CRONACA MONTANINA

 

MATRIMONI:

 Lucio Lorenzini e Anna Faellini si sono uniti in matrimonio il 16 marzo. Sabato 3 agosto tocca a Giuseppe Zidda e Alessandra : la cena verrà consumata al ristorante il Casato a Bettole.

 NATI:

Auguri ad Alessandro, nato il 18 luglio, a Paola Cencini e  Paolo Masini. Attendiamo la nascita della bimba di Roberto Capitoni e Erica Carloni.

 MORTI:

Il 22 aprile ci lascia Rosa Elena Marioli vedova Bianconi, all’età di 90. Ci lascia anche Nello Belli, 96 anni: è l’8 maggio. Il 15 luglio all’età di 76 anni si è spento Angiolino Mazzetti …di lui ho il ricordo che ogni volta che partecipava alle riunioni di partito dormiva sempre…ma non qualche volta, SEMPRE!..Addio. Angiolino… All’età di 88 anni il 17 luglio ci ha lasciati Osvaldo Capitoni. Condoglianze ai suoi cari.

NUOVE ATTIVITA’:

 Athos Zurli ha preso in gestione il Bar nella piazza del mercato di Sinalunga. Buona fortuna!

 FESTE, EVENTI E INCONVENIENTI:

v      23 marzo: manifestazione a Roma della CGIL; tra le migliaia di persone 23 montanini!

v      Sabato 30 marzo. Incontro pubblico al Palazzo Pretorio; il Sindaco illustra le prospettive di restauro del Teatro “B. Vitolo” da poco acquistato dal Comune. Nonostante l’importanza del dibattito per la popolazione montanina, l’affluenza è stata scarsa; per di più ci sono state aspre critiche rivolte al primo cittadino, su problematiche che non avevano attinenza all’argomento…il Monte è così: prima il tuo, poi, se ci scappa…..!

v      Sempre nel mese di marzo sono iniziati i lavori di manutenzione della Fratta che in seguito dovrebbe divenire un albergo di lusso. Il progetto definitivo dovrebbe prevedere anche la ristrutturazione del Roccolo che, insieme a una parte del bosco circostante passerebbe in uso al Comune, per integrare e valorizzare il Parco del Tondo.

v      Da giovedì 3 a sabato 5 aprile alcuni studenti d’Architettura dell’Università di Firenze hanno condotto uno studio sul nostro paese al fine di elaborare progetti per il miglioramento dei servizi. Dopo le vacanze ci sarà la presentazione dei loro lavori.

v      25 aprile: elezioni del consiglio della Polisportiva: eletti Andrea Cannas, Alessio e Silvia Capitoni, Cristina Fabricotti, Raffaele Falconi, Cristiano Fantacci, Francesco Martini, Renzo e Sara Natalini, Leonardo Trombetti. “Il Jonny”, Luca di Rivo e Pippi per lavoro o per dare spazio a nuove idee e forze, lasciano il consiglio dopo anni e anni di militanza nella Polisportiva…sembra che Pippi fosse già consigliere negli anni ’50!!!!!.

v      5 maggio: finisce il campionato di calcio di serie A. Disperazione interista per la vittoria della Juve  che si aggiudica lo scudetto. Festeggiamenti in tutto il paese e nei dintorni; durante la notte scritte nella strada sotto la porta del Pianello rendono “indelebile” l’evento.

v      A maggio grave atto di vandalismo a Torrita dove il Palazzetto dello Sport è stato danneggiato per diverse migliaia di euro: le autorità competenti indagano sul fatto.

v      16 maggio: inizia il secondo torneo di calcetto di Montefollonico. Partecipano 20 squadre, alcune provenienti anche da San Giovanni d’Asso e Foiano; il 2 giugno è partito anche il torneo femminile.

v      Avvicendamento di vertice al Centro Culturale: Sabrina Capitoni, per problemi di lavoro, lascia lo scettro di Presidente ad Andrea Cannas. Un augurio per il nuovo incarico e SOPRATTUTTO per un buon lavoro!!!

v      Maggio: marea di turisti che scorrazzano in su e giù per il Monte ma che, a sentire Patrizia Facchielli, non si fermano a “spendere”. Secondo la ristoratrice quest’anno c’è stato un calo del 30 per cento di clienti: il quadro, quindi, indica che sempre più persone visitano Montefollonico, ma, sono solo di “passaggio”  e all’economia paesana non danno di certo una mano. Forse un maggior impegno delle associazioni montanine, dei commercianti, delle persone stesse del Monte e dell’Amministrazione Comunale potrebbe aiutare a risolvere il problema!

v      31 maggio: iniziano i mondiali di calcio. Ivano attrezza la sala “carte” con un maxi schermo per la visione delle partite: tra urla, imprecazioni, cori…e “picchetti” la sala è sempre gremita di persone.

v      3 giugno: finalmente viene ripulito il Viale della Rimembranza dalle erbacce…è ancora poco per la memoria dei Caduti.

v      Domenica 23 giugno: finale del torneo di Calcetto: vince la Pubblica Assistenza di Torrita sull’Impresa Edile Belli di Montefollonico. Nel torneo femminile si impone Il Bar lo Sport di Montefollonico sul Giannetti San Quirico d’Orcia. Bilancio positivo sia di partecipanti che di spettatori: difatti le squadre sono state 26, per un totale di più di 300 ragazzi e ragazze che hanno sudato sul tappeto verde del Monte; in alcune serate gli spettatori, sono stati più di 100... le macchine arrivavano fino al cimitero! Una bella soddisfazione per la Polisportiva che negli ultimi anni, oltre a promuovere sport, cerca anche di rivalutare il Monte ed il suo territorio.

v      29 giugno: “boicottata” la gita a Napoli organizzata dalla Polisportiva Monatanina: forse era troppo caldo ed è stato un peccato, dato che la visita alle grotte sotto la città è una novità di quest’anno! Ci riproveremo a settembre con una gita in mountain-bike nella provincia di Siena o, sotto Natale, con una visita in un paese caratteristico, magari in Umbria o Lazio.

v      Luglio: il comune di Torrita di Siena, con la collaborazione della Polisportiva Montanina, ha attrezzato il Tondo con due tavoli e alcuni cestini in legno; un tavolo spazioso, con panche e un cestinone anche al campo sportivo. Un altro tavolo con cestino verrà installato presto alla Fonte del Bighi. Abbiamo notato con piacere che molte persone già usufruiscono di questo “arredamento”…Però attenti, è un bene di tutti ed è quindi obbligatorio averne cura: non gettiamo per terra o tra i cespugli carte, bottiglie, barattoli o altri rifiuti. Teniamolo a mente e soprattutto DICIAMOLO A FIGLI E NIPOTI che sono coloro che un domani dovranno aver cura di questi posti!

v      6 luglio: cena sociale della Polisportiva al campo sportivo. Novantasei persone si sono abbuffate sui piatti preparati dai ragazzi (e da alcune mamme) dell’Associazione: antipasti, pici al sugo e carne al forno. Nonostante fosse la prima volta che la Montanina si avventurava in un’impresa del genere il bilancio è stato positivo; infatti è avanzata poca roba (se non consideriamo i 40 kg di cocomero ed i 15 cesti d’insalata!) e la gente ha mangiato bene e tanto…Dimenticavo  di riportare una critica: secondo gli esperti la panzanella era troppo “molla”.  Il difetto si spiega pensando a CHI l’ha preparata: io, il Cannas, il mì’ fratello e Silvia….davvero, di più ‘un si poteva fa’! Il ricavato della cena verrà utilizzato per realizzare progetti di sviluppo del Parco il Tondo.

v      Il 31 luglio inizia la Festa de L’Unità ai giardini pubblici. Finirà il 6 agosto. Oltre le prelibatezze gastronomiche, che richiamano buongustai da tutta la provincia,  le serate saranno allietate dalla commedia del Gruppo Folkloristico Valdichiana, e dai complessi di liscio, di cui quello dell’ultima sera, Renato Tabarrone, ha suonato anche con i Nomadi, quelli di Augusto da Olio. Nella serata dedicata alla politica  si parlerà della sanità pubblica

 

Leonardo Trombetti


 

CULTURA  E SOCIETA'

 

Micronido puntata seconda

 

L’articolo apparso sullo scorso numero di Aria del Monte 2000 sembra aver riscosso un certo successo, almeno formalmente. Cercheremo di riassumerne in breve il contenuto: io in quanto mamma insieme ad altre mamme meno spavalde ci siamo dette che era ora di chiedersi come mai in un comune con 123 famiglie residenti aventi bambini al di sotto dei tre anni non ci fosse ancora un servizio primario come l’asilo nido. Subito dopo lo abbiamo chiesto al sindaco, all’assessore e a un difensore civico della regione toscana. Abbiamo anche provato, nel frattempo che questi stavano a pensare, a contattare una cooperativa di Arezzo chiedendo se ci avrebbe eventualmente aiutate a metterne su uno da noi: un micronido familiare appunto, che avrebbe dovuto servire da esempio, pur senza dare, però, risposte coerenti all’esigenza massiccia delle tante famiglie.

Durante il primo appuntamento col sindaco per discutere la questione, la giunta si stava leggendo l’articolo (che era stato opportunamente fotocopiato distribuendone una copia per uno). Il sindaco, dopo averci ricevute un paio di volte, ha delegato l’assessore  ai servizi sociali Michela Giorni (donna lavoratrice e potenziale mamma) a seguire le pratiche per la costituzione di qualcosa che assomigliasse a quanto era stato proposto nell’articolo di cui sopra. 

Ad oggi le cose stanno così: il comune è interessato a portare avanti un progetto di “centro gioco educativo” presso un’aula dell’attuale scuola materna ristrutturata di Torrita Stazione, che verrà adibita ad ospitare un numero massimo di nove pupi piccoli per sei ore al giorno, anche se si profila qualche difficoltà nella gestione dell’eventuale pranzo (un bambino di un anno mangia in media un paio di pasti al giorno più merende e colazioncine varie; la materna dispone di refettorio ma legalmente sembra difficile nutrire i più piccoli, solo che le vie del Signore, si sa, sono infinite e speriamo di trovare in questo delirio di leggi idiote una risposta una volta tanto soddisfacente… ). Si aggiunga che nonostante sia certamente apprezzabile l’interessamento del Comune alla problematica nido, sarebbe opportuno chiarire che:

a)      Indipendentemente da come andranno le cose, un servizio deve essere funzionante appieno e pertanto i sei miseri posticini che il nido di Foiano presta al comune di Torrita non andrebbero levati ma dovrebbero eventualmente coesistere con la nuova realtà di “centro gioco educativo”, per via che i bambini sono sempre 123 (centoventitre) e 6+9 fa 15 (quindici). Se il comune mira a togliere quei posti deve, come minimo, perché il gioco valga la candela, creare le condizioni perché lo stesso livello quantitativo e qualitativo di servizio sia garantito a Torrita.  Meglio ancora sarebbe che si apportassero delle migliorie quantitative e qualitative appunto.

L’alternativa è un disservizio.

b)      Il “centro gioco educativo” di Torrita non può tenere digiuni nove bambini per sei ore al giorno solo perché le leggi non permettono di dire che questi hanno bisogno di mangiare… a loro delle leggi non importa molto e sinceramente noi mamme preferiremmo nutrirli comunque legge o non legge

c)      Gli orari dell’eventuale “centro gioco educativo” devono essere seri. Mi spiego: una mamma che lavora - va a lavorare in genere al mattino, qualche volta al pomeriggio - ha bisogno che il bambino sia all’asilo nelle ore in cui lei lavora, non nel suo tempo libero! Perché, come accennato nel numero precedente, il nido è un servizio indispensabile, che permette innanzitutto a una donna di continuare a lavorare o di cercarsi un lavoro contribuendo così a far crescere i propri figli che di coccole hanno sì bisogno ma di scarpe e di pannoloni pure.

d)      Bisognerebbe che il comune affrontasse di petto la questione, visto che di buona volontà sembra averne molta, cercando di capire concretamente quanti cittadini ritengono di voler usufruire del servizio. Non basta affidarsi esclusivamente all’entusiasmo di noi mamme che dalla nostra abbiamo cercato con i pochi mezzi che avevamo di pubblicizzare la cosa affiggendo nella sala d’aspetto della pediatra di Torrita il mio recapito telefonico e brevi accenni alla questione.Come? Con un lavoro di “monitoraggio del territorio” che a dirlo così sembra una cosa difficile e invece basta poco. Per esempio spedire alle 123 famiglie di cui sopra un breve questionario che si dovrebbe riconsegnare in comune dove si chiede: 1) Sei interessato a mandare tuo figlio al nido? 2)Vorresti che Torrita disponesse di una struttura idonea per tale servizio? 3)Quanto sei disposto a spendere per l’iscrizione, etc.?

e)       Insomma di concreto ad oggi abbiamo trovato buona volontà e cortesia. Speriamo domani (e nel prossimo numero) di potervi dire che Aria del Monte 2000 ha centrato il bersaglio e che: l’asilo c’è, funziona, è a Torrita e permette a tot mamme di riinserirsi al lavoro e a tot famiglie di sentirsi rappresentate dal proprio comune di residenza… noi ci vogliamo credere.

Sonia Del Secco  

Siamo molto contenti se questo giornalino è servito o servirà ad aiutare le mamme di Torrita a raggiungere l’obiettivo di un micronido che risponda alle loro esigenze. Siamo anche contenti in modo particolare ogni volta che Aria del Monte 2000 avvia o stimola un colloquio tra i cittadini e il Comune.

Vorremmo riuscire a non restare soprattutto una rassegna di ricordi e di personaggi più o meno tipici, un contenitore di cultura e occasioni di ricreazione. Vorremmo anche essere utili e in questo il contributo dei lettori è fondamentale.

Prendete esempio da Sonia e scriveteci se vi sono problemi vostri e/o del Monte che volete rendere noti attraverso di noi e avere in qualche modo il nostro aiuto per risolverli.

Aria del Monte 2000

 

 

 

 

NOTIZIE SULLA SCUOLA DELL’INFANZIA

Ebbene sì, un altro anno scolastico è finito, un anno intenso, ma anche ricco di esperienze, stimolante, divertente!!!Il tempo sembra davvero volato, eppure, a pensarci bene quante cose abbiamo fatto e quanti avvenimenti da raccontare: la festa di Halloween per le strade del paese, la visita alla cantina, alla fattoria, alla caserma dei Vigili del Fuoco, la festa di Natale, il concerto, la festa di Carnevale e quella finale e poi ancora…la gita a Mirabilandia insieme ai genitori, infine il picnic con i bambini di Torrita che dovevamo fare al “Gioco del Pallone”, invece per il gran caldo lo abbiamo fatto nel giardino della nostra scuola con tanto di gavettoni finali tra maestre e grande divertimento da parte dei bambini.E già, è proprio così, forse per deformazione professionale, qualche volta le maestre ritornano ad essere un po’ bambine.Prima di salutarvi volevamo ringraziare la popolazione di Montefollonico, la Polisportiva Montanina, i genitori che in ogni occasione ci hanno sostenuto ed aiutato a svolgere al meglio il nostro compito.

Ciao a : Alfredo, Giacomo, Nike, Riccardo, Roberto, Valerio,Lorenzo, Owain, Ginevra, Elena, Laura, Maria Sole, Camilla, Carlotta, Giada, Flavio, Bilel, Tommaso e Daniele.

Buone vacanze a tutti, un grande abbraccio ai bambini che a Settembre affronteranno un nuovo impegno scolastico e un arrivederci a presto agli altri che invece dovranno sopportarci ancora per un po’.Ciao.

Maestra Gabriella e Maestra Sabrina


FANTASCIENZA: LA MITOLOGIA DEL TERZO MILLENNIO (2)

 

Nell’articolo precedente ho parlato della “proto-fantascienza”, ovvero della produzione fantascientifica tra la fine dell’Ottocento e il 1950, caratterizzata da scrittori sia europei che americani e da storie che venivano pubblicate, sia in America che in Europa, anche su periodici ad alta tiratura (in Italia per esempio “La Domenica del Corriere”), dimostrazione della diffusione e della popolarità del genere fantascientifico, non ancora limitato a piccoli gruppi di lettori specializzati.

Negli anni ’50,il tramonto della robotica coincide con il distacco della produzione americana, che si identificherà sempre di più con la cinematografia horror, da quella Europea sempre legata alla narrativa delle “invenzioni mirabolanti” di Verne.

Il focus della produzione fantascientifica americana-per quanto riguarda la narrativa- si sposterà, verso l’esplorazione dello “spazio interno” dell’uomo e del contesto in cui vive; celeberrima, è, in tale ambito, La fede dei nostri padri (1967)di Dick, dove viene descritta una società in cui tutti i cittadini sono controllati dalle proprie televisioni e lo stato gestisce le loro abitudini e verifica l’efficacia individuale dell’indottrinamento. Non scordiamoci che sono gli anni in cui il governo americano effettua esperimenti sulla possibilità di utilizzare l’ LSD per gestire le menti delle persone. Subito dopo comincia l’epoca del transreale e del cyberpunk, movimento che si distingue dai movimenti studenteschi degli anni ’70, d’impronta antiscientifica, proprio per la sua esaltazione del versante tecnologico usato come leva per autonomizzare l’individuo scardinando il monopolio della grandi menti politiche; il migliore manifesto di tale tendenza sarà Software di Rudy Rucker.

Il mezzo più espressivo del binomio America-fantascienza, è senza dubbio il cinema fantascientifico-horror, che dopo esser stato diffuso in tutto il mondo, è andato a sostituire, in quanto a popolarità, la narrativa europea e americana. Vediamo quindi brevemente come è nato questo nuovo tipo di cinema:è del 1902 Viaggio nella Luna il primo flim di fantascienza, di Méliés, cui faranno seguito altri film fantascientifici molto conosciuti come Metropolis (1926)di Fritz Lang e La guerra dei  mondi di George Pal (1953) ispirato al libro di Wells .Successivamente, dal film che nel 1971, secondo Fabozzi  decreta la vera nascita del cinema di science fiction: 2001: odissea nello spazio, firmato da Clarke e diretto da Kubrick, fino ai film più recenti come The Matrix o Star Trek, le tematiche rappresentate sono notevolmente cambiate sempre di pari passo con quelli che erano i contesti storico-culturali del momento.

Dal tema del viaggio prima nel futuro, simbolo della speranza umana di trovare nell’ignoto l’ideale, poi a ritroso (1994 Stargate, 1985 Ritorno al Futuro), siamo giunti a dipingere personaggi mostruosi come Alien 1979, metafora del mostro che racchiudiamo nel nostro inconscio. Tutti noi ci ritagliamo una personalità amputando e relegando nell’ombra gli aspetti considerati indegni dalla società, ma questo bobo nero torna in noi a mo’ di boomerang attraverso l’amore per il rischio e il fascino per il cattivo.

Ecco perché questi scrittori della fantascienza ci offrono nemici che incarnino il male: per darci la possibilità di vederlo solo fuori da noi; combattendo contro mostri e alieni l’uomo è chiamato alla riaffermazione del bene sul male.

La fantascienza ci  ha consentito anche di catalizzare paure inconsce, non a caso i marziani sono verdi -il colore della speranza- e come gli dei della mitologia sono più saggi degli uomini (chissà che le loro scoperte non possano giovare ai terrestri? Saremmo in tal caso costretti a parlare di marzianus ex machina!)

Più recentemente, il filo conduttore della fantascienza si è spostato verso un nuovo argomento: la ricerca dell’autenticità dell’esistere scatenata dalla paura di vivere un’esistenza illusoria (The Matrix, The Truman Show 1998, per esempio).

Oggi, evidentemente non sono più la guerra, la fame, la carestia, la malattia a destare la preoccupazione di noi giovani, forse perché non sono problemi che abbiamo avuto modo di toccare con mano .Al contrario, tutti noi, abbiamo a che fare con delle paure non tanto materiali, (non sarebbe possibile dato il benessere di cui godiamo) quanto psicologiche. Siamo angosciati, più o meno, consapevolmente, dal timore che essere autentici, essere sé stessi svelando le proprie debolezze, possa portarci ad apparire perdenti, in una società di “vincenti a tutti i costi”. Ci sarebbe da chiedersi se l’omologazione a questa società comporti o meno la perdita dell’individualità….Chi di noi non teme il livellamento dell’individualità su cui si fonda il mondo di Truman Burbank ?Chi di noi non teme  di essere spiato dagli sguardi avidi  degli abitanti-spettatori della sua città, anche essi privi di spirito critico, di desideri, di autonomia? Forse ci aspetta, dovremmo chiederci, un futuro analogo a quello di Truman?

Sofia Canapini

 

 Pastori, pecore e lupi

 

            Non sono soltanto gli esseri umani a soffrire di "stress". Anche gli animali ne soffrono. Tra questi le pecore hanno un sistema nervoso particolarmente debole. Da queste parti non è un problema da poco: quella di Siena è la provincia più ricca di ovini (che non sono uova piccole ma pecore e capre); a Torrita e Montefollonico ce ne sono parecchi, quasi tutti appartenenti ai pastori sardi che sono cominciati ad arrivare qui nei primi anni '60.

            Quando la pecora è stressata fa meno latte, il quale è l'unico prodotto importante per i pastori. La lana non vale più niente e gli agnelli - che malgrado la loro immagine così sentimentale vengono venduti per mangiarli o ricavarne pelliccine - non possono essere uccisi tutti  altrimenti non avremmo più pecore. Infatti gli agnelli femmina vengono risparmiati e destinati a rinnovare il gregge. Le pecore partoriscono, in genere, da Natale a Pasqua. Di solito fanno un agnellino, qualche volta due gemelli, ma mai di più. L'agnello viene lasciato alla madre per un periodo piuttosto breve, poi le viene tolto e la pecora seguita cortesemente a dare latte - stiamo parlando sempre di pecore da latte - diminuendolo gradualmente, fin verso agosto. Nei primi sei mesi dell'anno, le pecore vanno munte due volte al giorno, un lavoro che prima il pastore faceva a mano ma che ora viene svolto meccanicamente.

            La pecora è un animale molto pauroso, non per nulla si dice pauroso come una pecora, e a stressarlo basta un niente. Per mungerle vengono fatte entrare in una specie di recinto che si chiama "cattura" e che le indirizza al gruppo mungitore, una macchina elettrica dotata di "tettarelle"  da applicare ai capezzoli. Sono così facili da innervosire che se c'è qualche persona cui non sono abituate o qualche semplice novità, magari un grembiule svolazzante o una sedia di colore vivace, si impauriscono e non vogliono entrare. Anche i rumori le innervosiscono: motorini e aerei supersonici che passano a bassa quota (tipici nella fauna della zona) danno loro fastidio, quasi come a noi, che però non diamo latte. Più o meno come accade a noi anche le pecore si abituano alle seccature e i pastori ne sono molto contenti. Perchè se lo stress fa diminuire il latte anche il pastore si stressa.

            Nella nostra zona i sardi cominciarono ad arrivare quando i mezzadri toscani decisero che era meglio andare a vivere in città o in paese piuttosto che seguitare a faticare nei campi. Molti terreni erano stati abbandonati e furono acquistati gradualmente dagli immigrati che venivano a lavorare qui dall'interno della Sardegna. A loro interessava il terreno per allevarci le pecore e una casa per viverci ma poi, in qualche caso, si sono trovati anche proprietari di altri edifici abbandonati che allora non valevano niente ma che in seguito, con lo sviluppo dell'agriturismo e delle seconde case in Toscana, hanno acquistato molto valore.

            Alcuni pastori sono rimasti pastori e vendono il loro latte ad altri che dalla pastorizia sono passati all'industria casearia. Il latte di pecora, infatti, ma forse sarebbe inutile ricordarlo, serve solo a fare il formaggio pecorino. Secondo Giovanni e Raffaele Falconi, con la vendita del latte un gregge di trecento pecore, come hanno loro, è sufficiente a far vivere una famiglia non troppo numerosa. In media i proprietari di greggi in questa zona (Montefollonico e dintorni) possiedono cinque o seicento pecore ma nella zona di Asciano o di Radicofani vi sono anche pastori che ne hanno mille o duemila. Pare che in quelle zone il terreno sia più ricco d'erba, meno arido e le pecore, potendo mangiare di più, diano più latte.

 

            L'avvento della pastorizia ha cambiato l'aspetto delle nostre campagne che fino agli anni cinquanta erano intensamente coltivate. Parecchi anni fa Silvio Innocenti mi diceva che quando lui era giovane il panorama agricolo dal Triano era più bello. E' facile da capire. I campi destinati a pascolo sono sempre incolti e spelacchiati e dall'alto appaiono come macchie giallastre. Un po', ma solo un po', ne rallegra l'aspetto il bianco delle pecore che si spostano o stanno raggruppate all'ombra di qualche albero isolato.

            Viene dunque naturale pensare che quando mangiano l'erba le pecore fanno del bene solo a se medesime e al padrone, ma non è proprio così. Tanto è vero che non sempre il pastore che ha bisogno di altro terreno per far pascolare il gregge deve affittarlo per portarci i suoi animali. Talvolta è lo stesso proprietario del campo che gli chiede di mandarceli. Infatti, se il campo dovrà essere lavorato e c'è erba alta, sarà più facile farlo quando questa sarà stata scorciata dal gregge. Anche nel caso in cui il contadino cresca erba buona per farne foraggio gli può convenire che le pecore la mangino prima delle gelate. Se l'erba è alta, con il gelo si rovina e muore, mentre  se le pecore la scorciano lasciando poco più delle radici, queste superano meglio la prova del gelo e l'erba rinasce con maggior forza. E'di rigore, invece, tenere le pecore lontane dalle vigne e dagli ulivi, perché per loro  l'uva, le olive e le relative foglie, sono come per noi il gelato o la Nutella, dice Raffaele Falconi.

 

            Personaggio che vive in simbiosi con le pecore, anche nel nostro immaginario, è il cane. Il  suo compito, almeno per i pastori sardi, non è quello di raccogliere e ricondurre nel gregge gli animali che se ne vanno per conto loro. In questo modo le pecore si impaurirebbero e come avrete capito la pecora da latte non deve essere mai impaurita. Il cane deve vivere con il gregge e fare la guardia contro i lupi. Se un lupo si avvicina, deve attaccarlo e metterlo in fuga. A questo scopo il cane  viene inserito fin da piccolo nel gregge, in modo che si abitui a stare sempre con le pecore e consideri il gregge la sua famiglia.

            A quanto dicono i pastori i lupi sono tornati a bazzicare nei nostri boschi. Secondo qualche voce ci sarebbero stati rimessi dagli ambientalisti per riequilibrare la fauna, in particolare per limitare l'aumento dei caprioli e dei daini. Il lupo ha imparato subito che per farsi un capriolo gli tocca correre come un pazzo e magari non riesce ad acchiapparlo, mentre con la pecora non deve faticare per niente. Ha poi capito anche che la pecora è dura, mentre l'agnello è tenero (come sappiamo anche noi). Per cui i lupi mirano agli agnelli e l'astuta strategia degli ambientalisti è stata aggirata. Ogni tanto qualche pastore ha visto i lupi, ha visto pecore azzannate e uno mi ha raccontato di aver visto un lupo portarsi via un agnello. Purtroppo il suo cane, un cane dei Pirenei, specializzato in pecore, doveva badare due greggi e quando il lupo ha acchiappato l'agnello, il cane era troppo lontano per farlo scappare. Niente paura, comunque: pare che il lupo, almeno da noi non attacchi l'uomo  ma se ne tenga alla larga. In ogni caso tenete presente che è un animale protettissimo. Guai ad ammazzarlo!

Renzo Butazzi

 


IL CINEMA: ARTE DEI POVERI O SETTIMA ARTE?

 

Parleremo di cinema. Ma non lo faremo per distrarci perché riteniamo che il cinema non sia necessariamente divertimento. Parleremo dunque di cinema per dire qualcos’altro; qualche cosa che rispecchia più la vita quotidiana dello spettacolo. E intanto diremo che il cinema è un’arte “nuova-non più nuova”, giovane rispetto a tante altre forme riconosciute d’arte (si pensi alla pittura, alla scultura, alla poesia, alla musica) e al contempo obsoleta rispetto a tante altre (l’immagine digitale, per esempio).

Eppure il cinema ha una propria specifica valenza di modernità intrinseca alla materia di cui è composto. Ciò che lo rende ancora nuovo è la riproducibilità della pellicola. In parole semplici: una pellicola non ha importanza che sia l’originale, non ha infatti senso distinguere tra le copie e gli originali di cellulosa.

La copia di una sequenza è perfettamente identica al suo originale e rispettando la tecnica di riproduzione saremo in grado di centuplicare fedelmente qualunque pellicola. E questo è proprio delle tecnologie moderne: quelle, diremo, industriali, che non contemplano la pura manualità della produzione. Una fotografia, per esempio, può essere stampata meglio o peggio, ma può essere stampata 10, 100 volte dallo stesso negativo. L’arte nella fotografia come nel cinema sta a monte, dietro la pellicola, dietro l’obbiettivo: nel gusto dell’immagine, nella scelta del soggetto, nella capacità tecnica del fotografo di calibrare la luce, nel punto di vista di chi compie lo scatto, nel lavoro minuzioso di montaggio.

In un Museo del cinema che si rispetti troveremo una ricca cineteca con pellicole anche antiche e preziose per la propria qualità e per quello che vi è impresso, preziose per quello cioè che contengono, non preziose per la propria originalità.

Capiterà tuttavia di vedere pellicole costosissime alle aste perché ritenute rare, si pensi .all’infiammabilità della pellicola e a come sia facile distruggerla o difficile proteggerla. Di certi film il mondo contemporaneo possiede una o due sole copie, e a valere di più sarà la più completa, quella che dispone di più frame, quella cioè più simile al progetto– quello sì - originale di montaggio delle sequenze del film. E qui entra in gioco un concetto che ci tocca da vicino tutti quanti, cinefili e non: quello di valore. All’asta si valuta la rarità della pellicola e questo incide pesantemente sul prezzo del film. Ma a valere  in termini di “prestigio” è innanzitutto la sceneggiatura, il lavoro cioè progettuale dell’opera, più dell’opera stessa.

Allora la questione si sposta: non parleremo più di valore in senso monetario, ma di prestigio: il prestigio inteso come un valore senza prezzo, che non ha valuta di calcolo, diverso da quello che siamo abituati a dare alle cose.

Ecco cos’altro volevamo dire: esistono tra noi cose e persone - valutate pressoché niente - preziose o preziosissime che meriterebbero un posto più alto nella scala sociale o una scala sociale diversa, fatta di pioli sicuri.

Di queste persone e di queste cose ne abbiamo incontrate tutti, ma esse non hanno nomi famosi perché la fama è una prerogativa della prima scala, quella  che ha come punto di arrivo la ricchezza.

 

Mia figlia mi ha dato l’idea di creare un’associazione che le protegga; una specie di WWF per i deboli, quelli che valgono così tanto che non gli si può dare un prezzo… non riproducibili non vendibili e non comprabili, originali certamente e in grado di dare tanto.

Sto facendo politica a questo punto? Dico cose che rasentano paradossalmente l’utopismo? Non so. Ma certamente so che vorrei che ci fosse tra gli adulti qualcuno che crede in un mondo che non va avanti a suon di monete e che sa valutare cose e persone con un metro di giudizio più naturale e meno fittizio del denaro.

E allora varrebbero i poeti e gli sceneggiatori e i musicisti e i maestri e le mamme e i frati dell’eremo di Camaldoli e i produttori di libri intelligenti e i filosofi e i cantastorie e i clown dei circhi e chi un film lo pensa e lo scrive e lo costruisce senza pellicola, e i ragazzi che ascoltano la musica in cuffia sui treni al mattino e… Insomma, l’associazione conterebbe già tantissimi iscritti, tanti che se arriviamo a superare la metà più uno possiamo anche pensare di buttare via i vecchi soldi e i nuovi: lire, euri e ogni altra valuta.

Magari non avremmo neppure un camino abbastanza grande per bruciarli tutti (c’é chi ne ha accumulati così tanti che non sa neanche quanti ne ha veramente) ma che ci frega?  Potremmo sempre ridistribuirli secondo la nostra nuova scala di valori - quella che abbiamo approvato o che approveremo. Ma questo deve averlo già detto qualcuno che il cinema lo conosceva appena… il cui nome non ricordo.

Sonia del Secco


 

PERSONAGGI

 

MEMORIE DI GUERRA

II° Episodio:

 

             Nell’altro numero vi ho parlato di una storia del “fronte”, ma cosa accadeva al Monte dopo la resa dell’Italia? Questa è la storia di Agnese Riccarelli nei Terzuoli, una bella lezione di umanità, coraggio e altruismo.

 

< Abitavo a Petriolo, vicino ai Pozzi, eravamo una famiglia abbastanza numerosa (s’era in 7). Eravamo contadini, come la maggior parte degli abitanti di Montefollonico, ed io ero fidanzata con Arduino Terzuoli. Ci sposammo nel ’42 e dopo soli 15 giorni lui fu chiamato al servizio militare. Lo rividi per un breve periodo tre mesi dopo ma poi non ebbi più sue notizie per quasi un anno; non mi persi mai d’animo e non volli mai credere che fosse morto, almeno fino a che qualcuno non mi avesse comunicato quella tragica notizia. Nel frattempo, nel’43 ci fu lo sbandamento dell’esercito e noi, visto che avevamo bisogno di braccia nei campi, trovammo un soldato italiano: Salvatore, siciliano di Siracusa. Lavorava da noi in cambio di vitto e alloggio, in attesa che finisse la guerra e potesse tornare a casa. Dopo un periodo di relativa tranquillità arrivarono le prime voci di rastrellamenti per scovare i “disertori” italiani; Salvatore si trovò ad un bivio: o rischiare di stare da noi o scappare nei boschi con i partigiani. Decise di restare con noi e così la notte dormiva nel capanno vicino le stalle e il giorno veniva a lavorare nei campi. Qualche volta dormiva anche fuori, nascosto nel bosco e così si prese una forte ridiacciatura. Gli vennero dolori forti alla muscolatura e la febbre alta. Così lo riprendemmo in casa; visto  che non potevamo chiamare il dottore (era troppo rischioso).mia suocera Laura lo curò e tutte le sere gli faceva i massaggi per fargli passare i dolori. Salvatore si rimise, ma si accorse di metterci troppo in pericolo, così decise di nascondersi con i partigiani di Monticchiello, che si rifugiavano nel bosco tra la Lupaia e Petriolo e qualche volta dormivano anche nella nostra stalla. Ci rimase solo tre giorni e poi tornò perchè quella vita non era proprio per lui.

Ringraziando il cielo andò tutto bene perché fino la fine della guerra nessuno lo venne a cercare; tornò in Sicilia dove si sposò ed ebbe delle  figlie. Da allora ci siamo sempre tenuti in contatto e spesso lui è venuto a trovarci e noi siamo andati a trovare lui, fino a quando è morto, circa 4 anni fa; ma quel legame di amicizia e riconoscenza che ci legava è ancora vivo e vegeto, tramandato attraverso le sue figlie che ancora ricordano con gli occhi lucidi i racconti del padre di quei terribili anni passati in Toscana.  

Ma Arduino che fine aveva fatto? Dopo la licenza lo avevano mandato ad Ischia nell’artiglieria e qui, con lo sbandamento, si era ritrovato senza da mangiare e senza poter tornare a casa per paura dei tedeschi. Così dovette mettersi a lavorare per un signore che gli dava da mangiare e dormire. Non riuscì a spedire neanche una lettera per un anno intero fino a quando non fu sicuro che il fronte fosse passato per Siena. Solo allora si fece pagare dal padrone il biglietto del traghetto per Napoli. Da lì arrivò a piedi fino a Roma e poi su un camion fino a San Quirico. Lì consegnò una lettera di un infermiere che aveva conosciuto a Napoli al padre dove lo rassicurava che era vivo e che presto sarebbe tornato. Quella notte dormì fuori San Quirico in una stalla. La mattina alle sei si alzò e tornò al Monte dove, finalmente, si riunì con me e con me è stato fino ad oggi.>  

 

Leonardo Trombetti

 

Succedeva al bar del "poro" Parrini - (1)

 

Il Parrini, lo dico per i giovani, era Mario Rossi, fratello di Silvana.  Il bar si trovava davanti a quello attuale, dove c'è la casa gialla; fatto costruire alla buona da Gigi Duchini nel secondo dopoguerra aveva la forma di una capanna. Al mattino non succedeva niente, di gente a far colazione neanche l'ombra; le consumazioni si limitavano a qualche marsalino di quelli che consideravano l'alcol un amico fraterno, un tè se uno aveva il mal di stomaco, oppure qualche avventore di passaggio si prendeva un caffè.

Nelle vecchie panchine dei giardini,  quelle portate da Torrita dove erano state sostituite con panchine nuove, sedevano alcuni pensionati che l'immancabile Ferruccio educava al verbo rivoluzionario e, soprattutto, faceva riflettere sulle miserie delle loro pensioncine, mentre quei "merendoni" dei deputati avevano stupendi da nababbi (quelli del PCI esclusi, naturalmente). Ma poi qualcuno lo pigliava in giro e allora: - accidenti a tutti quanti siete, 'io boia, e a me che mi ci confondo - mentre s'avviava bofonchiando verso le latrine pubbliche a fare la solita pisciatina. Poi tornava tentando inutilmente di chiudere la bottega perennemente sbottonata.

Ogni tanto andava a Roma dai figli e ne approfittava per fare una scorpacciata di film. Allora qualcuno gli chiedeva se era andato a trovare il Papa:

- Ma va' a pigliattelo nel c... te e lui, 'io boia.

E dopo un attimo di silenzio aggiungeva: - Ma chi l'ha detto che in Italia 'un c'è la libertà. Ho visto un film dove c'era una con certe cosce difori... - ed emetteva un mugolio che diceva più di mille parole. L'avessero sentito Pajetta e compagni l'avrebbero spellato vivo. Ma lui era un libero pensatore.

Eppure quest'uomo, per certi versi straordinario, a Roma avrebbe potuti andarci  davvero anche lui a fare l'Onorevole, al posto dei quasi compaesani Ilia Coppi o Mencaraglia: non sarebbe certo stato da meno. Ma come avrebbe fatto a resistere a Montecitorio ore e ore senza il suo pestilenziale sigaro toscano e, soprattutto, senza condire i suoi discorsi con un paniere nero di bestemmie come faceva al Monte? Senza considerare che avrebbe costretto il povero Pajetta a cercarlo continuamente nei vari cinema di Roma. Fatto sta che preferì rimanere nel suo piccolo mondo fatto di poveri pensionati, del bar con gli amici e il gioco, di una vita modesta ma da uomo libero.

 

Verso le dieci, al bar del Parrini cominciavano ad arrivare gli operai che erano "di mattina" per aspettare la corriera che alle undici li portava alle fornaci di Sinalunga. Per primi arrivavano gli sportivi: Bibi, Mosca, Stoppino, Banino e altri, a commentare gli ultimi avvenimenti. Li guardava taciturno Memo, pensando forse che valeva più una fascina di tutti i loro discorsi. Verso quell'ora compariva un altro "lavoratore": era Enrico Duchini, detto Pesciolino, grande sportivo e ballerino e, a tempo perso, imbianchino. Camminava lentamente perchè stava leggendo la "Gazzetta dello Sport" e poi, perché tanto il lavoro non scappava:

 - Hai visto Bibo, la Juventus ha comprato Rolbach.

- Ah, l'ha preso poi? - diceva Libero, pasionario della squadra bianconera, per far capire che era al corrente della trattativa.

- Ma sta' zitto, gli dicevano gli altri, - un lo sai che quello è un corridore!

 

Verso mezzogiorno scendeva dalla Porta un signore molto distinto, con il bastone e un po' claudicante perché aveva una gamba di legno: quella vera se l'era portata via con una fucilata, dal ginocchio in giù. Era il Sor Guido, padre del Sor Enea (il padre ce lo avevano i nobili o comunque i grossi proprietari terrieri, tutti gli altri ci avevano il babbo). Gran giocatore, oltre che cacciatore e puttaniere veniva a far colazione, che poi era anche pranzo:

- , te le vuoi giocare un tè e due paste?

- Noee, sor Guido, ormai è mezzogiorno.

- , te li vuoi giocare due tè e quattro paste?

- Noee, sor Guido, ora è tardi, si va a desina.

 

Mario portava un tè fumante e due paste secche. Era un pasto leggero ma faceva tanto noblesse oblige, e comunque sempre meglio del brodino che poteva trovare alla mensa del figlio.

Se capitava Nasello gli faceva a brutto muso:

- Sor Guido, se le vole giocà dugentomila lire, un "centocinquantuno" secco? - (oggi sarebbero più o meno 2500 euro).

- Inviti la lepre a correre, sai, perdio! - rispondeva divertito, lui che i milioni li aveva giocati davvero e parecchi. Il guaio era che a rovesciare le tasche a tutti e due era già troppo se di lire ne uscivano duecento.

Poi, magari con l'aiuto di Massimo, Nasello gli girava il piede di legno. Il Sor Guido, che era un burlone e stava allo scherzo, faceva finta di non accorgersene, e quando si alzava aveva un piede in avanti e uno all'indietro.

 

Ma dopo desina, dal tocco in poi, il bar si riempiva di gente: chi giocava a carte, chi a biliardo o al biliardino, chi beveva il caffè o il bicchier del vino. E allora Mario, che al mattino era stato pressoché disoccupato, aveva un gran daffare.

Se i giocatori erano bravi, intorno al biliardo e ai tavoli da gioco non mancavano gli spettatori.

C'erano due tipi di giocatori a carte: quelli che giocavano la consumazione e quelli che giocavano a soldi. Il terziglio, il ramino poi soppiantato dalla scalaquaranta, il domino, erano i giochi in voga. Il terziglio era quello più bello, dove erano maestri Lorento, Pilorre, il dottor Matrojacovo, il Sandroni; un po' meno lo Spadacci e il Sor Enea. Il non era di certo molto bravo, ma era il più assiduo e più di tutti dava spettacolo: quando non c'era lui la gente se ne accorgeva subito. Tra quelli che giocavano la consumazione c'era chi aspettava a ordinare: se perdeva non beveva niente e pagava il caffè o il sestino al vincitore. Tra questi il Sor Enea, con l'aggravante che lui in caso di vittoria voleva i soldi invece della consumazione e a volte Mario li doveva ritirare fuori dal cassetto lanciandogli occhiatacce:

- Quando perdo pago e se vinco voglio riscuotere, perdio! - era la candida risposta del Sor Enea. Le uniche cose che consumava erano le sedie e le carte, però se erano quelle da pallaro: allora qualche soldino nel cassetto di Mario entrava.

S'era detto che il personaggio numero uno del bar era il ; chi lo guardava, ed erano tanti, avrebbe dovuto pagare il biglietto per assistere alle sue continue arrabbiature, ai suoi sbagli e alla sfortuna che lo portavano quasi sempre a perdere. Di una cosa non ne voleva sapere: di pagare le multe che al gioco del domino scattavano quando uno aveva da mettere una carta e invece passava. "Chi ha il sette di quadri paga la multa", diceva per esempio un giocatore e se il si accorgeva che ce l'aveva lui andava su tutte le furie:

- Mascalzone, farabutto, ti piglio a cazzotti. E se 'un so' bono io lo dico a' mi' figlioli - urlava;  magari la scenata la faceva a Lampino, cioè a Zelindo Fantacci, uno degli uomini più buoni e miti del mondo.

Ci sarà andato mille volte in multa ma non ne ha mai pagata una e quando doveva andare al gabinetto dei giardini diceva a qualcuno: - Mi ci giocate voi, basta che 'un mi pagate la multa.

C'era un'altra cosa che non sopportava: che qualcuno dei presenti gli toccasse la sedia; allora chiudeva le carte, si alzava e guardava verso i colpevoli: - 'un lo sapete che so' malato?

Se la cosa si ripeteva partiva una rospata contro ignoti e contro la povera Sant'Agnese.

Una volta, però, il nostro Fe' fece un colpo grosso, forse l'unico della sua vita. Quando a metà degli anni '50 la ditta Capanna  mise il servizio per gli operai, tra gli autisti c'era un certo Tranquillo, accanito giocatore. Siccome doveva aspettare il turno della sera, si unì ai Montanini per una partita a ramino, cento lire a raddoppiare ogni volta che uno usciva e voleva raddoppiare. Tranquillo si mise a uscire e raddoppiare diverse volte, finché il , preoccupato, gli disse:

- O Pacifico, - lo chiamava così, - ma voi vi rovinate.

- Rimettetemi in casa - rispondeva Pacifico-Tranquillo. E giacché il proverbio dice "piatto ricco mi ci ficco", rientravano anche gli altri.

Alla fine ramino lo fece proprio il , vincendo circa settantamila lire (un po' piu di mille euro al valore della lira di oggi) che erano cinque mesi della sua pensione; la metà li perse Tranquillo, che erano una mesata di paga.

 

Nello stanzone dove stavano i tavoli per il gioco il fumo si tagliava a fette e se le bestemmie di notte fossero state lire sparse in terra, quando Mario spazzava sarebbe diventato miliardario. Il produttore leader era naturalmente il essendo le parole e i moccoli che snocciolava metà e metà.Tra i personaggi più gettonati nelle sue giaculatorie c'era Agnese, sua concittadina che, a sentir lui, era una che aveva fatto la vita, in contrasto con la versione ufficiale.

Ma anche gli altri non scherzavano: chi era più monotono, chi più fantasioso. Tra gli smadonnatori più spettacolari c'era Coda, ma solo quando giocava a carte e perdeva, come dire sempre. Allora cominciava a battere le ciglia sempre più velocemente e a ogni carta che calava, o meglio sbatteva sul tavolo, giù una bestemmia, una diversa dall'altra. Una volta dopo una serie di "lupe" perché il gioco come sempre andava a rotoli,  mentre aveva la carta alzata pronto a dirne un'altra si sentì battere sulla spalla. Si voltò, era Scatigno, il carabiniere, che qualche giorno prima aveva fatto la multa al Colombini, appunto per una bestemmia. Allora Coda batté la carta sul tavolo ma accompagnata da un "Santa pace di Dio". Coda la passò liscia, ma da allora, quando giocava sceglieva il posto con le spalle al muro, così da evitare brutte sorprese.

 

Dal tocco alle tre si giocavano soprattutto le consumazioni, nel resto del pomeriggio si formavano una tavolata o due di quelli che giocavano a soldi, con un contorno di spettatori liberi da impegni.

C'erano vari tipi di consumatori: i più spilorci consumavano solo se vincevano, poi c'erano i consumatori meno consumatori che con un caffè e con il bicchier di vino acquistavano il diritto di stare al bar tutta la sera. Infine c'erano i più preziosi, quelli che dopo il caffè continuavano con l'ammazzacaffè, poi un dolcetto, poi un birrino, poi i semi, poi altre ghiottonerie. Porterò come esempio lo Spadacci, ex maresciallo di marina, che tutti chiamavano familiarmente Francescone, date le sue dimensioni. Dopo il caffé: "Mario, un fernet", che veniva servito in un bicchierino piccolissimo. Lo Spadacci l'afferrava, spalancava la bocca e con un colpo di reni si cacciava il liquido in fondo alla gola tutto insieme per evitare dispersioni. Dopo un po' "Mario, un ricciarello". Il Parrini posava il piattino sul tavolo e Francesco, tra una carta e l'altra, prima ci dava un morsino (al dolcetto) come per assaggiarlo: un gesto da vero signore - l'avresti detto un degustatore - ma poi lo riacchiappava e lo faceva sparire in bocca tutto insieme.

C'era anche il cliente "mordi e fuggi", come Perlo, il marito della signora Ton: - Mario, due boeri - diceva il Sor Perlo avvicinandosi al bancone.

- A me tre - ribatteva Francescone mentre giocava con Gobbino. Se uno avesse visto il nostro maresciallo di marina soltanto da dietro avrebbe detto che stava facendo un solitario. Un vero peccato (per il Parrini) che il Sor Perlo non si trattenesse a lungo nel bar: in tre o quattro ore avrebbe dato ai dolciumi un bel druscione; e poi sarebbe stata entusiasmante la gara con Francescone| Se vi avesse partecipato  pure il Sor Enea nessuno mi leva dalla testa che sarebbe arrivato ultimo.

Oltre che di consumazioni, lo Spadacci era prodigo di complimenti e cortesie verso i suoi avversari nel gioco. Prendeva in giro il Sor Enea per il suo fisico non molto possente; una volta che giocavano insieme entrò nel bar Graziana, che allora faceva la sarta, e chiese a Francesco se poteva andare a bottega perché le mancava il filo da cucire:

- Subito signora - rispose Francescone con uno smagliante sorriso - elimino 'sta mezza sega e vengo.

- Ma senti perdio come mi tratta - si risentì il Sor Enea. - Te piuttosto, con questo pancione! - e allungò una mano per toccarlo.

- 'Un so' mica come lei, che gli si vede le costole, sembra che mangi gli scarnigi!

 

Se giocava con il farmacista scimmiottava il suo accento livornese e gli diceva sempre: "Nato a Scansano e maleducato a Livorno, dèh".

Ma la vittima più rassegnata era il Bittoni, marito della levatrice degli anni '40 e '50. Una pasta d'uomo il Bittoni, ma una volta disse al Conte:

- Mi spirerei di fare a cazzotti con lei.

- Ah, bene bene -, rispose il conte. - Ci farei volentieri anch'io perché lei è grande e grosso!- 

- La questione è che io so' grande, grosso e coglione -

 

Se se lo diceva da sé, figuriamoci quante volte glielo avrà detto Francescone, che dappertutto aveva peli meno che sulla lingua. Quando strusciava una carta, a tressette, faceva una specie di zeta:

- Ma che significa? - gli chiese il Bittoni suo compagno di gioco. 

- Vuol dire: va-ffa-nculo.

Eppure i suoi bersagli preferiti andavano a cercarlo, non potevano fare a meno di lui. Si verificava quasi quella che poi fu detta "sindrome di Stoccolma", quando cioè la vittima s'innamora dell'aguzzino

Poi il Bittoni si trasferì a Torrita al seguito della moglie, ma ritornava spesso al Monte per stare un po' al bar e se lo vedeva Francescone, che magari giocava con Vincenzo, si sentiva dire: "Mi', io quando voglio di' m... a Vincenzo, gli dico Bittoni!".

A un altro tavolo sedevano abitualmente Pilade e Gianni - fratelli coltelli - per fare un tressette con Remo Lardori e Silvio Innocenti o Tette e qualche altro. Ordinavano tutti il caffè e Mario sapeva a memoria a chi lo doveva portare lungo e a chi no. Un giorno Gianni, vedendo che nelle tazzine degli altri ce n'era di più apostrofò il povero Mario:

- Ma insomma, stammi a sentì, ma io che so' il più coglione!

 

Se non venivano gli "stilli" uno scopriva le carte per far vedere che non aveva niente. Così fece Gianni una volta: scoprì le prime sette carte, poi le tirò su insieme alle altre tre. Alla fine della prima giocata, com'era la regola, accusò "tretrei". La controlamentela di Pilade durò mezzora.

Turno Calabresi era velocissimo, avrebbe fatto una partita in due o tre minuti, ma se giocava contro il Sor Dando doveva pazientare, perché lui faceva le cose con calma; e poi gli scattava spesso una specie di tosse, o forse era asma, diventava tutto rosso e pareva che scoppiasse.

C'era anche l'angolo culturale, un tavolo a fianco del biliardo, dove il leggeva per primo "La Nazione", il giornale del bar, scompaginandolo e impataccandolo mentre sorseggiava, in una tazza da tè, una brodaglia nera che non aveva più il diritto di chiamarsi caffè. Se c'era qualcuno che giocava male lo guardava da sopra gli occhiali con aria sorniona e: - Ma pipateli, piuttosto, coglione!

(Continua)

Alfredo Machetti

 

 

 

STORIA

 

I MATERIALI DA COSTRUZIONE DI MONTEFOLLONICO: 1a parte

 

  

Passando accanto alla chiesa di S.Leonardo a Montefollonico chiunque può notare l’accuratezza del paramento esterno dell’edificio, eseguito in pietra sapientemente lavorata.

Osservando invece la torre del Cassero si vede che le pietre lavorate con precisione si trovano in corrispondenza delle finestre, alcune delle quali chiuse, mentre tutte le altre della costruzione sono sbozzate senza essere rifinite.

Al contrario quasi tutte le case di Montefollonico sono costruite con elementi lapidei talvolta neppure sbozzati, ma solamente con una faccia più o meno “addirizzata” da alcuni colpi di martello, affinchè in facciata o nei muri interni non vi siano grossi elementi sporgenti che comporterebbero un maggior utilizzo di calce in un eventuale intonaco.

Ciò vuol dire che, nonostante la pietra utilizzata sia sempre la stessa, a seconda dell’edificio in cui doveva essere impiegata e quindi della sua importanza, era necessario darle un aspetto diverso tale da far risaltare i caratteri di prestigio della costruzione in questione.

Le pietre utilizzate per la costruzione degli edifici di Montefollonico sono essenzialmente i calcari del colle su cui sorgono l’abitato e il Convento di S. Sigismondo; si tratta di rocce compatte che tecnicamente prendono il nome di Calcare Massiccio e Calcare a Raetavicula, hanno origine marina e più precisamente di mare non molto profondo, ma con buon ricambio di ossigeno, il che favoriva lo sviluppo di quei microrganismi i cui scheletri hanno, in seguito alla loro deposizione, originato la pietra stessa.

Insieme ai calcari sopraddetti sono stati utilizzate anche arenarie plioceniche le quali hanno un bel colore giallo ocra tendente al marrone chiaro, sono facilmente lavorabili e per questo motivo venivano adoperate per fare architravi, scalini e pietre d’angolo.

Le cave dei vari tipi di rocce erano disseminate un po’ tutto intorno al colle del paese; molto probabilmente in epoca medievale se ne poteva osservare qualcuna anche lungo la Costa dato che ancora in certi punti pare che vi siano delle insenature nel versante che potrebbero far pensare a piccole zone di estrazione. In generale però tutto ciò che era piccola attività di estrazione, è stato cancellato dalla vegetazione che ha preso il sopravvento .

Un esempio di ciò può essere costituito dalla nota località detta Terra Cavata: qui in epoca medievale (siamo intorno al 1100-1200) veniva estratto un altro tipo di pietra utilizzata nella costruzione di volte e in certi casi anche di pavimentazioni. La pietra veniva cavata a lastre e quindi una volta sbozzata era facilmente assemblabile tipo “pseudo-mattoni”. Osservando la volta di ingresso della cripta del Conventaccio si vede che le pietre che la costituiscono sono di questo tipo e lo stesso dicasi per la volta presente nel piano terra della Torre Moreschini e nella Torre di Tamascio. La pietra in questione prende il nome di Marne a Posidonia e a Montefollonico affiora esclusivamente a Terra Cavata, dove in seguito vennero impiantati alberi da frutto, olivi e altre varie coltivazioni ma dove attualmente troviamo solo sterpaglia e abbandono.

Sempre al Conventaccio, si può vedere che i tre archi residui, i pilastri, i  capitelli dei pilastri e la parte residua della facciata sono eseguiti con una pietra di colore grigio chiaro, a grana medio-fina, con frequenti resti fossili di organismi marini; tale pietra doveva essere estratta in prossimità della erigenda Abbazia al fine di ridurre i tempi di trasporto e, di conseguenza, quelli di costruzione. Infatti, a conferma di questa ipotesi, troviamo che alla distanza di poco più di 100 metri, lungo il bordo dei campi dell’Abbadia in direzione di Pratovecchio, sono stati estratti dei massi di dimensioni notevoli dello stesso tipo litologico utilizzato per la suddetta costruzione. E’ ovvio inoltre che spesso, come tuttora accade, erano utilizzate pietre di costruzioni abbandonate le quali venivano poco a poco demolite per usare le “pietre conce”: così, mentre per la costruzione dell’Abbazia di S.Maria di Follonica vennero adoperate nel 1275 le pietre di una costruzione romana situata nelle immediate vicinanze (frequenti sono i pezzi o le lastre di travertino o addirittura i frammenti di piccole colonne di marmo bianco rinvenute in prossimità dei ruderi dell’Abbazia), le stesse pietre dell’edificio sacro vennero utilizzate per la costruzione di muri a secco o, nel migliore dei casi, dei poderi della famiglia Landucci di Montefollonico, quando l’Abbazia venne interdetta e chiusa a causa della sua graduale rovina per frane.

 

Andrea Tonini

                                                                                                                                   

Montefollonico in un manuale di storia

 

Il prof. Gregory Hanlon é uno storico di cui avevamo già parlato in un altro numero di "Aria del Monte 2000" a proposito di due conferenze da lui tenute a Montefollonico. Hanlon, infatti, sta  lavorando da anni in archivi toscani, in particolar modo di Siena e della sua provincia, e le sue ricerche hanno avuto molto a che fare con documenti relativi a Montefollonico e alla vita del paese e della sua gente, tra il XVI e il XVIII secolo.Docente di Storia europea all'Università Dalhousie di Nova Scotia, Canadà, il prof. Hanlon pubblica ora un volume dedicato alla storia d'Italia (Storia dell'Italia moderna 1550-1800, Bologna, Il Mulino), quasi un libro-manuale per un pubblico ampio, specializzato e non, che affronta in modo particolare il declino dell'Italia dopo il primo ventennio del '600, definito da Hanlon "una sorta d'inverno", durato circa due secoli. Di lettura agevole e vivace, molto aggiornata rispetto alle ricerche storiche più recenti,  l'opera delinea un quadro completo e complesso delle vicende italiane nel periodo preso in esame, collocandole nel più ampio contesto europeo, ed analizzando i fatti alla luce di una crisi che riguardò industria, agricoltura, istituzioni e società, problemi igienici e assistenza.

Nei capitoli che trattano la disperata situazione delle campagne  e i problemi relativi alla giustizia e al controllo sociale tra ' 600 e '700, abbiamo la sorpresa di trovare citato il nostro paese con testimonianze riguardanti l'abbandono forzato della terra durante la carestia del 1648-50 e le sue tragiche conseguenze che potevano portare anche a sopprimere i neonati nelle famiglie più indigenti. Ma la citazione storica lo riguarda anche per i tentativi di dare legalità e autorità alla macchina della giustizia nella seconda metà del ''700, in cui l'autore vede i segni di un "lento disgelo".

Attualmente il prof. Hanlon sta lavorando a un'opera dedicata più specificamente alla vita nelle campagne italiane nell'età barocca nella quale  il "caso" Montefollonico verrà   documentato e analizzato più ampiamente.

G. B.

 

 

 

L'ANGOLO DELLA LETTURA

 

Italo Svevo e  “La coscienza di Zeno”

         Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) nacque a Trieste nel 1861 da una famiglia borghese e benestante, ebrea per parte di madre. Iniziò gli studi in Germania per poi fare ritorno a Trieste nel 1879. L'anno seguente per dissesti economici familiari dovette impiegarsi in una banca dove lavorò per vent'anni. Fu questo anche il periodo del suo apprendistato letterario in una Trieste (ancora parte dell' Impero Austro-Ungarico) cosmopolita e culturalmente vivace: si cimentò in articoli, abbozzi di racconti, pagine autobiografiche, collaborazioni con riviste. Nel 1892 pubblicò il suo primo romanzo, "Una vita", che passò pressochè inosservato così come anche il suo secondo libro, "Senilità" (1898). Deluso e amareggiato Svevo abbandonò la letteratura e fu solo dopo un lunghissimo periodo di silenzio che riuscì finalmente a farsi conoscere come scrittore di livello europeo con "La coscienza di Zeno", pubblicato nel 1923 anche con l' aiuto del suo amico James Joyce che è vissuto a lungo a Trieste.

        "La coscienza di Zeno" è l' originale vicenda di un maturo e ricco borghese che spinto dal desiderio di liberarsi dal vizio del fumo intraprende una cura psicanalitica attraverso la quale ripercorrerà gli episodi più importanti della sua vita. Nella letteratura italiana quest' opera segnò il passaggio dal verismo ad una nuova visione e descrizione del reale più analitica e introversa; Svevo fu, caso unico in quel periodo, influenzato dalla cultura mitteleuropea (Schopenauer e soprattutto Freud): la coscienza di Zeno, infatti, è tutta pervasa di psicologia freudiana. Svevo penetra nel labirinto del personaggio Zeno Cosini e, utilizzando la tecnica del monologo interiore, esprime senza dar peso alla sintassi e agli spazi temporali il tumulto di tutto ciò che si agita nella sua coscienza. Zeno, al pari di altri personaggi sveviani è un individuo abulico e infelice, incapace di affrontare la realtà e che ad essa costantemente soccombe, ma che, nello stesso tempo, tenta di nascondere a se stesso la propria inettitudine sognando evasioni, cercando diversivi, giustificazioni e compensi. Egli è l' archetipo della dissociazione novecentesca: l' uomo incapace di  vivere secondo una naturale armonia di intenti, figlio della totale scissione tra coscienza e azione, proponimenti e desideri, istinto e autorità, ed è in fondo il risvolto non redimibile di noi stessi.

        Con questo romanzo Italo Svevo conquisterà una fama crescente fino ai nostri giorni; attualmente viene accostato, infatti, ai grandi scrittori contemporanei come Proust, Kafka, Musil e Schnitzler. Nella sua vita vide appena l' inizio di tutto questo poichè morì in un incidente stradale nel 1928, cinque anni dopo la pubblicazione de "La coscienza di Zeno".

 Gianfranco Rossi

["La Coscienza di Zeno" di Italo Svevo, ediz. Oscar Mondadori  euro 7,50]

 

 

 

 

LO SPORT

 

“ MONTA……NINA”

 

Se vi state domandando il perché del titolo la risposta è molto semplice….

In  occasione del torneo montanino di calcetto femminile, dato che s’era più della fame,

i mister hanno deciso di dividerci in due squadre, la  MONTA (BAR LO SPORT) e la NINA

(A.P. MONTANINA).

Il risultato dei vari “ pari e dispari “ e “ ambarabà ciccì coccò “ è stato questo:

MONTA: CRISTINA, RAFFAELLA, ANGELA, ELENA, SAMUELA, con le straniere VALENTINA, ALESSANDRA, LAURA, VIVIANA.

Allenatore: RAFFA.

 

NINA: SARA, ROSANNA, SILVIA, MARIANNA, LISA, ALESSANDRA, con le straniere LUIGINA, CATERINA, SIMONA.

Allenatore: PEPO.

 

“Apre le danze“ la NINA, rifilando sette nane alla PUBBLICA ASSISTENZA di TORRITA che sommate alle altre quindici fattegli dalla MONTA fanno ventidue…..con dieci kg. di pici hai voglia a cene!!!!!

La seconda partita è stata l’attesissimo derby montanino, è partita bene la NINA andando in vantaggio dopo pochi minuti con Silvia, poi Cristina, da “buona amica “ s’è rifatta segnandone sette e Raffaella per non essere da meno ci ha messo del suo facendo un bellissimo goal…ma nella sua porta!!!!!

Il risultato finale è stato di nove a due per la MONTA.

Nelle partite successive la NINA è stata eliminata dal S.QUIRICO che in finale ha trovato l’altra formazione di MONTEFOLLONICO, la quale ha vendicato le compaesane “steccolando“ le citte dell’ ORCIA per sei a tre.

Anche se alla fine ha vinto la MONTA, l’ambita cena al BOTTEGHINO, messa in palio come primo premio, sfamerà tutte le MONTANINE, compresa Samuela che ci ha rimesso una caviglia dopo una sola partita.

E poi, se si deve di’ tutta fino in fondo, anche se ci siamo divertite, per il prossimo anno s’è già deciso che non ci sarà né MONTA né NINA, ma come sempre “ MONTANINA “…..

Sara Natalini, Cristina Fabricotti


 

L'ANGOLO DEI CITTINI

 

IL CASTELLO DEL DIAVOLO

Un bel giorno un grande banchiere che si chiamava Georg Fugger, come succedeva spesso ai banchieri, si innamorò perdutamente di una giovane aristocratica. Purtroppo per lui la fanciulla era tanto bella quanto altezzosa e più volte aveva giurato che non gli avrebbe concesso la propria mano se lui non le avesse offerto il più bel castello che mai si fosse visto sulla faccia della terra. Il nostro Fugger non aveva nessun castello, né poteva procurarselo con mezzi normali.. Viveva in una bella casa signorile e con tutto il suo denaro avrebbe potuto permettersi qualsiasi castello ma, purtroppo, quelli dei dintorni o erano bruttini o erano occupati dai rispettivi castellani e castellane. Fugger, disperato, non sapeva dove sbattere la testa. La sua ultima speranza era chiedere l'aiuto del diavolo. Naturalmente Satanasso, quando un essere umano pensa di rivolgersi a lui, lo sa subito e compare immediatamente per vedere se è possibile concludere qualche buon affare. Così avvenne e dopo un leggero odore di zolfo il banchiere vide il diavolo comodamente seduto nella sua migliore poltrona. Pur essendo impaurito da quello che stava facendo, ma determinato a raggiungere lo scopo, Fugger gli chiese di costruire per lui un castello magnifico, un castello che non ne avesse uguali al mondo. Il diavolo, con fare indifferente, rispose che in una notte sola sarebbe stato in grado di costruire il più bel castello mai visto. Ma poiché tutto ha un prezzo in cambio si fece promettere che il banchiere, alla sua morte, gli avrebbe dato l’anima. Però questo patto, perché fosse vero a tutti gli effetti, doveva essere firmato. E così fu. Il diavolo si fece un piccolo taglietto sul braccio, poi, ne fece uno al banchiere ed entrambi utilizzarono il sangue l’uno dell'altro per firmare la pergamena, improvvisamente uscita dalla magica mano del diavolo, sulla quale era scritto l’accordo.. Al patto il banchiere aggiunse una clausola segreta, promettendo a Satanasso che l’avrebbe svelata solo quando avesse visto il castello terminato. Il diavolo, presuntuoso e sempre convinto di essere più furbo di qualunque essere umano, accettò la clausola a scatola chiusa. Battè per terra il forcone che si porta sempre dietro e subito uno squadrone di diavoli e spiritelli, usciti da un fumo grigiastro e puzzolente, comparvero in uno spiazzo vicino alla casa del banchiere, cominciarono a portarvi pietre, marmi, legni, calcina, mattoni e tutto quanto ci vuole per costruire un castello e si misero a costruirlo. Mentre loro lavoravano il diavolo andò a cena soddisfatto e Georg Fugger andò a dormire, perché per un essere umano si era fatto molto tardi (il diavolo non compare quasi mai prima di mezzanotte).

Al mattino il banchiere, si alzò, baciò come sempre il ritratto della bella aristocratica che amava, si stirò, si affacciò alla finestra e restò senza fiato: un castello nuovissimo e maestoso, ricco di merli, di torri, di statue e marmi lucenti, circondato da un grande giardino pieno di fontane si ergeva davanti ai suoi occhi.

Il diavolo aveva mantenuta la promessa e Fugger era certo che presto sarebbe arrivato per incassare la sua anima in pagamento. Era dunque arrivato il momento di svelare e far funzionare la clausola che aveva chiesto d’inserire nel patto. Con l’aiuto dei suoi impiegati portò nella sala più grande del nuovo palazzo un enorme sacco di grano e ne sparse il contenuto sul pavimento. Poi, quando verso le undici e mezzo il diavolo arrivò, Fuegger gli lesse la clausola: se Satanasso fosse riuscito a raccogliere tutti i chicchi per mezzogiorno e rimetterli nel sacco si sarebbe potuto prendere la sua anima, altrimenti, se ne avesse lasciato anche solo uno, l'anima e il castello sarebbero rimasti suoi. Intanto lui andava a prendere un aperitivo.

A mezzogiorno in punto il banchiere tornò nella grande sala. Trovò Satana soddisfattissimo. L’enorme sacco era nuovamente pieno zeppo e sul pavimento di marmo lucidissimo non era rimasto neppure un chicco di grano.

Ma il banchiere, senza neppure aprire il sacco, disse al diavolo che non poteva averceli rimessi tutti, qualcuno mancava di sicuro. Il demonio scoppiò in una risata satanica e lo sfidò a cercare quelli che mancavano e a farglieli vedere. Il banchiere prese le mani di Satanasso e le rovesciò: senza che il diavolo se ne fosse accorto quattro o cinque chicchi erano rimasti incastrati sotto le sue unghie lunghe e nere, curve come gli artigli di una tigre.

Disperato e deluso per essere stato buggerato da un essere umano, mordendosi le unghie dalla rabbia, il demonio sprofondò di nuovo nel suo mondo sotterraneo, lasciando intorno solo il solito odore di zolfo.

Il furbo Georg Fugger, che era riuscito a tenersi l’anima insieme al castello, tra breve avrebbe avuto anche la sua amata nobildonna.

 

Favola rielaborata dal tedesco da Elena Trombetti

 

SALUTE

 

TUTTA AL NATURALE

 

Premettendo che le mie conoscenze di ciò che sto per scrivere sono limitate alla lettura di libri , vi posso però assicurare dell'effetto benefico delle tisane che vi elencherò.

 

PER CHI SOFFRE D'ASMA

 

Infuso :50 g di valeriana, radici. Versare 1 l di acqua bollente sopra la valeriana e lasciar riposare per 10 minuti prima di filtrare. Berne 2 bicchieri al giorno, eventualmente addolcendo con un di miele

Suffumigio: 20 g di lavanda, sommità fiorite essiccate; oppure 20 g di eucalipto, foglie essiccate; oppure 20 g di salvia, foglie essiccate. Sbriciolare una di queste droghe a scelta e farne bruciare su un bracere modiche quantità aspirandone i fumi. La salvia e l'eucalipto possono esser anche fumate in pipa o in sigarette appositamente confezionate.

 

PER LA CATTIVA CIRCOLAZIONE

 

Decotti: 10 g  di borragine. Bollire la droga in 1 l di acqua per 5 minuti; filtrare. Berne 1 tazza la sera prima di coricarsi. Utile in caso di gambe pesanti e caviglie gonfie.

            10 g di betulla; 10 g di frassino; 10 g di regina dei prati; 10 g di vite rossa; 10 g di anice verde. Bollire un cucchiaio di miscela in 1 tazza di acqua per 5 minuti. Lasciare in infusione per 10 minuti poi filtrare. Berne 1 tazza prima di coricarsi in caso di intorpidimento delle estremità.

 

PER AREOFAGIA (chi inghiotte aria)

 

Infuso: 15 g di camomilla, capolini; 10 g di coriandolo, frutti; 10 g di anice verde, frutti; 10 g di menta, foglie. Mescolare in maniera omogenea le droghe. Dosare 1 cucchiaino da dessert e porlo in infusione per 10 minuti in 1/4 l d'acqua bollente. Filtrare spremendo bene i vegetali. Consumare 1 tazza calda d'infuso prima dei pasti.

            10 g di arancio, foglie; 10 g di camomilla, fiori; 10 g di coriandolo, semi; 10 g di limone, scorze del frutto. Miscelare le droghe e porle in infusione in 1 l di acqua bollente per 15 minuti. Filtrare e prenderne 1 tazzina dopo i pasti.

Decotto: 10 g di anice verde, frutti; 10 g di finocchio, frutti; 10 g di cumino, frutti; 10 g di coriandolo, frutti; 10 g di biancospino, fiori.

Mescolare in maniera omogenea tra loro le droghe. Dosare 1 cucchiaino da dessert e porlo a bollire per 1 minuto in 1/4 l d'acqua. Lasciare in infusione per 10 minuti e filtrare. Consumare 1/2 tazza calda dopo ogni pasto.

 

BUONA TISANA e BUONA GUARIGIONE a tutti.

 

 

Elena Trombetti

 

SAPORI DI UNA VOLTA

 

Con l’estate va in vacanza anche la cucina.

Buone ferie a tutti da SARA e CRISTINA.

E per chi proprio senza ricette non può stare

I vecchi numeri si vada a riguardare!!!!

 

Il Giornalino due anni dopo

 

A due anni dall’inizio di questa avventura, la redazione ha deciso di pubblicare i dati relativi alle spese e ai ricavi del periodico. Abbiamo deciso di farlo per dimostrare che dietro ogni iniziativa c’è molto lavoro impegno dispendio di energie e di soldi. E perché dobbiamo ringraziare oltre ai nostri collaboratori anche i nostri lettori che ogni numero ci danno una mano affinchè questo periodico continui ad esistere.

 

Numero “0”

                Copie                     150*

                Offerte                                   £. 530.000

                Spese                                                                    £.  151.000 (Fotocopie in economia)

                               UTILE                    £. 379.000

Numero “1”

Copie                     190*

                Offerte                                   £. 720.000

                Spese                                                                    £.  588.000 (Fotocopie “Acrilgomma”)

                               UTILE                    £. 132.000

Numero “2”+ calendario 2001:

Copie                     194

                Offerte                                   £. 854.000

                Spese                                                                    £. 1.440.000 (Fotocopiatrice)

                               PERDITA             £. -586.000

 

Numero “3”

Copie                     160

                Offerte                                   £. 520.000

                Spese                                                                    £.  300.000 (Manutenzione, risme e toner)

                               UTILE    £. 220.000

 

Numero “4”

Copie                     148

                Offerte                                   £. 464.000

                Spese                                                                    £.   415.000 (Manutenzione, risme e toner)

                               UTILE    £.  49.000

 

Numero “5”

Copie                     180

                Offerte                                   195,00

                Spese                                                                    80,00 (Risme)

 

                               UTILE    € 115,00

 

Numero “6”

Copie                     170

                Offerte                                   185,00

                Spese                                                                    131,00 (Manutenzione, risme e toner)

 

                               UTILE      54,00

 

TOTALI:

 

 

COPIE STAMPATE E DISTRIBUITE 

1.192

OFFERTE

1.975,00

SPESE

1.705,00

UTILI

270,00

 

  

LUOGHI DEL MONTE, RICORDI DEL CONTE

 

 

575 metri slm c’è scritto sul cartello … è Montefollonico paese storicamente bello

incontriamo genitori a piedi in cerca di nuore … dai figli fermi alle Budella al Cuore

li incontriamo, sono sdraiati … ma noi proseguiamo verso la via dei frati,

finita la salita subito a destra il ricordo più bello da bambino … le storiche partite al campo del Tondino

La sera sempre da adolescenti … Tornavamo per vedere le stelle cadenti

Chiudevi gli occhi ed esprimevi un desiderio che era sempre lo stesso … Raccattare una ragazza bella, normale, o anche un cesso.

Poi aprivi gli occhi e ti pigliavano certi colpi … Accanto non c’era una ragazza ma Pepo o il Volpi.

Ma basta con i ricordi anche se sono tanti … Forza e coraggio andiamo avanti.

50 metri e giriamo a destra ma mettiamoci un maglione … c’è sempre umidità al gioco del pallone,

qui ci sono state partite che non scordi … ci risiamo con i ricordi:

con maglietta e pantaloncini …  quanti gol ha fatto il Sabatini

con pantaloncini o pantaloni … è il Ciuti il Re delle punizioni

con pantaloncini o qualsiai tipo di panni … quante risse ha fatto Gianni

con maglietta e pantaloni … com’erano brucianti gli scatti del Falconi

in questa rima un po’ storpiata … è stata detta qualche c…ta.

Torniamo in noi e proseguiamo questa gita un po’ matta … ! Stanno rimettendo a posto la Fratta

Andiamo avanti qui a destra ci vanno le coppiette e si chiama Roccolo … Se ci vai da solo reggi il moccolo.

Allora proseguiamo a dritto …Verso il bosco fitto.

Arrivati in cima come dicono a Foligno sembra di essere al centro del mondo … Siamo invece nel parco Il Tondo.

Guarda che buffo quel bambino … mentre mangia il suo panino.

Guarda che buffo quell’omino … con in mano un querciolino.

Anche qui qualche ricordo c’è stato … diamo uno sguardo al passato.

Tante cene sotto le luci del generatore Trombetti … Tanto vino e tanti cretti.

Alessio alla chitarra, noi che si canta le canzoni … e finisce sempre a gavettoni.

Torniamo in giù lasciando il Tondo … passando davanti al residence S. Gismondo

Passiamo lungo il viottolino … che riporta giù al Tondino

Proseguiamo piano piano … stiamo andando giù al Triano

Anche senza binocolo in mano …Si vede bene Torrita e Gracciano

Se ci hai la vista parecchio bona  vedi bene anche Cortona

Se anche la vista vale meno … vedi il Lago Trasimeno

Comunque sia, chi il paesaggio ama … qui c’è il meglio panorama.

Qui ci vengono i conquistatori di razza … portandoci anche qualche ragazza.

Quelle che ci ho portato io si contano in una mano …E il ricordo si fa confuso e lontano.

Per chi viene da fuori per visitare il paese oppure a cena … Venire al Monte ne vale la pena

Per il sottoscritto ogni posto rivisitato …È un bel ricordo del passato

 

 

 

Raffaele Falconi

 


Dai lettori…

 

 

Cavalieri del Duemila, purtroppo.

 

Rieccoli! Le scuole sono finite e gli adolescenti: quelli di Montefollonico e quelli che hanno svernato lontani  in grandi città congestionate dal traffico e dai mille rumori, sono liberi di godere “alla grande” le loro vacanze.

Rieccoli sui loro motorini sempre più moderni, sofisticati e smarmittati (spero siano premi di brillanti promozioni).

Via! Liberi e felici: il paese è a disposizione, nessun divieto, nessun vigile, nessun pericolo, via a tutto gas; questi giovani cavalieri del III° millennio con i loro caschi colorati sono protagonisti di uno speciale video-gioco ideale che si compie di mattina (poco), di pomeriggio, di sera e purtroppo soprattutto di notte. Si da corso alla gioia di vivere con i motorini a pieno gas, col volume dello stereo al massimo, come si vuole, quando si vuole alla faccia di chi lavora e deve riposare perché magari deve svegliarsi con le galline per andare a lavorare. Mentre i ragazzi si divertono così rumorosamente non si accorgono di entrare in rotta di collisione col percorso inverso che si accingono a fare i loro padri verso il silenzio fatato della memoria. Questo riappropriarsi della memoria è un itinerario sentito, spesso vissuto come un rituale un po’ retorico e sentimentale ma sincero. A giudicare da quanto scrivono i padri dei rumoristi su questo giornalino, i l  Monte è rivissuto come paese dell’infanzia, luogo dell’amicizia vera, sogno di amori giovanili, sacrario delle speranze intatte….. ma i cavalieri del 2000, con i loro motorini, gli stereo a tutta forza  e il loro disprezzo per il sacrosanto diritto di riposo degli anziani e di chi lavora rompono questa atmosfera incantata e preziosa che Montefollonico offre a chi ci abita con garbo. Questa tranquilla armonia non coinvolge neanche i  giovanotti che frescheggiano a notte fonda al Pianello quando il Bar è ormai chiuso. Andando di questo passo tra qualche anno cosa sarà del Monte?

Veramente un rimedio ci sarebbe: si offra a chi non vuol capire niente una bella vacanza extra a Rimini e noi staremo a goderci queste notti estive parlando sottovoce per non disturbare il canto dei grilli e il volo delle lucciole.

Maria Rosa Innocenti 

Caro Aria del Monte 2000,

dopo una lunga ed estenuante ricerca sono riuscito a ritrovarti!

Ero rimasto al collegamento "vecchio" e non riuscivo più a vedere le novità che mi sono subito saltate all'occhio una volta rilevato il sito giusto.

Per prima cosa, voglio congratularmi con tutti i componenti la redazione del giornale.

E' molto carino e simpatico....tra l'altro, è anche l'unico modo che noi forestieri abbiamo per avere notizie più o meno aggiornate sulle novità del "nostro" amato paesino.

Il sito stesso (bravo Leo), è altrettanto bello.

Naturalmente, per quanto possiate essere bravi, nulla è paragonabile all'essere li tra voi (sigh!).

Purtroppo, anche quest'anno non mi sarà possibile tornare al Monte (a meno di clamorose concessioni da parte dei miei datori di lavoro) ma NIENTE può staccare il mio pensiero dal paesino più bello del mondo!

Che dire....avrei una voglia matta di tornare nella casa del Triano vedere la Valdichiana, Montepulciano, i vari poderi (in trentacinque anni, non ho mai imparato i loro nomi)....

Ora, però, sono marito e papà (babbo) di un piccolo discolo che risponde (quasi mai) al nome di Carlo. Quanto mi piacerebbe poterlo portare a respirare l'aria più pulita d'Italia.

Credo che il Monte sia uno dei pochissimi posti in Italia, dove i bimbi possono ancora gironzolare liberamente per il paese senza che i genitori li debbano per forza "monitorare" continuamente..(!)..da noi, quasi, di sera, non può girare nemmeno un adulto senza preoccuparsi della propria incolumità!

Proprio questa peculiarità, fa di Montefollonico, un paradiso, non solo per i bambini ma anche per gli adulti che, se non partecipano al torneo di calcetto, possono rilassarsi e riposarsi senza rischi per il proprio fisico.

Beh, forse ho un po' divagato dal mio intento iniziale che era quello di far capire che grazie a questa iniziativa (sito + giornale) un amante del Monte può sentirsi per qualche attimo "fisicamente" lì.

Spero di poter tornare al Monte al più presto e di poter essere davvero lì tra voi.

Un abbraccio.

Ciao,

Andrea Bettinelli

 

P.S.: Ho scritto questa mia mail dal posto di lavoro....come vedete vi penso spessissimo!

 

 

 

Care Cristina e Sara,

            leggo con interesse la vostra rubrica di cucina "ruspante" e ho provato, con successo, alcune delle ricette indicate; particolare favore ha accolto il "coniglio all'etrusca".

             Confesso di avere aspettato con ansia che arrivasse anche la ricetta dei pici "all'aglione"; speranza che é finora andata delusa. Tali pici sono uno dei miei piatti favoriti, ma non sono mai riuscita a sollevare il velo che sembra avvolgerli di mistero; la ricetta resta un segreto ben custodito tra le cucine di queste valli?  Posso chiedere a voi di svelarlo?  Ve ne ringrazio fin d'ora.

 

Grazietta