de l’Unità di Montefollonico. Anche quest’anno la riuscita è stata
buona, con molte persone “accorse” da tutta la Valdichiana per mangiare i
pici e il cinghiale con i funghi. Molti anche i montanini al dibattito svoltosi
il 29 con i neo Amministratori Comunali Giordano Santoni e Mauro Chechi: il
tema era la finanziaria ma poi, inevitabilmente, il dibattito si è spostato
sui problemi del paese come lo stato delle strade, le fogne di via Rotelli,
il depuratore, la segnaletica, i lavori di
metanizzazione e il rifacimento dell’antico selciato in F. Bandini,
per la quale è prevista l’asfaltatura dell’ultimo tratto: un obbrobrio che,
secondo il Sindaco, ora è inevitabile ma è riparabile in futuro...speriamo!
Dal 15 luglio al 15 agosto, in Piazza Cinughi, nei locali
messi gentilmente a disposizione da Luigia Mangiavacchi, per il secondo anno
consecutivo si è svolto il Mercatino della Solidarietà, organizzato dalle
parrocchie di Montefollonico e Monticchiello. Gli oggetti messi in vendita
sono stati offerti dalla gente del Monte con lo scopo di raggiungere la somma
necessaria per l’acquisto di un forno per cuocere il pane in un piccolo villaggio
etiope. Una volta realizzata l’impresa garantirebbe il pane (sempre che abbiano
il grano!) a 2.500 bambini! Il mercatino è stato visitato da molti “clienti”
ed ha raccolto oltre 3000 euri; ogni visitatore ha contribuito con qualche
euro che per lui, forse, rappresentava pochissimo mentre in Etiopia la somma
raccolta significa mesi di vita!
Due incendi, DOLOSI, il 30. Uno alle 6 (spento dai Vigili
del Fuoco di Montepulciano) che ha causato pochi danni e uno alle 15,30 che
ha mandato in fumo circa 6 ettari di bosco compreso tra il Tondo, la Cava
ed il Convento. Ci sono volute due squadre di Vigili del Fuoco, la Forestale,
la Comunità Montana, la Protezione Civile e due elicotteri privati pagati
dalla Regione Toscana per averla vinta sulle fiamme. Due ore di devastazione
senza senso. L’unica nota positiva è stato l’aiuto della popolazione del Monte
a domare le fiamme: giovani e meno giovani con pale e frasche hanno sicuramente
limitato il già grande scempio (c’era, però, anche qualche spettatore con
le mani in mano!). Un atto incomprensibile che ha fatto male a tutto Montefollonico.
Il 30 sera, nella baldoria della Festa de l’Unità, dei
delinquenti hanno quasi demolito l’automobile di un torritese, che l’aveva
parcheggiata accanto alle scuole elementari (allo stop con via Elba). Speriamo,
egoisticamente, che l’atto criminale sia dovuto a motivi personali e che non
preannunci un dilagare di violenza e teppismo al Monte. Accorsa sul posto
la volante dei Carabinieri.
Il 31 si è svolta un’amichevole di calcio al Monte molto
singolare: la Montanina si è scontrata con il Bassano del Grappa. Gli atleti
d’oltre Po, erano in villeggiatura per un week-end, a San Giovanni d’Asso,
nell’agriturismo dove lo Chef è il nostro Nicola Fè. Ed è stato lui
ad organizzare l’incontro che, ahimè, si è concluso con la sconfitta della
Montanina per 3 a 2.
AGOSTO 2004
Ancora un incendio, questa volta al campo sportivo,
ha fatto tremare Montefollonico. Per fortuna l’assenza di vento e il tempestivo
intervento della popolazione, ha circoscritto il danno a pochi metri di macchia:
qualcuno, psicopatico o particolarmente maligno, ce l’ha con il Monte! La
paura, per un po’, aleggia in paese e ci si inizia a guardare in cagnesco;
alcuni ragazzi fanno ronde di notte. L’anno scorso i danni al campo sportivo
ora gli incendi, c’è qualcuno che in questo periodo si diverte cercando d’impressionare
i montanini.
Il 5, a seguito di un lunga polemica(giustificata) per
la questione dell’asfaltatura degli ultimi metri della via Bandini a scapito
della pavimentazione in pietra, il nostro Renzo Butazzi, Consigliere Comunale
di Rifondazione Comunista, ha rassegnato le dimissioni dalla sua carica.
Mercoledì 11 si è svolta la “3° Cena al Campo della
Polisportiva”. Quest’anno ad aiutarci è venuta Anna Franchetti, la moglie
di Sirio, che con una generosità e un’allegria veramente inaspettate, si è
cimentata in una cena di pesce da 10 e lode! I 92 presenti si sono divertiti,
hanno mangiato bene e, soprattutto, ci hanno sostenuto nelle nostre attività...Grazie
di cuore ai partecipanti, a tutti i ragazzi che ci hanno aiutato e, ovviamente,
ad Anna!
Il 30 agosto all’età di 90 anni muore Enrico Mangiavacchi,
memoria storica di Montefollonico. Ricordava con grande chiarezza le vicende
del paese e degli abitanti fin da quando di anni ne aveva sei o sette|.
Il 31 inizia la preparazione pre-campionato della Polisportiva.
Le novità sono che l’ex mister Andrea Rubegni lascia il posto a Gianni Fè
e ri-veste la maglia bianco-rossa della Montanina; torna Gianni Canestrelli
di Castelmuzio, per gli amici “Ciccio”, che insieme al torritese Luca Benigni
dovrà difendere la porta Montanina (in attesa del rientro dell’infortunato
Carlo Mangiavacchi). Per il resto....non s’è trovato altro; anzi, Isacco Duchini
ha lasciato la Montanina per il Sant’Albino che milita in 3° cat. Buon lavoro
a tutti!
Il 31 muore Valentino Mangiavacchi, all’età di 91 anni.
Al campo sportivo non s’ha pace! Un deficente, o più
di uno, si diverte a commettere atti di vandalismo come rompere la finestra
della casetta di legno...ma che gusto c’è?
SETTEMBRE 2004
Il 7 il marito della figlia di Concetta del Ciondolo
(che per privacy non nomino), mentre puliva con uno straccio bagnato il portone
della sua casa di Montefollonico in via Landucci (lui è di Siena) di fronte
il Palazzo Pretorio, inavvertitamente ha toccato un filo elettrico del campanello,
prendendo una forte scossa. Per quasi 10 minuti si è temuto il peggio, ma
all’arrivo dell’ambulanza (che ha avuto notevoli difficoltà a passare, sia
per i lavori in corso, sia per le auto parcheggiate male) si è ripreso.
Parrebbe arrivato l’autunno, con grosse precipitazioni
e abbassamento della temperatura...e’ il 16 settembre.
L’uva 2004 è buona: il raccolto è abbondante e i gradi
pure...non è ai livelli delle migliori annate ma sicuramente il vino 2004
sarà ottimo.
OTTOBRE 2004
Sabato 2 prende il via il campionato della Montanina:
subito una sconfitta e una brutta prestazione dei ragazzi diretti da Gianni
Fè: il risultato di Montanina - Santorotto Sinalunga è di 0-1.
Il 4 ottopbre, all’età di 55 anni, muore Moreno. Nisi.
Finiti i lavori di pavimentazione di via Bandini. Si
spera che, come promesso dall’Amministrazione Comunale, l’asfalto della parte
conclusiva della via venga rimosso per poi essere sostituito dalla pavimentazione
in pietra, perché è veramente brutto! Ma le polemiche per l’esecuzione dei
lavori sono molte; tra l’altro lasciano insoddisfatti, per esempio, la stuccatura
della pavimentazione e la balzettina nella proda della strada.
Laura Batazzi e Francesco Pallanti sono diventati bigenitori:
il 18 sono nate Beatrice e Maddelena...auguri!
Il 24 si è sposato il montanino Riccardo Cresti con
la pientina Gianna Cioli: auguri e figli…vedremo a marzo visto che Gianna è in dolce attesa!
NOVEMBRE 2004
Dopo le abbondanti piogge un inaspettato caldo ha fatto
gioire gli ormai tristi cercatori di funghi: nonostante novembre non sia molto
indicato per la nascita dei porcini, molti montanini hanno avuto discrete
soddisfazioni portando a casa parecchi panieri di funghi.
Sabato 6 c’è stato il debutto delle nuove mute della
Polisportiva: anche noi, come le più serie squadre, abbiamo fornito a giocatori
e giocatrici, tute, polo e giacchetti di rappresentanza, tute di allenamento
e maglie da gioco...tutto rigorosamente bianco-rosso. Una bella soddisfazione,
resa possibile grazie agli sponsor (Effezeta di Daniele Fè, Ristorante le
Macine, C.S.A. e RAS Assicurazioni), ma anche agli atleti, che hanno partecipato
all’acquisto, e alla Polisportiva che ne ha pagato una bella fetta. Siamo
molto orgogliosi di questo rinnovamento...Certo ora, però, dovremmo anche
vincere qualche partita!
Sempre il 6, come ogni anno, la parrocchia ha ricordato
il suo patrono, San Leonardo eremita. Nell’occasione, prima della Messa pomeridiana
è stato presentato il restauro completo della cappella del Crocifisso di Brandano.
Successivamente, durante la Messa, undici ragazzi hanno ricevuto il sacramento
della Cresima (ne parliamo più estesamente in un articolo a parte).
Tra sabato 6 e domenica 7 c’è stato un notevole abbassamento
delle temperature: dai 18 gradi di venerdì pomeriggio siamo passati ai 6 dei
primi bagliori di domenica.
Domenica 7 si è tenuta la “6° Fiera di San Leonardo”.
Molti banchi, una giornata piuttosto mite e
abbastanza gente hanno fatto sì che la manifestazione si possa accantonare
come un successo! Un successo è stata anche la Lotteria organizzata dalla
Polisportiva che, per la prima volta, ha venduto tutti i biglietti (999).
Il primo premio lo ha vinto Pietro Grossi, il secondo Patrizia Sodi, il terzo
Donatella Marchi, il quarto una signora di Torrita ed il quinto una signora
di Siena.
Nella stessa Domenica è iniziato il Campionato Femminile
di Calcetto. Molti cambiamenti nella rosa: torna Cristina Fabricotti dopo
la sua esperienza nella Brianza, e se ne vanno ben 4 giocatrici torritesi.
La perdita non è stata così grave vista la vittoria sul San Giovanni per 6
a 2. Ovviamente confermato tutto lo staff tecnico composto da Raffaele Falconi,
Stefano Fè e Carlo Mangiavacchi.
Le olive per il 2004 promettono bene! I raccolti sono
buoni anche se le rese non sono meravigliose: si parla di una media di 13/14
kg. d’olio ogni quintale. I prezzi della molitura delle olive variano da 16
a 19 euro; il prezzo dell’olio “novo” dai 10 agli 8 euro.
19 muore Angiola Ceccuzzi di 101 anni.
Furto nella notte tra il 25 ed il 26 al Bar di Ivano: i malviventi sono
entrati scassinando una finestra ed hanno rubato le monete dei videogiochi,
sigarette, schede telefoniche, la tessera di Sky e le cioccolate della Ferrero…”Speriamo
gli venga il diabete” queste le dichiarazioni a caldo del titolare. Nella
mattinata del 26 la squadra mobile di Montepulciano ha fatto i rilievi ma
le speranze di beccare i ladri sono poche. C’è stato anche il furto dell’auto
di Giovanni Nieddu, e si pensa che la mano sia la solita…magari per fare il
colpo…. Ivano direbbe “che gli venisse!!”
DICEMBRE 2004
Il 4 è Santa Barbara ed è la Santa protettrice dei Vigili
del Fuoco. In tutta Italia si festeggia nelle caserme con simulazioni d’interventi…perché
ve lo dico? Nella manifestazione che è stata organizzata a Siena nella caserma
del Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, è stato dato un encomio ai Vigili
del Fuoco Andrea Sandroni, Pierpaolo Fè, Leonardo Trombetti e LucioTrombetti,
oltre che ai Discontinui Luca Del Secco e Andrea Cannas per l’operosità mostrata
nello spegnimento dell’incendio al Tondo!
L’otto si è svolto con molto successo il convegno organizzato
dall’Amministrazione Comunale dal titolo “…lo gradireste un goccio di Vin
Santo…?”, del quale parliamo in un articolo a parte.
Dal 18 dicembre 2004 al 6 gennaio 2005, l’Assessorato
alla Cultura del Comune di Torrita di Siena con la partecipazione della Polisportiva
Montanina, ha organizzato una mostra di pittura dal titolo “Il paesaggio toscano
tra sogno e realtà” del pittore aretino Pasquale Marselli. La mostra, che
si terrà nel palazzo Pretorio di Montefollonico, sarà aperta tutte le mattine
prefestive dalle 10 alle 12,30 e tutti i pomeriggi dalle 15,30 alle 18,30.
Sarà chiusa il 25 ed il 26 dicembre 2004 ed il 1 gennaio 2005.
Leonardo Trombetti
Avevamo chiesto al Sindaco di parlarci
dell’attività, dei problemi e dei programmi della nuova Giunta. Il testo che
ci ha mandato è breve ma anche l’esperienza fatta fino ad oggi è breve. Inoltre
il sindaco sa bene che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e il mare
delle amministrazioni locali, di regola, è tormentato da gorghi, uragani,
scogliere e secche ben nascoste, per non parlare degli squali e degli errori
di rotta.
Ringraziamo Giordano Santoni e gli auguriamo
una navigazione felice (per lui e per noi).
Dopo
5 mesi dall’insediamento della nuova Amministrazione Comunale, proviamo a
fare il punto della situazione, partendo da una riflessione sul gruppo di
lavoro, sullo stato della struttura e sulle cose da fare.
Gran
parte del Consiglio Comunale rinnovato, molti giovani, quattro le donne presenti
nel gruppo di maggioranza, una bella squadra come si dice, parecchi alla prima
esperienza amministrativa, ma sicuramente molto motivati e pieni di entusiasmo
e con tanta voglia di fare, questo è il giudizio che si può ricavare dopo
i primi mesi di attività.
Della
Giunta comunale, oltre al Sindaco Giordano Santoni che si occupa di affari
generali, urbanistica e lavori pubblici, fanno parte: Paolo Malacarne, Vice
Sindaco, con delega alle attività produttive, commercio, agricoltura e sport;
Giuliano Censini con delega all’istruzione, cultura, turismo e associazionismo;
Mauro Chechi con delega al bilancio, ambiente e trasporti e Mauro Rosignoli
con delega alla sanità, servizi sociali, personale e pari opportunità.
Una
squadra, che sicuramente, nonostante le difficoltà dovute alla fase di inserimento
ed alle complesse problematiche che la gestione amministrativa presenta, ha
già dimostrato di essersi inserita molto bene nel complesso meccanismo amministrativo,
grazie anche alle varie competenze che rappresenta ed al lavoro di gruppo
che stà portando avanti, reso sicuramente meno difficile dallo spirito di
reciproca stima e fiducia.
Dopo aver
dedicato inizialmente il tempo necessario a fare una verifica di quelle che
erano le problematiche e le disponibilità, sia della struttura operativa che
delle cose da fare, sono state operate alcune scelte che vanno verso la realizzazione
di una struttura operativa più snella e funzionale, individuando tutta una
serie di servizi da svolgere in forma associata con i comuni di Sinalunga
e Trequanda, alcuni già deliberati ed altri in fase di approfondimento e di
prossima adozione. In una fase molto difficile come questa, dal punto di vista
delle disponibilità finanziarie, tenuto conto anche della politica del governo
nazionale, in materia di enti locali, questa appare come una delle strade
obbligate per riuscire a garantire la quantità e la qualità dei servizi ai
cittadini, razionalizzando e ottimizzando le risorse umane e finanziarie.
Naturalmente
per quanto riguarda la nostra realtà stiamo procedendo all’inserimento di
alcune figure professionali per ricoprire ruoli che si sono resi disponibili
a seguito di pensionamenti od altre scelte operate in precedenza e che riteniamo
fondamentali al fine di garantire servizi essenziali ai cittadini; mi riferisco
all’inserimento di un architetto nell’area tecnica – Ufficio urbanistica,
ed ad alcuni collaboratori professionali sempre nell’area tecnica – Ufficio
lavori pubblici, con mansioni diverse.
Per
quanto riguarda gli interventi relativi alle opere pubbliche oltre al completamento
dei lavori già avviati dalla precedente amministrazione, sono stati programmati
alcuni interventi relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria della
viabilità di Torrita e Montefollonico, e sugli immobili di proprietà, finalizzati
al mantenimento dei beni patrimoniali dell’Ente, con particolare attenzione
agli immobili scolastici in funzione della sicurezza. Purtroppo dobbiamo ancora
una volta sottolineare che il tutto è fortemente condizionato dalle risorse
di bilancio disponibili.
Oltre agli interventi previsti sulle opere esistenti,
naturalmente nel programma triennale delle opere pubbliche, sono previsti
interventi significativi per Montefollonico come quello relativo alla depurazione
delle acque; entro la fine dell’anno dovrebbero essere consegnati i lavori
di consolidamento e predisposizione degli impianti, in virtù anche della entrata
in vigore della legge sismica, del teatro; sono in fase di ultimazione le
operazioni progettuali per l’ampliamento del Cimitero di Montefollonico, i
lavori dovrebbero iniziare i primi mesi del 2005; sarà ripresentato alla Fondazione
del MPS, per il finanziamento, il progetto relativo alla realizzazione della
pavimentazione e razionalizzazione dei sottoservizi nel Centro Storico, terzo
lotto, e una volta completato tutti i lavori, compresi quelli relativi ad
alcuni interventi, sicuramente più modesti ma altrettanto importanti, dovrà
essere affrontato il problema della viabilità e della sosta all’interno del
centro storico; saranno inserite, a livello di strumenti urbanistici, due
aree nelle vicinanze del centro storico, da adibire a parcheggio pubblico.
Naturalmente sono previste attività di recupero e manutenzione delle mura
e delle porte, nonché di alcune strutture di interesse architettonico e culturale
per qualificare ulteriormente il territorio che rappresenta il nostro biglietto
da visita dal punto di vista turistico
Abbiamo raccolto la protesta di alcune famiglie che abitano
o hanno la casa nel centro storico, all’incrocio di via Lando di Duccio con
via Fedro Bandini. Sono le famiglie di Roberto Cutini, Athos Duchini, Veliero
Martini, Anelia Meocci, Nerina Neri (numeri civici di via Bandini: 1,3, 6,
8,10) che si lamentano, a ragione, dell’insufficente illuminazione pubblica
in quella zona. Più che d’illuminazione insufficente si può parlare di buio,
che d’inverno viene presto; trovare il buco per la chiave o leggere i numeri
civici è difficile anche per chi è perfettamente sobrio (provare per credere).
Basterebbe un lampione sull’angolo per risolvere tutto.
La richiesta era già stata fatta all’Amministrazione precedente
con una lettera spedita dagli interessati almeno un anno fa, senza risposta
e senza risultato. Speriamo che il potere della stampa (si fa per dire) riesca
almeno a “strappare” un commento ufficiale alla nuova (si fa sempre per dire)
Amministrazione. Questo consentirebbe ai Montanini senza luce di risparmiare
un altro francobollo e agli uffici comunali la noia di leggere un’altra lettera.
Il viandante che capitasse a Montefollonico di questi
tempi, potrebbe imbattersi in un tipo non giovanissimo ma con un bel codino
folto, alto e tarchiato, perfettamente vestito in mimetica, compreso un cappelluccio
a gronda, da pescatore o cacciatore, come in effetti è.
E’ il nostro compaesano Roberto Cutini,
pacifico uomo di famiglia, dotato di una moglie, Luciana, due figli e due
nipoti; penso che indossi l’abito da battaglia solo perché gli è comodo quando
traffica nelle vigne, negli oliveti e nel bosco, quando sega la legna, ripara
qualche attrezzo o qualche motore. Cutini Roberto, ormai da parecchi anni
pensionato della Finanza, non sta mai con le mani in mano, fruzzica sempre
e quando non fruzzica, lavora. In questo non c’è niente di particolare da
segnalare: a Montefollonico ce ne sono altri che fanno come lui, non stanno
mai in ozio.
Ma Roberto Cutini ha anche l’animo – e il braccio –
dell’artista. Disegna e dipinge, a olio, acquarello, china, carboncino. O
forse è più giusto dire che lo faceva. Gli veniva comodo quando, da Guardia
di Finanza, in turno di notte, doveva ingannare le ore che non passavano mai.
Oggi non dipinge più – dice che ha perso l’ispirazione - ma si diverte a scolpire
il legno. L’ispirazione la trova nei ceppi d’olivo e di querce abbandonati,
nelle radici divelte, nei rami di ginepro o cipresso, in ogni pezzo di legno
nel quale intraveda un’immagine.
Il desiderio “di creare”, di costruire un’oggetto, una
figura, lo aveva anche da ragazzino, quando si dava da fare con la creta e
con il legno. Poi, crescendo e cominciando a lavorare ha dovuto smettere per
mancanza di tempo, ma la voglia se l’è portata dietro. Negli ultimi anni ha
ripreso ad ascoltarla e: “quando vedo un legno che m’entra nell’occhio ci
tiro fuori la scultura”, lavorandolo d’inverno accanto al caminetto.
Ha cominciato con i bastoni, uno dei “manufatti” più
diffusi tra chi vive in campagna o va a farci passeggiate. Il bastone serve
a dare sicurezza nel passo, a difendersi dalla vipera, a darsi coraggio nell’incontro
con quei cani inopportuni che abbaiano all’indirizzo del passante più innocuo.
Qualunque paesano il bastone se lo fa da sé, sbucciando un ramo caduto più
o meno diritto. Ma Roberto Cutini non si contenta di questo, non fa un bastone
per andarci in giro, ma perché ama scolpirne il manico. Tutti i suoi bastoni
hanno impugnature suggestive e divertenti, ricavate nell’estremità più adatta
del ramo: papere, serpenti, uccelli, cani, probosciti e becchi. Particolarmente bello un
bastone ricavato da un ceppo di scopo la cui impugnatura raffigura una testa
umana barbuta e capelluta, molto decorativa.
L’appetito vien mangiando e Cutini, pur non avendo abbandonato
i bastoni, si è “allargato”, passando a sculture più grandi e difficili. Mentre
il legno usato più spesso per i bastoni è il crognolo, - molto duro, bianco,
che quando è sbucciato e seccato sembra più avorio che legno – per le sculture
più grandi usa soprattutto ulivo e cipresso. Verrebbero bene anche in faggio,
dice, ma qui faggi non ci sono. Potrebbe comperare il pezzo dal falegname,
ma “un conto è che tu vai in giro, vedi un legno e dici ‘madonna, bellino,
ci verrebbe bene….Un conto è andare da chi vende legname e dirgl:i vendimi
un pezzo di legno che ci devo fare una scultura”. Per ora, oltre ai bastoni,
ha scolpito una grande civetta, un Cristo crocefisso , quattro bovi che tirano
l’aratro, un uomo avvolto da teste di serpenti e elefanti quasi a rappresentare
l’uomo della Giungla. due cavallini che si affrontano uno di fronte all’altro,
ritti sulle zampe posteriori.
I cavalli devono essere un po’ nel DNA di Roberto Cutini.
Suo padre faceva il buttero e da bambino conobbe addirittura Buffalo Bill
quando venne in Europa con il suo circo. Poi, arrivato a Montefollonico, lui
stesso ha tenuto due cavalli, Messalina e Stellina, in un recinto lungo la
strada del Bighi. Esercitavano un gran richiamo sui bambini erano piuttosto
socievoli e allungavano volentieri il muso sopra la staccionata per una carezza
o un po’ di zucchero. Dopo dodici anni, siccome i figli non avevano nessun
interesse per i cavalli, Roberto li ha rivenduti
Il Cristo era tanto tempo che aveva in mente di farlo
ma non trovava mai il legno che lo ispirasse. Finché un giorno, andando a
caccia, al Sasseto vide un tronco d’ulivo buttato giù e incastrato per terra
che sembrava fatto apposta. Il padrone del terreno gli disse che era più di
dieci anni che se ne stava buttato lì. “Pareva che aspettasse me”, dice Roberto
Cutini. Chiese di segare il pezzo in cui vedeva già il crocefisso che aveva
in mente e se lo portò a casa.
La lavorazione delle figure, anzi, la loro estrazione
dal legno comincia con il mazzuolo scalpello e raspa e finisce con la carta
vetrata. In mezzo ci sono vari tipi di coltelli, scalpellini e sgorbie che
Roberto Cutini si prepara da sé, adattando le lame e costruendo le punte in
modo da scavare e tagliare anche nei punti più difficili, gli occhi per esempio,
o i nasi, riducendo anche il rischio di…scolpirsi le dita.
Qualche volta Cutini ha esposto i suoi bastoni alle
mostre di artigianato locali, ma non ama molto frequentarle perché, in realtà,
sono soprattutto dei mercati con fini commerciali. A lui piace far vedere
e apprezzare le sue opere senza programmarne prima la vendita. Poi, se a qualcuno
piace in modo particolare un lavoro e lo vuole comprare, naturalmente Robi,
come lo chiama la moglie, non ha niente in contrario. Purché il compenso sia
adeguato almeno alla fatica e al tempo che ci ha messo per realizzarlo, senza
tener conto dell’abilità creativa, che sarebbe impossibile valutare in denaro.
Roberto Cutini non è il solo creativo della famiglia.
Insieme ai suoi bastoni ci sono quelli realizzati dal figlio Davide, che però
si dedica più volentieri a costruire oggetti, vasi e maschere di terracotta,
ispirati dall’arte etrusca o primitiva. Ma a Davide, che dipinge anche, dedicheremo
un’altra intervista.
Questa stupenda frase di latino “maccheronico” (oggi diremmo
latino “fai da te”), si trova nel piccolo monumento prima di Renellino; in
una quercia sulla destra, cui rimase impiccato per quattro giorni il corpo
di un partigiano, che era un contadino della zona. Fu il “poro” Pompo a convincere
il tedesco di guardia a tirarlo giù, dato che masticava un po’ di lingua germanica.
Un triste ricordo di un tragico passato che speriamo non ritorni mai più.
Ma al Monte ci sono altri monumenti, a volte belli, altre volte
meno, che rappresentano la storia vicina e lontana del nostro “natio borgo
selvaggio”, lontano dal frastuono e dall’inquinamento delle grandi città,
ove la vita ha assunto ritmi convulsi e stressanti.
Il Parco della Rimembranza della via dei Frati purtroppo è
quasi scomparso e di quello ai Caduti abbiamo già detto in un numero precedente,
la gente non ci si è ancora affezionata. Per colmo di sventura questo piccolo
“capolavoro” è sovrastato dalla mole della Torre del Cassero che lo rende
ancora più insignificante. Le torri rappresentano i trascorsi guerrieri del
nostro paese quando era un castello fortificato cinto di mura, ultima terra
di Siena, mentre i nemici erano i dirimpettai montepulcianesi e, quando si
facevano sotto, erano botte da orbi. Non olio bollente, magari extravergine,
o colate di pece, come comunemente si crede, ma liquami maleodoranti, gelosamente
conservati per l’occasione. Quando gli armigeri di Montepulciano centrati
dal “bottino” tornavano indietro, nonostante una bella risciacquata nel fosso
Turbulo per qualche giorno non li facevano entrare in casa.
Tutte le torri sono in buono stato, era malconcia quella di
Tamascio, ma ora è restaurata; eccelle in particolare quella Moreschini, oggi
dei Tonini, grandi restauratori degni di lode, che oltre alla torre hanno
rinsaldato i tratti di mura originali ancora esistenti e di loro proprietà,
mura che per la maggior parte sono state rimaneggiate per far posto a orti
e costruzioni successive: la sequenza delle torri ci dice per dove passavano.
Peccato per la porta di Follonica, che era fatta come quella del Triano fino
ad un secolo fa, nel dopoguerra era rimasto ancora l’arco che invece di essere
rinforzato fu demolito perché pericolante, ad opera di Narciso dell’Omone,
beninteso con il consenso del Comune.
Ma il Monte ha pure un passato industriale: delle miniere di
lignite non è rimasto niente. Da Cerretello e Cerreto i luoghi di estrazione,
il materiale veniva concentrato a Renello da dove, prima i barrocci, poi i
camion e infine una teleferica, costruita intorno al 1925, lo trasportava
alla stazione ferroviaria di Torrita. Invece vicino al Monte funzionava una
fornace dove si cuoceva la pietra calcarea per farne calce; i fuochisti che
ho conosciuto erano Galliano detto Trito ed il Batazzi babbo del Sergente.
Poi la fornace perse la ciminiera e fu riadattata a civile abitazione dal
Capitoni che mise su una bottega di carradore. Lì accanto fu impiantata una
cava da “Rivalde Merline”con una decina di operai quasi tutti contadini e
tutti rigorosamente in nero. Lo squarcio che vediamo è opera sua, ma non è
lì il problema, che anzi quello spaccato ci fa vedere di quale pasta è fatto
il poggio del nostro paese. D’altronde madre natura rimedia a poco a poco
alle sue ferite; per fortuna quella attività deturpante come lo sono tutte
le cave, finì presto, sennò Rivalde sarebbe arrivato fino ai Frati, come più
alla grande ha fatto la ditta di Caro ai Monti, che prima o poi arriverà a
Trequanda.
Il guaio grosso è che la società di Rivalde, detta Salpa, ci
ha lasciato quel bel monumento in cemento armato che serviva per caricare
i camion con pietre di dimensioni diverse, ridotte tali da un “concassè”.
Anche questo verrà demolito da madre natura, ma ci vorranno secoli, a meno
che non gli caschi addosso una bomba intelligente; ma ora piovono lontano
da noi e ce ne vorrebbe una di quelle troppo intelligenti, non ancora in produzione.
Ma chi lo dice che il Monte è degradato! Negli ultimi trent’anni
il centro storico è migliorato tantissimo, ci sono state un sacco di ristrutturazioni,
mai di cattivo gusto, che hanno reso gradevole ogni angolo del paese. Tanto
più che il visitatore può girellare col naso all’insù per le strade del Borgo,
privo di raffinati palazzi, ma pieno di rustica bellezza, come del resto altri
piccoli centri vicini, senza dover stare attento a dove mette i piedi nel
selciato nuovo del Borgo di Sopra; deve stare un po’ più attento nel Borgo
di Sotto, dove è stato rifatto con le pietre già esistenti e con l’arte di
arrangiarsi tutta napoletana.
All’interno poi gli appartamenti sono irriconoscibili e gli
abitatori di un tempo rimarrebbero a bocca aperta, a cominciare da Lina e
Tiberio per come i Trombetti hanno trasformato la loro modesta dimora, mentre
la parte nuova del paese più che da case è formata da tante graziose villette
circondate da giardini ben curati.
Nel centro storico, oltre alle torri e porte monumentali ci
sono diversi piccoli gioielli architettonici, dedicati in modo poco glorioso
ma indispensabile ai bisogni corporali, cioè i gabinetti pensili o liciti
come li chiamavano i nostri nonni, aggrappati ai muri delle case come piccoli
scimpanzé ai dorsi delle loro mamme, a volte in modo discreto, altre in bella
evidenza: per esempio quello del prete che sembrava fatto su misura per Don
Guido, ma fosse capitato un prete un po’ grosso, un Don Michelone per intenderci,
correva il rischio di rimanerci incastrato.
I giovani
d’oggi, che nel metter su casa fanno dei bagni favolosi con piastrelle decorate,
vasche con l’idromassaggio, mobiletti firmati e chi più ne ha più ne metta
( di milioni), forse non si rendono conto che quei bugigattoli, dotati di
una tazza con lo sciacquone a corda e, nei casi di lusso sfrenato, anche di
un lavandino con lo specchio, rappresentarono un fatto rivoluzionario per
quell’epoca, se paragonati alla buca con coperchio che ogni casa aveva nella
stalla. Una volta piena la buca veniva svuotata e la “zuppa” portata negli
orti o nei campi, specie dopo che i montepulcianesi, a causa dei mutamenti
storici, smisero di prenderla sul groppone. I gabinetti presupponevano l’acqua
corrente che fu portata al nostro paese ne 1927, con l’acquedotto del Vivo
e il deposito del Tondo e per inaugurarlo il fattore Nucci voleva farci scorrere
una botte di vino.
Di tutte
le novità del Monte, mi tiene informato con lunghe telefonate il carissimo
amico Nasello: “Sai, sono nati un sacco di porcini e ordinari, Ivano del bar
ha ammazzato 23 lepri, Vito ha fatto un quintale di marmellata di sucine”.
Io vengo di rado, ma in numerose fotografie esposte in grandi quadri il Monte
e dintorni ce l’ho sempre a vista e rimirandole faccio spesso un girotondo
virtuale, come un tempo, andando a caccia, facevo per davvero.
Un giorno
mi sento dire: “Vito ristruttura la casa!” “Oddio - dico tra me – non ho fatto
in tempo a fare una foto al gabinetto–spettacolo di Vito, stai a vedere che
quel disgraziato è capace di demolirlo!” Con sollievo, venendo al Monte per
i Santi ho visto che è sempre lì e tutti, compreso me e il nostro compaesano
S.E. Divo Zadi, che oltre ad essere un Pastore di anime è un fine intenditore
di bellezze artistiche, potranno continuare ad ammirarlo sine
die, a meno che Gigi non seghi alla zitta le longherine appoggiate alla
sua casa che lo tengono sospeso. L’amico Vito non me ne voglia, ho scherzato
e ognuno fa come può e vuole. Tutto questo riguarda la vita del Monte e i
suoi abitanti che rivedo sempre volentieri, ma c’è
un altro Monte che vado a visitare appena arrivo, quello che ci ricorda
chi non è più tra noi e allora, da emigrato, mi accorgo, sempre di più con
l’avanzare dell’età, che ho più amici e conoscenti al cimitero che in paese.
Questa volta, tra gli altri, vi ho trovato il mio vicino e caro amico Enrico
di Pilade; capita di rado di essere in confidenza col babbo e coi figlioli,
ma a me in questo caso è successo, come fossimo stati tutti coetanei. Lui
era la nostra memoria storica; per il mestiere che aveva fatto conosceva tutto
e tutti e, avendo avuto la fortuna di averlo come vicino per molti anni, mi
aveva raccontato tante cose della vita paesana degli ultimi settant’anni.
Perfino nella foto che i suoi citti hanno fatto mettere sulla tomba sembra
che racconti qualcosa. In un mio scritto, non pubblicato arrivato al giornalino
dopo che lui era scomparso, lo avevo definito un ragazzo di 90 anni perché,
a dispetto dell’età che pure non dimostrava affatto, aveva conservato lo spirito
allegro degli anni giovanili e vedeva sempre quello che di positivo e di buono
ci offre la vita.
Ma recentemente
è scomparso un altro Enrico, quello di Spartaco, detto Pesciolino, da tanti
anni emigrato, con tutta la sua famiglia che poi per buona parte è ritornata,
in quel di Savona, al seguito del famoso Riccioletti. A chi ha meno di cinquant’anni
questo nome dice poco, ma negli anni ‘50 e ’60 era il reuccio del Monte: grande
sportivo e ballerino, insieme a “Dente” spopolava nelle discoteche di allora,
che consistevano per lo più in capannoni o rettangoli di graniglia all’aperto.
Bella presenza, bel carattere, un fisico atletico per niente sciupato dal
lavoro, divenne in seguito il gagà di Savona, ma poi mise la testa a partito,
formandosi una famiglia e cominciò a lavorare seriamente nel locale ospedale
San Paolo, reparto di radiologia, di cui non tutti conoscevano il primario,
ma ogni dipendente di quel grande complesso sapeva chi era il Duchini. Errico
faceva parte di un formidabile gruppo di settantenni molti dei quali purtroppo
emigrati, come Bietta, Capino, Cangelone, i cugini Noli, Leone, Bibbe e Giustino,
Trito in Belgio e Rinaccio addirittura in Argentina, oltre a quelli di campagna;
uno di quei ragazzi è diventato vescovo. Al Monte di quel gruppo rimasero
il Negus, Tonena, Alvaro Farnetani, Memo e qualche altro.
Se fossero
rimasti tutti in paese con figli e nipoti, oggi ci sarebbero più di mille
abitanti. Le conseguenze di un ventennio di emigrazioni sono sotto gli occhi
di tutti: il Monte si è arricchito nelle sue strutture urbanistiche, ma fortemente
impoverito nel suo patrimonio umano. Ora l’emorragia si è arrestata e ci sono
dei rientri, ma purtroppo solo “rottamati”; i figlioli restano lontani, là
dove hanno messo le loro radici. Recentemente, tra le giovani coppie rimaste,
si è verificato qualche parto gemellare: speriamo che questa tendenza continui
e si consolidi, sennò la Comunità va a finire; o meglio, sarebbero sempre
più rari i montanini del Monte, come è successo ai “romani de Roma” e il paese
diverrebbe sempre più un luogo di vacanze per cittadini dell’Unione Europea.
Dopo
l’ultima edizione del giornalino ho sentito spesso criticare il fatto che
nello stesso si parli quasi soltanto di ricordi, di fatti ormai lontani, di
persone che non ci sono più, degli usi e costumi di “allora”. Insomma, questo
sarebbe un giornalino “vecchio”. Anche se, a volte, tutto ciò può servire
a confrontarci con il mondo di oggi e si pensa che magari i giovani, leggendolo,
possano comprendere quanta fatica di meno fanno per vivere.
Forse
quelle critiche sono in parte vere, ma mi viene di rispondere ai “lamentosi”
- che pure hanno il pieno diritto di lamentarsi - che non parlare di ricordi
vuol dire avere dei grossi buchi nell’anima, non avere paragoni con vite diverse,
non voler raffrontare mondi, situazioni, persone con la realtà di oggi. Mi
sembra un appiattimento cerebrale e per questo sono convinta che il ricordo
sia parte integrante della nostra vita.
Fin
dalla scuola, quando si comincia a studiare, bene o male, si parte ancora
dal nonno di Noè; non è così? Certo, beninteso, non è necessariamente un dovere
inderogabile ricordare o raffrontare sempre. Si può vivere come va va; alle
spalle lasciamo un piatto vuoto, il nulla e via!
Insomma,
ragazzi, per farla breve, l’essenza delle critiche è che nel nostro giornalino
non si parla di futuro! Ora il futuro, tutti si sa, parliamoci chiaro, è anche
sogno, Se siamo d’accordo su questo, devo dire che, per quanto mi riguarda,
non ho ben capito se il futuro-sogno i “lamentosi” lo vorrebbero ristretto
solo al Monte o vorrebbero che sconfinasse, che spaziasse di più.
Allora,
se ci limitiamo al Monte, io sogno una brava amministrazione comunale che
consideri questo paese come un vecchio gioiello, ossidato e consumato, in
procinto di rovinarsi definitivamente, e senta l’impegno di farlo tornare
come nuovo, e ne sia orgogliosa. Penso al restauro della porta principale,
quella del Triano, al ripristino (per la seconda volta) della strada che porta
al Triano, a un paese bene illuminato, magari con i lampioni tutti uguali.
Sogno le strade fuori le mura, dalle Case Nuove alla Madonnina e limitrofe,
asfaltate e illuminate; sogno i parcheggi dei quali si vocifera da un sacco
di tempo, e il teatro in funzione per sentire nuovamente fisarmoniche e commedie
come ai vecchi tempi.
Certo
non si può pretendere che a Montefollonico si aprano banche, uffici, fabbriche.
ecc., ma il turismo costituisce un bell’introito per il paese: bisognerebbe
considerarlo seriamente, e dare coraggio a quelli che hanno voglia di crescere.
La voglia c’è di non andare via dal Monte, anzi molti ci sono tornati; i ragazzi
del paese hanno tutti un lavoro e questo fa già parte del futuro realizzato.
Mi pare una cosa straordinaria (ai miei tempi ci toccò andare via in parecchi!).
Chi ci amministra
dovrebbe ricordare che il Monte ha uno tra i più bei ristoranti/albergo fuori
le mura, e un altro in paese, con strepitosa veduta, sulla Val di Chiana;
in più ci sono due ristoranti, sempre dentro le mura, dove si mangia benissimo.
Ottimi richiami per i turisti, che dovrebbero essere invogliati ancora di
più e ricompensati facendogli trovare una paese in “splendida forma”, come
si dice per i cristiani.
Ma
il Monte non è un’isola e, almeno per me ma non solo per me, il futuro è anche
fuori. Nel mio piccolo, senza addentrarmi nella politica e nei grossi problemi
di oggi, mi piacerebbe poter togliere dalla finestra la bandiera-arcobaleno
con la scritta PACE. Significherebbe che è finito questo stillicidio giornaliero
di morti e che i nostri sono tornati a casa (risparmio commenti per chi ce
li ha mandati, non è il posto giusto).
Vorrei
ritrovare anche i pezzi di libertà che mi sono stati tolti. Per esempio un
certo giornalismo televisivo che mi appassionava e la libertà di vivere senza
la cappa di una minaccia continua nella vita di tutti i giorni: entri in autostrada
e leggi in quegli enormi display che un morto su due è per eccesso di velocità,
due su cinque per guida distratta, l’auto è un’arma non uccidere, superare
il limite di velocità è un crimine! Evita
un crimine, guida con prudenza, hai controllato la pressione delle gomme (e
qui come donna mi sento offesa perché non mi ricordano se ho chiuso il gas!).
Mi sembra di essere spiata, guardata. Se in questo futuro c’è il permesso
di darmi del criminale appena esco di casa - e magari sono anche una che rispetta
le regole - allora preferisco parlare del bello che c’è nella mia vita, anche
se si tratta di ricordi. A proposito del passato vi immaginate un paio di
bovi salire su per la porta, passando per un cartello appeso al muro che dice:
siete due criminali, non si va forte così in paese!
Siccome
io credo che il futuro sia una cosa impalpabile, un monte di cipria, di farina,
che regge un po’ e dopo si accascia, chiedo aiuto a coloro che lo pensano
meglio e più a fondo di me. Suggerite voi, scrivete voi qualcosa sul futuro
possibile, prevedibile. Io ho avuto un passato bellissimo e temo che mi verrà
sempre spontaneo dire: ti ricordi?
Anche nei primi mesi di quest’anno la squadra di “Mago Burletto”,
la scuola dell’infanzia di Montefollonico, si è data da fare. E’ una squadretta
abbastanza numerosa, composta da venti bambini: undici vengono da Montefollonico
e dintorni, nove da Torrita. I venti sono equamente divisi tra “cittini” e
“cittine”.
Fino ad oggi, grazie, come al solito, alle idee e all’impegno
delle maestre Gabriella Alvini e Sabrina Dottori, sono stare inventate e realizzate
diverse iniziative. In tutte Sabrina e Gabriella hanno cercato di unire un
contenuto informativo e formativo a una veste giocosa, una regola che seguono
da sempre anche nell’attività abituale (che forse, con i bambini piccoli,
non è mai davvero abituale). Questo, infatti, è l’unico modo per comunicare
con loro e affinché tutti, anche i più “mammoni”, possano vivere con serenità
e possibilmente con gioia la loro esperienza nella scuola dell’infanzia.
La prima iniziativa della quale ha parlato la maestra Sabrina,
forse perché è la più recente e ha coinvolto anche gli abitanti di Montefollonico,
è stata la festa di Halloween che gli americani celebrano con scherzi e mascherate la sera del
31 ottobre, vigilia di Ognissanti. Questo modo di festeggiare i Santi non
fa parte delle nostra tradizione, ma siccome ormai Halloween si può considerare “naturalizzata” tanto è diffusa e in
più i bambini studiano l’inglese, da qualche anno Sabrina e Gabriella hanno
deciso di celebrarla per divertire i piccoli e insegnar loro qualcosa sulle
abitudini del mondo anglosassone. Il gruppo di bambine e bambini, guidati
dalle maestre, ha percorso le vie del paese bussando ad ogni porta. A chi
apriva veniva posta la domanda rituale: “dolcetto o scherzetto?”. Per non
rimanere vittime dello scherzetto bastava regalare alla comitiva qualche dolcino.
Quest’anno i bambini erano mascherati con una tunica fatta con un sacco di
plastica nero sulla quale erano attaccate una zucca di cartone colorato e
qualche altra decorazione. La visita del popolo di Mago Burletto, che ormai
viene realizzata da qualche anno, è molto gradita anche ai montanini perché,
lo dico per esperienza personale, questo pigolante gruppo di mascherine porta,
in ogni casa, un momento di allegria e ottimismo.
Per il 6 novembre, festa di San Leonardo, i bambini di Mago
Burletto hanno raccontato la storia del Santo con un plastico che ne raffigurava
i momenti e i personaggi principali, ritagliati e disegnati su cartoni colorati
e montati su una base anch’essa di cartone. Il plastico è stato esposto in
Chiesa, lo stesso giorno, durante la celebrazione delle Cresime.
Da poco è in corso di attuazione il progetto “Il piccolo grande
bosco del mio paese”, che a suo tempo era stato proposto dalle due maestre
di Mago Burletto all’Ufficio riserve naturali della provincia di Siena, e
da questo approvato e finanziato. L’iniziativa si propone di far scoprire
ai bambini la natura che li circonda, utilizzando i cinque sensi per giungere
nel modo migliore a questa scoperta. Le loro esplorazioni del bosco, oltre
che essere sempre guidate dalle maestre hanno l’assistenza periodica (per
sei uscite in tutto) di un’esperta “boscologa”: Claudia Pierguidi, guida nella
riserva naturale di Piancastagnaio. Durante le uscite i piccoli esploratori
hanno raccolto esemplari di piante (muschio, licheni, ciclamini, funghi) e
di frutti delle querci, dei pini, dei cipressi. Poi li hanno esposti o piantati
in un “Terrario” che avevano costruito. Ogni bambino ha descritto molto
sinteticamente in schede colorate da appendere, quasi decorative, le varie
fasi della ricerca.
In settembre, per iniziativa dei comuni di Torrita e Sinalunga,
anche Mago Burletto è entrato nel circuito del progetto “Star bene a scuola”.
Il progetto finanziato dalla Regione Toscana comprende un corso-ricerca sulla
teatralità comica del corpo, curato dal “clown” André Casaca. Il corso di
Casaca, che comprende sei incontri di un’ora ciascuno, si propone di mostrare
e insegnare ai bambini come possono utilizzare la mimica per comunicare sensazioni,
intenzioni, desideri, senza ricorrere alle parole. Tutti gli esercizi hanno
un taglio giocoso, quale che sia la sensazione da comunicare; le inibizioni
a usare il corpo per esprimersi vengono attenuate e superate con quel poco
di trasformazione che si può ottenere mettendosi un naso da pagliaccio e qualche
costume. L’obiettivo finale è di sviluppare la conoscenza corporea e creativa
nei bambini e ragazzi, oltre a rinforzare il loro carattere, il rapporto tra
loro, la comunicazione e l’espressione artistica.Casaca porta avanti la sua
ricerca anche a scopo terapeutico in alcune comunità assistenziali.
Il 25 novembre, in occasione della seconda giornata della sicurezza
nelle scuole, patrocinata dal ministero dell’Istruzione, alcuni rappresentanti
dell'Associazione Cittadinanza Attiva hanno suggerito a Mago Burletto un altro
progetto da portare avanti, fornendo agli insegnanti parte del materiale necessario.
Il tema del progetto “Imparare sicuri si può” è la sicurezza nelle scuole.
Il materiale dovrebbe aiutare gli insegnanti a spiegare ai bambini quali problemi
di sicurezza possono presentarsi, come risolverli, quali sono le precauzioni
da tener presenti, le imprudenze o leggerezze da non commettere.
Dopo aver parlato delle iniziative in corso o già realizzate
ecco quelle previste al momento in cui scriviamo.
Come negli anni precedenti, il 16 dicembre sarà una giornata
di “scuola aperta”, con il consueto mercatino di Natale nel quale verranno
venduti oggetti preparati dai bambini con l’aiuto delle maestre e dei genitori.
Il 18 e il 19 il mercatino di Mago Burletto si sposterà a Torrita, per fare
la sua bella figura accanto ai “mercanti” più o meno professionisti nella
consueta manifestazione prenatalizia.
Ricordiamo che il mercatino ha una notevole importanza per
il popolo di Mago Burletto perché consente un certo autofinanziamento, grazie
al quale il Mago, che più di tante magie non può fare, riesce a portare avanti
qualche iniziative in più. La collaborazione degli adulti è molto importante,
non solo dal punto di vista organizzativo ed economico, ma anche come incoraggiamento
psicologico ai bambini e alle maestre. Per fortuna finora non è mancata e
le due aiutanti del Mago sottolineano con soddisfazione che alcuni genitori
seguitano a darsi da fare anche se i loro figli, un po’ cresciutelli, non
frequentano più la scuola dell’infanzia.
Mercoledì 22 dicembre i bambini faranno il consueto spettacolino
di Natale che quest’anno verrà centrato maggiormente sulla tradizione religiosa
cattolica, tanto è vero che il titolo sarà “Il Natale di Gesù”. Comunque niente
paura: l’arrivo di Babbo Natale è assicurato ugualmente.
Nell’ultimo giorno di scuola, probabilmente il 23 dicembre,
i canti Natalizi dello spettacolo verranno ripetuti in chiesa in un concerto
più …formale.
Il
titolo potrebbe far sorgere nel lettore una serie di domande di carattere
tecnico che portino a risposte adeguate attraverso numerose ed argute riflessioni.
Infatti
qualcuno potrebbe pensare che la Montanina è diventata una squadra vera perchè
finalmente abbiamo un portiere,Ciccino di Castello, che sostituisce in modo
fisicamente “adeguato” lo scheletrico e lunghissimo Carlino, bloccato in infermeria
prima da un’atavica pubalgia, poi ,al momento dell’agognato rientro,dalla
rottura del menisco occorsa nel tentativo, mai riuscito in carriera,di parare
un calcio di rigore.
Altri
tifosi, magari, potrebbero credere che la Polisportiva, attingendo al proprio
ricco budget, abbia acquistato due terzini fluidificanti “di peso” per sostituire
Poldino e Pepino che,come suggeriscono i nomi stessi, non eccellono certamente
per prestanza fisica.
Fino
ad ora i nostri due giocatori (forse è azzardato definirli cosi’!!) sopperivano
alle lacune fisiche e tecniche con un’adeguata preparazione atletica che,
però,con il passare degli anni è stata fortemente limitata dall’età (senti
chi parla!!!).
Infatti
tra i compagni di squadra sorge sempre più frequentemente l’amletico dubbio:”Ma
Pepino oggi giocava?”
Altri
Montanini,forse più ingenui,potrebbero sperare che sia stato ridisegnato il
centrocampo con l’arrivo di un “Bel Regista” perché risulta evidente la mancanza
del Ciuti.
Ovviamente
Andrea continua ad essere “Bello”(o cosi’ si crede), ma non è più un Regista(ammesso
che lo sia stato).
Andrea
è un carissimo amico e mi manca veramente sia dentro lo spogliatoio,sia in
campo per il suo sbuffare e per il suo “ballettare” quando un incauto e tecnicamente
poco dotato compagno lo obbligava a fare due metri continui di corsa a causa
di un passaggio impreciso.
Spero
rientri presto,dopo Natale, perché, e questo è vero,nessuno ha mai tirato
le punizioni come lui.
Per
questo motivo è rimasto un centrocampo muscolare, ruvido, costituito dal Rubesh,
dal Meo “muscolo di seta” e da Flavio; quest’ultimo per somigliare sempre
più al suo idolo e allenatore, oltre che cognato, è arrivato al punto di tagliarsi
a zero i capelli, ma anche questo estremo tentativo non ha ridotto le differenze
tecniche che li separano.
Non
ho dimenticato “Leo”, ma a causa di tutti i ruoli che ricopre, cuoco compreso,
si scorda sempre più frequentemente quello di giocatore. La paura del mister
è che stia seguendo anticipatamente le orme di Pepino (del tipo “al peggio
non c’è mai fine!!”)
Allora
chi legge potrebbe credere che la squadra abbia un attacco atomico che riesce
a sopperire a tutte le carenze degli altri reparti. Vi posso assicurare che
non è proprio così, perché il “rapace delle aree di rigore” che vi scrive,
per anni riconosciuto bomber della Montanina, adesso riesce raramente a centrare
lo specchio della porta ed ancor più raramente riesce ad evitare l’intervento
del portiere.
In
questo caso il motto “rapace(gallina) vecchio fà buon brodo” non risponde
a verità:saranno gli infortuni, sarà l’età,ma il nostro rapace è sempre più
spelacchiato!!
L’ottimismo
per la sorte del reparto avanzato era cresciuto nel corso degli ultimi anni
perché tante belle speranze aveva suscitato il nuovo aspirante bomber “Piotre”,
ma il figliolo del Dottore ,pur mostrando tanta passione e dedizione alla
causa, non è ancora riuscito a prendere confidenza con il goal:gli dà ancora
del “Voi”, come facevano i nostri genitori con i loro nonni!!!
Di
Raffa dico quello che mi ha suggerito il suo più grande estimatore, Pipozzo
(oggi anche allenatore in seconda) e cioè che il Falconi non è che abbia perso
la strada della rete, ma che proprio non l’ha mai trovata!!
A questo
punto verrebbe da credere che la Polisportiva abbia riposto tutte le speranze
nell’ingaggio del nuovo allenatore(“spes ultima dea” per dirla elegantemente,”chi
visse sperando morì…….” per dirla con una frase delle nostre parti) affidando
la responsabilità tecnica della squadra a Gianni.
Gianni
si è preparato bene, andando anche a ripetizione da Angela e modificando profondamente
il proprio modo di comportarsi, rinnegando,così, 30 anni di onorata carriera
infarcita di innumerevoli espulsioni e conseguenti lunghissime squalifiche.
Il
mister sta dando davvero il meglio di sé: infatti ha partecipato a più allenamenti
in questi tre mesi che in tutta la sua carriera!!
Inoltre
il nostro eroe è anche astuto, sottile, perché, per non rovinarsi la media
delle presenze agli allenamenti e,ovviamente, potendo decidere insindacabilmente,
ha stabilito che mai e poi mai verranno fatti allenamenti quando l’Inter gioca
in Champion’s League.
A
Gianni voglio tanto bene, per cui non glielo confesserò mai, però sono certo
che come giocatore è stato incomparabilmente più bravo di quanto non lo sia
adesso come allenatore.
Quindi
al termine di tutte queste argute riflessioni, la domanda sorge spontanea
:”Perché la Montanina è diventata una squadra vera?”
Perché
la Società si è adeguata ai tempi e rifacendosi al vecchio adagio”anche l’occhio
vuole la sua parte” ha deciso di curare maniacalmente, come accade nelle squadre
vere, l’immagine dei propri giocatori dotandoli di nuovissime e fiammanti
divise sociali da riposo. Così, ogni sabato, i giocatori della Montanina sciamano,
come per magia, per le vie del paese, indossando fieri e baldanzosi le divise
sfavillanti.
Come
avrete capito finora ho scherzato sicuro che anni di militanza mi permettano
di scrivere in tutta libertà senza che nessuno si offenda.
Infatti
mi sento molto affezionato a tutti i compagni ed apprezzo gli sforzi che la
Società sta facendo per farci divertire e “renderci presentabili”.
Ho
scritto queste due righe per dire che le cene dopo gli allenamenti sono importanti
così come sono gratificanti le divise sociali nuove, ma che tutto questo deve
servire a farci diventare un gruppo vero, sia dentro sia fuori dal campo.
Sono
sicuro della cosa più importante, cioè’ della forza del nostro gruppo fuori
dal campo, mentre lo sono un po’ meno per quello che succede dentro e la classifica
ne è testimone.
L’augurio
con il quale concludo è quello di poter dire, nel prossimo numero del giornalino,
che siamo un gruppo completo a cui non solo piace stare insieme ma che riesce
anche a vincere tante partite.
Ciao
a tutti dal Rapace (detto anche Roberto Sabatini) e … Forza Montanina !!!!!!!!
E’
stato questo il titolo della prima manifestazione regionale e forse nazionale
in onore del Vin Santo. Tenuta l’8 dicembre a Montefollonico, per quanto realizzata
in pochissimi giorni, ha avuto un grande successo.
Produttori
di vini pregiati che il Vin Santo lo fanno per vendere ma anche per arricchire
la propria immagine, proprietari di antiche fattorie, produttori “amatoriali”
di Montefollonico, che fanno da sempre il Vin Santo per sé e per gli amici,
intenditori raffinati e normali consumatori, non per questo meno esigenti,
hanno partecipato al Convegno e degustato le tante varietà di Vin Santo disponibili.
Pensata
e organizzata dall’amministrazione comunale con l’appoggio della provincia
e della regione, e realizzata grazie alla collaborazione attiva del produttore
Vittorio Innocenti, della ceramista Mariella Spinelli, della signora Dania
Masotti, e della insostituibile Associazione Polisportiva Montanina, la manifestazione
era articolata su un convegno tenuto in palazzo Pretorio e su due
degustazioni in sale diverse.
Al
Convegno hanno parlato, oltre al Sindaco Giordano Santoni e all’Assessore
alle attività produttive Paolo Malacarne, al quale si deve buona parte del
risultato, il giornalista Carlo Macchi, i produttori Vittorio Innocenti e
Ettore Falvo, l’Assessore provinciale Mauro Mariotti e il presidente del Consiglio
Regionale della Toscana Riccardo Nencini.
I
relatori hanno sottolineato la lunga tradizione del Vin Santo in questa zona
e in particolare a Montefollonico, dove quasi in ogni casa ci sono gli appositi
caratelli e ogni famiglia è in grado di offrire all’ospite un eccellente “vinsantino”.
Vittorio Innocenti, appassionato produttore di vini e di Vin Santo, anche
se alieno dalla mistica settoriale, ha ricordato che nel 1968 ai Montanini
venne l’idea di organizzare, verso la fine dell’estate, una “Festa del Vin
Santo” che per qualche anno fu realizzata con successo, parte al Tondo e parte
in paese. Poi i montanini, come al solito, si stancarono (qualcuno ricorda
la “Ruzzolata del Cocomero”?) e la festa finì anche se il Vin Santo seguitarono
a farselo e a berlo
Il
tema ha portato fatalmente ma giustamente, a spezzare una lancia in favore
della protezione dei prodotti tipici, sostenuta un po’ da tutti ma con maggior
impegno dall’assessore provinciale e dal presidente del Consiglio Regionale
che hanno sottolineato l’intenzione di far redigere dei disciplinari ad
hoc e di indicare i luoghi di produzione con cartelli sulle strade simili
a quelli che indicano chiese e edifici monumentali.
Infine,
dato il successo della manifestazione, è stata prospettata l’ipotesi che venga
istituzionalizzata e ripetuta ogni anno. Per noi sarebbe una iniziativa di
grande importanza ma perché vada in porto a nostro favore dobbiamo essere
consapevoli che Montefollonico (e per esso il comune di Torrita) dovranno
probabilmente battersi contro concorrenti agguerriti. La rendita di posizione
sul prodotto tipico - e in questo caso è un prodotto di prestigio che può
arricchire l’immagine degli altri vini della stessa zona o del medesimo produttore - fa gola certamente a tanti paesi
e cittadine di questa provincia. Per vincere l’eventuale concorrenza il comune
dovrà fare del suo meglio anche per quanto riguarda la manutenzione di Montefollonico
(soprattutto selciati e parcheggi).
Dopo
il Convegno si sono svolte due degustazioni: una, dedicata al Vin Santo “professionale”,
è stata ospitata da Mariella Spinelli nella “sua” chiesa sconsacrata di San
Bartolomeo. E’ la più antica di Montefollonico, molto suggestiva; in essa,
normalmente, la signora Spinelli crea ed espone le sue raffinate e originali
ceramiche. Nella piccola navata di questa chiesa romanica erano pronte parecchie
marche di Vin Santo proveniente da vinificatori di prestigio, già ufficialmente
riconosciute come le migliori, oltre a qualche bottiglia di Vin Santo “amatoriale”,
giudicato particolarmente meritevole dal giornalista specializzato ed esperto
assaggiatore Carlo Macchi. Insieme al Vin Santo facevano gioire i convenuti
anche vini…”laici” di grande qualità della provincia senese, in compagnia
dei consueti prodotti tipici: formaggi e salumi.
La
preparazione delle tavole e il servizio prima, durante e dopo gli assaggi
sono stati curati dal personale dell’albergo-ristorante La Chiusa, sotto la
guida attenta della signora Dania Masotti, che del locale è proprietaria e
noto “Chef”.
L’altra
degustazione si è tenuta alle ACLI. Organizzata dalla Polisportiva, sottoponeva
al giudizio dei presenti il Vin Santo dei produttori montanini “amatoriali“,
cioè dei paesani (almeno una trentina) che lo fanno per sé e per gli amici.
Sono vinsanti buonissimi, che non hanno niente da invidiare a quelli professionali.
Il motivo è evidente: chi lo fa per sé cerca di farlo quanto più buono è possibile,
visto che se lo beve lui e deve fare bella figura con gli ospiti.
Prima,
durante e dopo la degustazione, assistita da vari tipi di cantuccini e biscotti,
le ragazze e i ragazzi della Polisportiva si sono prodigati come al solito:
hanno addobbato il locale delle Acli e parte del paese, hanno preparato le
schede di valutazione, hanno raccolto le bottiglie di Vin Santo dei compaesani
e infine, sempre con un sorriso, lo hanno servito.
Come ogni anno, da antica tradizione,
il 6 novembre la parrocchia di Montefollonico ricorda il suo patrono, San
Leonardo eremita.
Quest’anno in modo speciale perché, prima della solenne
Messa pomeridiana, in cui è stato conferito il sacramento della Cresima a
undici ragazzi da parte del vescovo diocesano Mons. Rodolfo Cetoloni, è stata
tenuta la presentazione ufficiale di un’importante opera della nostra pieve:
il recupero completo della Cappella del Crocifisso di Brandano in San Leonardo.
Dall’osservazione diretta delle opere e dalla consultazione
limitata ad alcune fonti storiche locali – ha detto nella sua relazione la
dottoressa Laura Martini della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici
di Siena che ha diretto i lavori di restauro – la cappella appare caratterizzata
dal monumentale altare in legno di gusto classicheggiante, intagliato e dipinto
in oro e azzurro e a finti marmi, che il restauro ha reso pienamente leggibile
nella sua incredibile policromia.
La tipologia architettonica – ha continuato la dott.ssa
Martini – risale con probabilità al tardo Cinquecento o al primo Seicento,
a giudicare dal repertorio decorativo ancora decisamente di stampo classico.
Esso fu costruito dai fedeli di Montefollonico, come tramanda la tradizione,
per accogliere il prezioso e antico crocifisso ligneo, molto venerato fin
da tempi lontani.
Il Crocifisso non fu collocato direttamente sulla parete
dell’altare ma sopra una tela eseguita agli inizi del Seicento dove sono dipinti
alcuni Santi in adorazione della Croce. Si riconoscono chiaramente S. Francesco
di Assisi, Santa Caterina da Siena e Santa Caterina di Alessandria, mentre
il primo Santo a sinistra in abito scuro, che regge un bastone fiorito non
è ben identificabile.
Il Crocifisso è databile sicuramente tra la fine del
Duecento e i primi del Trecento ed è denominato, dalle fonti storiche e dalla
tradizione popolare, “il Crocifisso di Brandano”. Il Brandano, grande predicatore
e sostenitore delle pratiche di penitenza, vissuto fino al 1554 e morto in
concetto di santità, è stato molto venerato almeno fino agli inizi del Seicento,
come si ricava da un documento del Vescovo Camillo Borghesi del 1614; in esso
il Vescovo afferma di “ritenerlo degno di essere aggregato al numero dei nostri
beati per aver fatto miracoli, molti anni di penitenza ed aver avuto il dono
della profezia”.
Per questo se ne deduce che il pittore seicentesco –
ritenuto dalla Martini essere Giovanni Antonio Cerratelli da Scrofiano, allievo
del più famoso Francesco Vanni – abbia voluto effigiare Bartolommeo Garosi
da Petroio, detto il Brandano e la cui moglie era di Montefollonico, anche
se si stenta a riconoscerlo come vuole la tradizione, riportata, nel 1700,
dallo storico Gio. Antonio Pecci. Questi riferisce che nei suoi pellegrinaggi
Brandano, in quanto appartenente agli agostiniani, camminava a testa scoperta,
in abito bianco e un grossolano saio di lino, sostenendo con una mano un crocifisso
e con un’altra un teschio, mentre predicava ai popoli la penitenza e annunciava
i divini flagelli.
Ci tramanda ancora il Pecci che Brandano fu “…reso degno
di provare i dolori della Passione di nostro Salvatore per mezzo di un’immagine
antica di un Crocifisso che si venera nella chiesa maggiore di Montefollonico,
chiamato comunemente il Crocifisso di Brandano”. Tanto da dedurne che sia
proprio Brandano il Santo ai piedi del Crocifisso.
Nella cappella, fatta restaurare da Mons. Divo Zadi
a ricordo dei suoi cinquanta anni di sacerdozio per lasciare un ricordo tangibile
al suo paese d’origine, ci sono da sottolineare, insieme all’altare e a questo
successive, due tele ai lati, anch’esse seicentesche: la Vergine annunciata
e l’Angelo annunciante, di ottima fattura, che il Brogi riferisce a Giov.
Battista Giustiniani, un pittore vissuto e operante a Siena nella prima metà
del Seicento.
Per comprendere meglio le suddette opere d’arte cristiana
rimane da sottolineare un’ultima cosa: la loro funzione didattica e d’evangelizzazione,
in quanto sono state fatte perché la gente vedendole potesse attingere alle
sorgenti della fede.
Nel caso del crocifisso ligneo di Montefollonico l’opera
è stata certamente realizzata per la devozione e per la venerazione dei fedeli,
per rinnovare nei loro cuori il mistero della morte di Cristo, volendo mettere
in luce il tema del dolore e del sacrificio, a differenza dei precedenti crocifissi
bizantini (dal secolo VI al secolo XII) che mettevano in evidenza il trionfo
sulla morte, vestiti di tunica, vivi, maestosi, gloriosi, trionfanti. Fin
dai tempi più remoti, comunque, nelle chiese il Crocifisso ha avuto sempre
un posto privilegiato: o era posto sopra l’altare maggiore oppure sopra le
transenne o le iconostasi che separavano la zona del coro da quella dell’altare
vero e proprio. E spesso gli era dedicata una cappella, come nel nostro caso.
Previsioni del tempo: <Una babelica confusione sta investendo
l’Europa!>. Avvertenze per i lettori: <Rimanete calmi ed evacuate le
menti!>. La pubblicità incalza: <Stiamo costruendo il tuo futuro>.
Le immagini si sovrappongono nella nostra mente, i pensieri si fanno caotici
e disordinati, le parole escono con difficoltà secondo un loro ordine illogico.
L’uragano è passato. Ora stiamo calmi: dopo aver accuratamente “depurato”
le nostre menti, ci affidiamo a chi ci assicura di costruire il nostro futuro.
Finalmente faremo parte della grande cultura europea. Biglietto di ingresso:
l’inglese.
Bambini di sei anni e adulti di quaranta si ritrovano nei banchi
di scuola per apprendere la lingua che permetterà loro un futuro migliore,
dove ogni barriera linguistica verrà abbattuta, dove tutto il mondo sarà un
grande paese.
L’inglese, meglio di altre lingue, sembra il solo idioma capace
di soddisfare le esigenze di comunicare rapidamente del mondo odierno e l’unico
autorizzato a farlo. L’Italia sembra essersi accorta della necessità di conoscere
questa sintetica lingua solo da qualche anno, o perlomeno solo recentemente
è diventata come una moda da seguire.
I
cosiddetti paesi “meno sviluppati” avevano già compreso da tempo, a loro spese,
che l’inglese era un indispensabile lasciapassare per “il nuovo mondo”. Noi
italiani ci siamo affidati per anni alla nostra grande capacità mimica, sicuri
che questa potesse aiutarci in qualsiasi situazione. Comunicare grossolanamente
con gli altri popoli non era per noi poi così difficile, ma farlo in maniera
soddisfacente lo sarebbe stato sicuramente di più. Per anni siamo stati messi
in ombra da popoli apparentemente più capaci di noi.
Nella
nostra cultura non era indispensabile sapere una lingua, talvolta neppure
conoscere la nostra era così importante, bastava saper far di conto. Oggi
essere in grado di comunicare efficientemente in un’altra lingua è diventato
vitale.
Quando decisi di studiare le lingue non sapevo bene verso cosa
andavo incontro. Non sapevo cosa mi aspettava. Fui affascinata dalla dolcezza
del francese, colpita dall’essenzialità dell’inglese e attratta dalla razionalità
del tedesco. Tre culture e tre realtà diverse mi aprivano le loro porte. Io,
spettatrice e protagonista vivevo - e vivo tutt’ora - in tre dimensioni diverse.
Poco a poco incominciai a considerare l’apprendimento di una lingua fondamentale
per lo sviluppo formativo di un individuo e l’abbattimento di barriere linguistiche.
Cominciai a capire che riuscire a comunicare in un’altra lingua con popoli
diversi era sicuramente un passo essenziale per la profonda comprensione del
loro differente modo di vivere e di pensare. Incominciai ad elaborare il pensiero
che entrare a contatto con un’altra cultura fosse un po’ come vivere un’altra
vita.
Inizialmente
avevo scelto le lingue quasi per caso, ma non all’oscuro della bellezza nascosta
dietro a qualcosa che non si conosce. Gradualmente mi ero innamorata, più
per costanza che non per un repentino colpo di fulmine, della magia che aleggiava
intorno agli altri popoli, alle loro usanze, ai loro costumi. Non era solo
il loro linguaggio ad affascinarmi, ma il loro modo di vivere, così diverso
e pur così simile al nostro.
L’apprendimento
delle lingue per me era legato più a fattori emotivi, impulsi emozionali,
piuttosto che ad un freddo calcolo razionale. La prospettiva del lavoro non
era così chiara, in me c’era solo la voglia di dissetarmi con la conoscenza.
Se poi mi sia dissetata ancora non mi è chiaro e forse non lo sarà mai.
Purtroppo mi sono accorta che in realtà, per molti,
le lingue, in particolare l’inglese, rappresentano solo corsi di sopravvivenza,
necessari per sopra(v)vivere in un mondo in cui i lupi affamati sbranano le
pecore, impastoiate dalla loro confusione.
In
attesa che su “Aria del Monte” possa ricomparire la bella rubrica di recensioni,
tenuta da Gianfranco “Canniccio” Rossi, vorrei parlare di un libro che ho
letto ultimamente e che mi é sembrato particolarmente interessante. Non é
nuovissimo perché é uscito nel 2003, e non é un romanzo. E’, a suo modo, un
libro di storia e di costume italiani, raccontati attraverso un fenomeno che
segnò gli anni del dopoguerra e rappresentò una delle vie italiane alla modernizzazione
e alla cultura di massa che precedettero la televisione. Il fenomeno é il
fotoromanzo, che nacque - o, si
potrebbe dire, fu inventato - nel 1946 in Italia, prima che in altri paesi.
“Il fotoromanzo” é infatti il titolo del libro ( Il Mulino, 2003) che appassiona
e incuriosisce come un romanzo - svelto, vivace, ironico e profondo - solo
che i protagonisti siamo noi italiani, con le nostre stranezze, i nostri ritardi
e i difetti, che non escludono entusiasmo e ottime intuizioni. Ne é autrice
Anna Bravo, docente di storia sociale e storica delle donne, alla quale si
devono importanti indagini centrate sul rapporto donne-guerra.
Il
fotoromanzo fu tenuto a battesimo dall’editore Del Duca di Milano, un nome
storico per gli appassionati di fumetti. Negli anni ‘30, quindi con il regime
fascista sospettoso dei giornali a fumetti
ritenuti troppo “americanizzati”, Del Duca aveva non solo portato al
successo gli album de “L’Intrepido”, ma, unendo all’avventura l’intreccio
amoroso, aveva conquistato anche le ragazzine alle “strisce”. A “L’intrepido”
collaboravano già due scrittrici che diverranno famose nella narrativa “rosa”
tra gli anni quaranta e cinquanta, e che l’editore assocerà subito alla nuova
iniziativa: Luciana Peverelli e Wanda Bontà.
Il
29 giugno 1946 Del Duca manda in edicola il primo numero di “Grand Hotel”
con una prima tiratura di 100.000 copie; in pochi giorni, si susseguono 14
ristampe. Qual’era la novità? Il giornale
raccontava storie, soprattutto d’amore, escludendo quasi completamente la
prova-lettura (siamo, in quegli anni, un paese ad altissimo tasso di analfabetismo):
il racconto si svolgeva attraverso scene disegnate (dai maggiori cartellonisti
e disegnatori del momento), con dialoghi formati da brevi battute racchiuse
nelle nuvolette del “fumetto”, mentre scarne didascalie spiegavano il susseguirsi
degli avvenimenti e il divampare dei sentimenti.
Il
successo incoraggiò la concorrenza, e le due successive testate, “Sogno” e
“Bolero Film”, ambedue uscite nel 1947, sostituirono fotogrammi ai disegni,
autodefinendo le proprie storie come “fotoromanzi”.
Proprio
“Bolero Film” era portatore di segnali che indicavano l’interesse di ambienti
più “colti”, o comunque significativi, per una produzione editoriale che era
immediatamente riuscita a conquistare fasce finora ignorate di pubblico. Intanto,
essendo pubblicato da Mondadori, “Bolero Film” apparteneva al circuito della
grande editoria, poi diffondeva l’idea della fotografia in alternativa al
disegno che sembra sia stata di Zavattini; infine, a partire dai primi numeri,
tra i registi dei fotoromanzi, figurava Damiano Damiani che dopo qualche anno
si segnalerà come uno degli autori più impegnati del cinema italiano.
In pochissimi
anni l’affermazione del nuovo genere aveva sollecitato l’interesse di molti
giovani che si occupavano di cinema. Nel 1949, Antonioni fece del fotoromanzo
il soggetto di un cortometraggio “L’amorosa menzogna” e cominciò a pensare
ad un nuovo soggetto che diventerà “Lo sceicco bianco” di Fellini, uscito
nel 1952, in cui le “strisce” con gli attori in posa, proprio perché ridicolizzate,
venivano già considerate come un fenomeno di costume. Più che un parente povero
del cinema, il fotoromanzo significò, per i più avvertiti, un test per saggiare
territori sconosciuti della psicologia
italiana, da cui ricavare una certezza che era anche una garanzia: il racconto
amoroso non scade mai.
La
nuova fabbrica di sogni era una via di mezzo tra i giornali a fumetti destinati
ai ragazzini e agli adolescenti e i romanzi popolari per adulti, ma il suo
rimaneva un universo giovane che incuriosiva anche gli adulti-anziani; le
sue storie si svolgevano sempre all’interno di scenari urbani, ma i valori
trionfanti erano quelli della vecchia civiltà contadina: saggezza, misura,
onestà (quegli stessi che, negli anni cinquanta, portarono al successo cinematografico
il filone “Pane, amore e fantasia”). Ogni storia aveva come protagonista la
coppia e il malinteso tra innamorati, che si scioglierà solo alla fine, ne
costituiva l’eterna suspense; come imparerà, da qui, la fiction televisiva. Avendo per referenti
la vita e i costumi giovanili, il fotoromanzo offriva il brivido della trasgressione
e, insieme, la certezza e il sollievo del lieto fine. Gli intrecci, é vero, erano ripetitivi; ma che
importa? Come mostrano, tra l’altro, anche le fiabe infantili, un’esperienza,
quando é gradevole, va ripetuta.
Dal
cinema, soprattutto americano, provenivano le icone di gioventù e bellezza
che animavano lo scenario amoroso del fotoromanzo, e i divi del momento -
da Ava Gardner a Vivien Leigh, da Liz Taylor a Rita Hayworth, da Robert Taylor
a James Dean - fornivano il prototipo estetico dei personaggi, disegnati o
impersonati da simil-sosia. Rispetto al cinema nazionale, non era infrequente
il caso di attori e attrici che apparivano sui due media, probabilmente alimentando
con la popolarità da fotoromanzo quella da film, più difficile da raggiungere;
i casi più eclatanti riguardano Gina Lollobrigida e Sofia Loren.
L’intuizione
più avveduta e lungimirante dei pionieri
del fotoromanzo fu comunque quella di interpretare alcune aspettative, magari
non ancora espresse, di una larga fascia femminile uscita dalla guerra profondamente
cambiata,
stretta tra le trasformazioni che aveva contribuito a determinare e la prospettiva
di un “nuovo” dalle linee incerte. Era il momento di proporre protagoniste
dai tratti vincenti, non deboli e inferiori, che trasmettessero sicurezza
e ottimismo a ogni tipo di lettore. Quindi, anche agli uomini.
Manca
del tutto una radiografia della lettrice/lettore tipo di fotoromanzi, ma le
cifre raccolte nel volume rivelano una dimensione e una fisionomia insospettabili
del fenomeno. Un’inchiesta televisiva del 1962 avanzava una stima di 15 milioni
di lettori di fotoromanzi, tra uomini e donne. Di questi, una ricerca del
1958 aveva indicato un 25% di maschi come lettori di “Grand Hotel” e “Bolero
Film”, tra i quali prevalevano uomini a scolarizzazione alta o media (nei
primi anni ‘60, un sondaggio francese segnalava, tra i lettori di “Nous Deux”
- gemello francese di “Grand Hotel”-
il 42% di uomini).
Il nuovo
strumento editoriale dimostra la sua vitalità inserendosi, al di là delle
critiche, tra i media più ricercati per le comunicazioni di massa. Per quasi 10 anni, nonostante le vendite non ne risultino scalfite, sui fotoromanzi
piovono accuse pesanti sia da parte della cultura “alta”, sia dalla stampa
e dai partiti, tanto cattolici che di sinistra. Ma fu proprio il PCI, forse
il più acido tra i suoi detrattori, a utilizzare tra il 1953 e il 1965, fotoromanzi
“politici” studiati e realizzati per la sua propaganda elettorale. Da parte
cattolica, le operazioni più impegnative furono i fotoromanzi sulle vite dei
santi, prodotti tra gli anni sessanta e settanta. Ad esse si accompagna “Famiglia
cristiana” che pubblica, tra il 1959 e la metà degli anni settanta, fotoromanzi
tratti dalla riduzione di classici, storie di santi e storie amorose a sfondo
sociale.
La crisi delle ideologie, a cavallo tra gli anni settanta-ottanta,
metterà alle strette i moralismi di ogni colore, e il fotoromanzo comincerà
ad essere analizzato - é il caso di questo libro - come protagonista importante
della cultura di massa. Diventa soggetto di seminari universitari, si assegnano
tesi su “Grand Hotel” e sulle altre testate (molto più numerose di quelle
che ho segnalato); finché nella “Storia della Letteratura Italiana” pubblicata
da Einaudi, insieme alla voce “rosa”, relativa al romanzo commerciale amoroso,
comparirà la voce “fotoromanzo”.
Grazietta Butazzi
Alessio Capitoni
Il lettore e compaesano Massimo Mangiavacchi ha scritto
e inviato al Sindaco due lettere che ci ha chiesto di pubblicare non avendo
ancora avuto una risposta. Siamo lieti di poter riportare, insieme ad esse,
anche la risposta che il Sindaco gli ha inviato (e ci ha trasmesso) mentre
stavamo ultimando il giornalin.
Roma,
1 ottobre 2004
Preg.mo
Sig. Giordano SANTONI
Sindaco del Comune di Torrita di Siena
Piazza Matteotti, 10
53049 TORRITA DI SIENA
Signor Sindaco,
Roma, 29 novembre 2004
Sig. Giordano SANTONI
Sindaco del Comune di Torrita di Siena
Piazza Matteotti, 10
53049 TORRITA DI SIENA
Egregio
Sig. Mangiavacchi Massimo,
Giordano Santoni
Caro
giornalino
chiedo un po’ di spazio per ricordare il mio babbo,
Enrico Mangiavacchi, memoria storica del paese per novant’anni. Ci fu una
grande festa per i suoi novanta, partecipò tutto il paese, rendendolo felice
e commosso. Se n’è andato il 30 agosto di quest’anno, in silenzio come era
vissuto, amato e stimato da tutti. Non starò a fare un forbito necrologio,
non era uno scienziato, uno scrittore
di fama, un grande medico. Per me era semplicemente una persona meravigliosa
e mi piace proporvi queste poche righe, perché davvero se le meritava.
Era detto Bricche (non si sa neppure cosa voglia dire) - come una mano
molto stupida ci ha ricordato, scrivendolo in rosso, caso mai sfuggisse all’occhio
di qualcuno, nel foglio affisso al Pianello per la sua morte. (così aveva
cominciato a chiamarlo il nonno fin da piccolo. N. d. R.). Il babbo era persona
semplice, docile, disponibile, una persona d’altri tempi. Una persona che
da ragazzi molte delle mie amiche mi hanno invidiato, diceva raramente di
no, anche quando gli si chiedeva di portarci a ballare.
Mi ha fatto fare e vedere delle cose incredibili: ho
imparato a guidare il camion che non arrivavo neppure ai pedali, l’Orcia con
la sua rena, la legna con il Noci, le trebbiature e la minestra d’ocio con
il sig. Perlo, con grandi delusioni per la mia mamma che mi avrebbe voluto
provetta ricamatrice da Suor Serafina! Mai dimenticherò la bicicletta rossa,
usata, che mi regalò mettendo assieme tremila lire (e allora non era semplice!).
Ricordo, come fosse ora, il mio Zenza (Enzo mio cugino) che fece una corsa
da infarto per dirmi: “Giuse il tu’ babbo è sopra una bicicletta rossa, è
al Chiassino!” E io feci la stessa corsa da infarto per andare a verificare….Era
vero! Che felicità, forse di più di quando mi dissero che avevo avuto due
gemelli!!
Scherzi a parte, vederlo morire non è stato facile per
me che l’ho adorato; non avrei mai immaginato di potercela fare; ma ho voluto
avere coraggio per lui, perché sentisse fino in fondo la mia presenza. Stavo
lì e gli ricordavo i nipoti, che adorava, tutto quello che mi ha fatto fare,
gli parlavo vicino; non so se ascoltava, o capiva quando gli ripetevo che
gli ho voluto sempre bene. So solo che l’ho visto andarsene piano piano e
che sono riuscita ad accompagnarlo fino alla fine di questo viaggio.
Ciao babbo, dico ciao perché ti avrò sempre nel cuore,
mi mancherai perché mi facevi ridere con i tuoi ricordi, le tue battute. Ma
anche non mi mancherai perché ti avrò sempre accosto a me.
Grazie per esserci stato.
la tua Giuse.
Caro
giornalino
Noi siamo quelli definiti dell’egregio sig. Renzo Butazzi
i “disturbatori delle quiete pubblica”, i cosiddetti motorinisti. Volevamo
rispondere all’articolo dedicatoci nel numero 13 di “Aria del monte 2000”,
dove oltre ad aver definito i nostri motorini rottami, il sogno dell’autore
dell’articolo era che attraversasse un ragazzino che rincorreva un pallone
e per evitarlo noi dovremmo aver dato una sterzata con testata sul muro e
di conseguenza punti di sutura. Io credo che augurare ad un ragazzo di sbattere
la testa contro il muro non sia bello, e con questo credo di avere l’approvazione
dei lettori, ma a parte questo a cui noi non abbiamo dato peso volevamo iniziare
innanzitutto con lo spiegarvi cosa significa per noi giovani quello che voi
chiamate rumore.
Il rombo è musica per le nostre orecchie, in fondo ognuno
ha i suoi gusti, altrimenti che mondo sarebbe se tutti fossimo uguali! In
un paese come il nostro, dove i giovani hanno pochissime opportunità di divertirsi
o forse addirittura nulle, le uniche cose che ci piace fare sono di giocare
a calcetto (ma sempre non è possibile) e far rombare i nostri motorini, guardare
quali di questi cammina di più e tante altre cose che riguardano i motorini.
La parola smarmittati, rottami che cadono a pezzi, per
noi è un’offesa, in quanto dio solo sa quanto tempo e soprattutto soldi spendiamo
per renderli competitivi o almeno carini.
Ma non volevamo solamente parlare di questo perché come
abbiamo detto noi stessi, ognuno ha i suoi gusti, e quindi possiamo capire
se ad altri ciò non piace, vi preghiamo solo di non offendere la nostra amata
passione.Con questo articolo cogliamo anche l’opportunità di invitare gli
amanti delle passeggiate a stare più verso il bordo della strada e non l’uno
accanto all’altro perché potrebbe succedere qualche cosa di brutto sul serio,
quindi noi ci impegniamo ad andare un po’ più piano e voi speriamo che camminiate
più verso il ciglio. Siamo sicuri che da ora in poi tutti condivideremo le
strade in maniera semplice e ordinata e che poche persone avranno da ridire
l’una dell’altra, perché è già accaduto in passato che sia stata stesa una
signora anziana, oppure come è successo al nostro Pocetta (Giulio Stefanucci)
che passando con la macchina in mezzo al paese (forse ammettiamolo un po’
più veloce del normale), si è trovato davanti alle scuole un gruppo di passeggiatori
che stavano tornando al bar stando però in mezzo alla corsia dove stava transitando.
Ma il problema non è stato tanto questo quanto quello che i passeggiatori
hanno avuto il coraggio di riprendere Giulio e attaccarlo credendo di avere
pienamente ragione.Quindi se vogliamo veramente condividere le strade in tutta
tranquillità senza dover correre rischi inutili, sarebbe meglio che sia noi
per primi, ma anche voi passeggiatori, stessimo più attenti a quello che facciamo.
Con ciò spero che un giorno potremo circolare tranquillamente sulle strade
sia noi che voi. Ahi, dimenticavo una cosa riguardo al sogno del sig. Butazzi.
Sai anche noi abbiamo un sogno: ed è che tra un ragazzino
che attraversa la strada rincorrendo la palla, il muro e lui, punterei sul
Butazzi!… ma è solo un sogno … niente più.
I Motorinisti
Cari Motorinisti, come dite giustamente ognuno ha i
suoi gusti. Tuttavia, mentre molti si gustano i propri senza imporli agli
altri, il rumore lacerante degli smarmittati se lo devono godere anche quelli
che ne farebbero volentieri a meno. Credo di non essere l’unico che la pensa
così e che quando vi sente sogna almeno di mettervi un tappo di sughero nello
scappamento.
Sono però contento che vi siate irritati, almeno avete
scritto qualcosa su questo giornale, nel quale i giovani, purtroppo, non sono
quasi mai presenti e non per colpa nostra. Ci farebbe piacere se qualcuno
di voi, o magari tutto il gruppo, scrivesse qualche altra cosa per “Aria del
Monte 2000” anche senza essere provocato.
Comunque mi scuso con i motorini, se li
ho offesi, perché loro non ne hanno colpa.
Cordialmente
Renzo. B.