IL MAGO DI NATALE

S’io fossi il mago di Natale Farei spuntare un albero di Natale In ogni casa, in ogni appartamento Dalle piastrelle al pavimento. Poi con la mia bacchetta magica Me ne andrei A far magie Per tutte le vie. All’Osteria delle Noci Farei crescere L’albero delle noci. Alle scuderie L’albero delle zie. Al Palazzuolo farei crescere un Albero che prende il volo. A Casalpiano l’albero del grano A Frignano L’albero della mano. In via della Madonnina L’albero della nonnina. In via Coppoli L’albero degli zoccoli. Al Renellino Quello del porcellino. In via Elba Dove abitano i Sandroni, quello dei panettoni. Alla Reniella Quello della mortadella. In via Lando di Duccio Quello del cavalluccio. Poi farei un salto a Torrita E in via Battisti Farei quello degli artisti. Ogni strada avrà un albero speciale E il giorno di Natale i bimbi faranno Il giro di Montefollonico a prendersi Quello che vorranno. Tutto questo farei se fossi un mago Però non lo sono che posso fare? Non ho che auguri da regalare Di auguri ne ho tanti Scegliete quelli che volete E prendeteli tutti quanti. Testo di Gianni Rodari, rielaborato dai bambini della Scuola dell’Infanzia di Montefollonico.

 

 

 

 

 

 

CRONACA

AGOSTO
· A sorpresa quest’agosto all’insegna della pioggia e dell’umidità ha portato con largo anticipo, ma soprattutto in abbondanza, i funghi porcini. Tali condizioni non si ripresentavano dal lontano 1996; i boschi più battuti sono stati quelli tra il Tondo, il Campo Sportivo e il classico Sasseto. · In questo periodo, un fatto increscioso ha tinto di nero la reputazione della tranquilla Montefollonico: qualche “balordo” ha rubato diverse delle pietre che formavano gli scalini della cappella della famiglia Vitolo nel Cimitero di Montefollonico. Un gesto di vandalismo particolarmente meschino, probabilmente commesso a vantaggio del muro di qualche ignaro “committente”. Chi vorrebbe rubare le pietre da un cimitero per utilizzarle in casa sua? Anche il ladruncolo che non avesse alcun rispetto per il luogo, forse eviterebbe un furto del genere almeno per un filino di paura superstiziosa
· Sabato 31: al Tondo si è svolta la prima cena di fine estate organizzata dalla Polisportiva Montanina. Sono stati serviti, oltre ai tradizionali affettati e formaggi, il riso freddo fatto dalle “Consigliere” della Polisportiva (ma dirette da Marianna e Vincenzo Canestrelli), la porchetta di Fiorenzo Franchetti e la crostata di Silvia Capitoni. Dopo cena intrattenimento musicale purtroppo per poco di Alessio Capitoni e Barbara Ricciarelli. Ottima riuscita a giudicare anche dal numero dei partecipanti più di 130!

SETTEMBRE
· Martedì 3 è iniziata la preparazione per l’Amatori della Polisportiva Montanina: 25 ragazzi preparati dai consigli di Angela Fè e allenati - udite, udite - da Pippi, coadiuvato da Roberto Sabatini. Grosse novità quindi con il riaffacciarsi alla Polisportiva di Pierpaolo Fè, che tanto ha dato all’Associazione, e di alcuni nomi che nell’ambito calcistico amatoriale fanno tremare le “curve”: parlo di Marco Mazzi, Alfredo Capitani (Cacio), Balio Yari, Isacco Duchini, Massimiliano Burroni e con lo splendido ritorno di Carlo Mangiavacchi tra i pali….Non che Caronte nella passata stagione abbia sfigurato, ma un montanino in più è sempre un montanino!
· Venerdì 6 al Monte, come nel resto della Toscana, si è abbattuto un violento nubifragio che per diverse decine di minuti ha tenuto tutti con il fiato sospeso: per fortuna i danni sono stati lievi in paese, e ancora minori nella campagna.
· Domenica 8 si è svolta la ormai “classica” gita del dopo Festa dell’Unità, dove tutti i “lavoratori” e le “lavoratrici” della manifestazione si ritrovano per stare insieme ancora una volta. Quest’anno le mete sono state Rimini e San Marino. A Rimini, prima dello sfizioso pranzo a base di pesce, qualche coraggioso si è presentato sulla spiaggia in costume ed ha fatto pure il bagno, nonostante le lamentele dei bagnini che non tolleravano la sosta nei loro bagni senza il pagamento dell’affitto di una sdraio. Dopo la visita a San Marino il rientro, che non è stato dei più tranquilli: la scelta dell’autista di imboccare una via piena di curve e tornanti è costata non poche fermate per consentire colloqui ravvicinati con il contenuto dello stomaco….Ci siamo capiti!
· Sempre Domenica si è svolto il raduno delle 500 e derivate. Dal Monte sono partiti 69 equipaggi (quest’anno senza incidenti) alla volta di Torrita per poi proseguire verso Montepulciano: in Piazza Grande è stato consumato l’aperitivo. Il raduno si è concluso con il pranzo fatto a Bettolle presso l’Avioclub. Dopo mangiato le premiazione e le ovvie scorrazzate, questa volta, però, in aeroplano! · Domenica 15, nella chiesa di San Leonardo, si sono sposati Vanessa Duchini ed Ernesto Ghetti. Dopo la funzione, la coppia si è trasferita alla loro nuova residenza: Ravenna.
· Martedì 24 è cominciata la preparazione della squadra femminile di calcetto, diretta da Pepo e Raffaele. Sotto una pioggia battente, con molte assenze e poche novità le ragazze si sono avviate verso il campionato che iniziarà lunedì 9 dicembre.
· Sabato 28 si è conclusa, nel migliore dei modi, la fase di preparazione precampionato della Polisportiva Montanina (Edile Belli nei calendari). I ragazzi di Mister “Pippi” travolgono in amichevole l’acerrimo nemico di sempre: il G.S. Petroio, con un secco 0 a 3; a segno Meocci, Sabatini e Falconi.

OTTOBRE
· Il mese inizia nel segno degli incidenti. Il più grave e spettacolare in via Ansano Landucci. Renzo Natalini, alias “il Biondo”, percorrendo la strada sopraccitata in direzione della chiesa di San Leonardo alla guida del suo poderoso Ape Piaggio 500, intercooler turbo, carico di renone, per una brusca manovra, si impennava all’altezza del civico 68, scaricando rena e guidatore, davanti alla casa del nostro Direttore. Questi, incurante del pericolo, si adoperava nell’eroica rimozione dell’ingombro (la rena, perchè il guidatore si è rimosso di persona).
· Altri incidenti hanno coinvolto Siriana Fumi e Laura Pellegrini: la prima è uscita fuori strada alla curva della Fonte del Bighi, l’altra ha investito un capriolo nei pressi della Cava. Grazie al cielo non hanno riportato ferite né grossi danni.
· Nuovo furto al cimitero. A Dina Franchetti è stato rubato il portafoglio, che aveva lasciato nella macchina fuori del cancello. In questo caso sarebbe stata vista una misteriosa e sospetta Tempra station-wagon, bianca.
· Il 21 è ripreso il corso di ginnastica per “signore” organizzato dal Comune presso le ex-scuole elementari: ottimo risultato visto che anche quest’anno le partecipanti sono ben 16!

NOVEMBRE
· Il mese si è aperto con una serie di “fattacci”. Atti di vandalismo e furti iniziano con una bottiglia scaraventata sulla macchina di Cristiano Fantacci, parcheggiata sotto il Bar, causando la rottura di un fanalino e un’ammaccatura.. In chiesa vi è stato un furto che potremmo chiamare “d’epoca” tanto è “antiquato”: è sparita la cassetta che conteneva le offerte. Per concludere, nella notte di mercoledì 6 (San Leonardo), vi è stato l’ennesimo furto al Bar: rubati Esta-té e sigarette. Il danno più grave è stato il danneggiamento della porta a vetri. · C’è chi ha già iniziato e chi inizia questo mese: è il tempo delle olive! Quest’anno le piogge abbondanti e il poco sole hanno ridotto drasticamente il raccolto, si parla anche di una diminuizione del 50%. Si prospetta, quindi, un aumento spropositato del prezzo dell’”olio bono” aiutato anche dall’arrotondamento all’insù dell’euro, che “qualcuno” ci vuol far credere che non ci sia stato!
· Lunedì 4, violento acquazzone e grandinata provocano danni in tutta la provincia e compromettono il già modesto raccolto di olive.
· Mercoledì 6. Pare arrivato l’inverno: martedì pomeriggio le temperature oscillavano intorno ai 14-15 gradi; in serata un cumulo di nubi provenienti dal nord hanno fatto sì che si scendesse di 10 gradi in un “chiocco”. La notte tra il 6 ed il 7 ha visto comparire anche le prime brinate: rimettete i limoni e coprite l’insalata!
· Il 10 c’è stata la Fiera di San Leonardo. Una giornata mite ha favorito l’affluenza delle persone, il cui numero ha raggiunto un livello di piena soddisfazione. Forse qualche banco di meno ma comunque un buon raccolto per gli esercenti. Anche la lotteria della Polisportiva ha avuto successo: circa 800 biglietti venduti. Il ricavato verrà utilizzato per l’acquisto di cartelli con i quali segnalare alcuni percorsi pedonali intorno al Tondo.
· Tre giorni dopo un incidente che poteva trasformarsi in tragedia. Intorno alle 16,30, il piccolo Leonardo Masini, mentre, sceso dallo Scuolabus, stava attraversando la strada davanti ai giardini, è stato colpito, per fortuna solo con lo specchietto, da un’autovettura. Non ci metteremo a sindacare le colpe, ma di certo questo deve servire a ricordare a tutti, autisti e pedoni, che il Monte è sì un’oasi felice per il traffico ma solo se c’è prudenza! Per Leo - al quale lo specchietto ha provocato ferite al volto e maltrattato in particolare i denti – tantissimi auguri!!!
· Domenica 17: castagnata in Parrocchia. Nei locali delle ACLI, Don Giovanni, aiutato da molti montanini, ha organizzato la tradizionale castagnata di San Leonardo, con il vino”novello” e la tombola. Ottima l’organizzazione e la riuscita. · 21 novembre: incontro tra genitori, maestre, sindaco e preside del Comprensorio del Distretto Scolastico di Torrita, sull’eventuale chiusura dell’asilo per il prossimo anno. Il problema è che per il 2003-2004 i bambini iscritti nel triennio saranno solo 6 mentre il minimo per poter tenere in vita il servizio sarebbe 12. Il Sindaco ha dichiarato che l’amministrazione è disposta ad agevolare le famiglie dei bambini torritesi che si iscriveranno a Montefollonico, ma il problema sarà convincerle, magari proponendo un servizio migliore di quello offerto da Torrita. La nostra Associazione ha assicurato alle maestre la massima collaborazione per organizzare passeggiate, lezioni di musica ed altre attività.
· Da oggi 21 novembre, il nostro Direttore, Renzo Butazzi, si è trasferito definitivamente al Monte…solo che i secoli trascorsi nella Val Padana l’hanno un indebolito al punto tale che il ritmo “anomalo” dei gradini del Chiassino, con la complicità di Pinolo, gatto rosso di tale Duchini Rachele, ha minacciato di metterlo KO. Il succitato è caduto rovinosamente, terrorizzando – oltre che se medesimo - anche una testimone casualmente presente. …Saranno stati gli accidenti che gli ha mandato il Biondo! (Vedi Cronaca di Ottobre)
· Il 22 viene a mancare Carolina Paolucci vedova Crociani di 95 anni.
· Il 29 muore Tufo Gennaro di 90 anni!
· Venerdì 30 novembre è iniziato il secondo torneo di boccette organizzato da Ivano Talli. Gli incontri, al meglio di tre, si svolgeranno al Bar lo Sport, tra 40 contendenti. I nostri portabandiera saranno David e Nicola Fè, Lorenzo Bassi, Simone Santoni, Bruno Volpi ed il semimontanino Ivano Talli.

DICEMBRE
· Domenica 1 si è conclusa, da parte della Polisportiva, la pulizia dei viottoli che permetteranno di compiere un giro circolare per il Parco del Tondo. Nell’occasione è stata ripulita anche la Fonte del Bighi, dove, ahimè, è stato constatato il cattivo stato delle murature nonché il furto di numerose pietre sia della Fonte stessa che del muro adiacente. Nel corso delle festività natalizie, e quindi delle ferie, tenteremo di ripulire i pozzi di alimentazione della Fonte (ne abbiamo individuati 2 di 3) e le condotte, nel tentativo di ripristinare il flusso dell’acqua. Se qualcuno volesse darci una mano contattare Leonardo Trombetti, Cristiano Fantacci o Andrea Cannas.
· Piccolo incidente accaduto a Stefania Cutini, moglie del nostro consigliere Francesco Martini, che scivolando ha riportato un bel po’ di pigiature…I nostri più sinceri auguri!!!!!
· In forse la gita che, con Don Giovanni, abbiamo organizzato ad Assisi e al Presepe vivente di Petrignano di domenica 29: la causa? scarsa partecipazione!!!!! A tal proposito, pensiamo di organizzare un sondaggio per capire cosa piace alla gente del Monte per evitare di SPRECARE le nostre energie ed il nostro tempo (che è CARO come per tutti!), per organizzare cose che non piacciono…Aiutateci rispondendo alle domande del sondaggio.
· Lunedì 9 dicembre, esordio delle calciatrici della Montanina: finalmente dopo una maglia giallo-nera, una azzurro-nera, quest’anno si avvicinano ai colori sociali della Polisportiva: ROSSO-BIANCO. Infatti le nuove maglie offerte dalla EFFEZETA. (la ditta di cui è socio Daniele Fè) sono bianche con alcune cuciture blu. Al palazzetto di Chianciano (dove si disputeranno tutte le partite) le ragazze sono partite in “tromba” - come ama dire Silvia! - massacrando per 6 a 0 la Pievese: in gol Cristina Fabricotti per 4 volte, Silvia Capitoni e Rosanna Falconi. Per ovvia correttezza informiamo tutti i tifosi che anche gli amatori quest’anno giocano con una divisa nuova, rosso-bianca, offerta dall’Edile Belli s.n.c. di Fabio Belli. Come se non bastasse, per coprire gli atleti e le atletesse nelle fredde sere montanine, da quest’anno c’è un giacchetto offerto dal Bar lo Sport di Ivano Talli. Grazie di cuore a tutti gli sponsor per la disponibilità che hanno mostrato.

Leonardo Trombetti

 

 

 

CULTURA E SOCIETA'
social forum europeo:
Due montanini tra i “barbari” di Firenze


9.11.02: il giorno della devastazione di Firenze? No… quello della più grande, bella e civile festa mai realizzata: la manifestazione contro la guerra nel giorno di chiusura del Social Forum europeo! Ci sarebbe piaciuto scrivere l’articolo con altri amici che avrebbero dovuto essere con noi; purtroppo, però, all’ultimo si sono “ringambati”; così proveremo noi due, da soli, a trasmettere con queste poche righe ciò che è stata ed ha significato la giornata passata nel nostro splendido capoluogo. Una giornata meravigliosa iniziata alle sette di mattina quando siamo partiti alla volta di Chiusi. Lì abbiamo preso il treno, e leggendoci un quotidiano, siamo giunti a Firenze in un batter d’occhio. All’arrivo un punto di informazioni ben organizzato ci ha indirizzato verso una delle numerose conferenze che animavano la mattina. Abbiamo scelto quella sul commercio delle armi, una delle tante tenute al di fuori della Fortezza, già stracolma di gente. Siamo entrati e, incredibilmente, la prima persona incontrata era un montanino! Fabrizio Romani con Lucia (la sua ragazza) anche loro lì per la medesima conferenza. Parlando, tra l’altro, Fabrizio, che ha un bar, ci ha raccontato i giorni del Forum visti da un commerciante. Molte le persone, civili ed educate, che sono entrate nel suo locale. Insomma lui ha svolto un buon servizio e ha fatto anche buoni incassi! Bravo Fabrizio! Ci siamo inoltrati dentro l’immensa sala della stazione Leopolda (i vecchi depositi dello scalo ferroviario di Porta a Prato). Era stracolma di persone: sedute per terra, in piedi, accovacciate. Ragazzi attenti ai dati stilati dai relatori, ascoltatori critici, spesso intenti a prendere appunti. Molti erano muniti di cuffie per la traduzione simultanea (non tutti i relatori parlavano italiano e parecchi partecipanti erano stranieri), tanti conoscevano l’inglese e qualcuno aveva un’amica che pazientemente gli traduceva le frasi in italiano (vedi Alessio con Sofia). Alle 11 è stato il momento del personaggio che tutti aspettavamo: Gino Strada (il fondatore di Emergency, www.emergency.it) ormai divenuto un mito per il movimento e non solo. Una relazione basata poco sui numeri, molto sulle emozioni di chi le situazioni di guerra le vive in prima persona. Parole interrotte da interminabili ovazioni. Venticinque minuti di vero delirio! Intanto era giunta voce che il corteo si sarebbe mosso in anticipo, perché l’affluire delle persone era molto superiore al previsto afflusso. Così, dopo aver fatto un giro alla mostra fotografica allestita nella sala adiacente, ci siamo incamminati verso la Fortezza da Basso, dove ci aspettavano tre amici. Il resto potrebbe essere raccontato solo con le immagini: otto chilometri percorsi in mezzo a gente splendida, felice, tranquilla, euforica, motivata, pacifica, stranieri e italiani. Persone “normali” presenti quel giorno per manifestare le proprie idee con civiltà, allegria e senso di responsabilità. Ognuno con i suoi slogan, cartelli, costumi tradizionali, effigi e dichiarazioni dei loro idoli. Ogni diversità (portata con orgoglio) si amalgamava con le altre fino a formare un unico colore e suono che “travolgeva” la città di vita e allegria. E’ inutile e riduttivo compilare l’elenco delle associazioni partecipanti. Sappiamo tutti chi è che partecipa e chi “snobba” certi avvenimenti. Insieme a noi e lungo il percorso i fiorentini, cui va un ringraziamento speciale per aver partecipato nelle forme più svariate. C’erano persone di tutte le età: mamme con bambini in carrozzina, famiglie intere alle finestre che distribuivano bevande ai manifestanti, signore con la vestaglia di ciniglia alla terrazza impegnate in improbabili quanto emozionanti “ole”, e tanti tantissimi applausi e striscioni calati dalle finestre dei palazzi. Alla faccia del terrore per le pronosticate furie devastatrici. Il corteo terminava allo stadio. Lì abbiamo avuto la conferma di vivere un momento particolare. Noi eravamo arrivati e ancora alla stazione S.M. Novella stava scendendo dai treni gente venuta per aderire alla manifestazione! Eravamo tantissimi! Poi il concerto presentato dal simpatico Davide Riondino, in cui si esibivano gruppi molto vicino al movimento: abbiamo riso, ballato e saltato! E’ stato un ottimo spettacolo. Finito il concerto, con calma ci siamo incamminati verso la stazione di Campo di Marte, dove avevamo il treno di ritorno. Poche parole, sempre sorridendo per la gioia nel ricordare i momenti più belli, una bella dormita e siamo giunti a Chiusi. Mezz’ora di auto in completo silenzio, perché ormai stavamo cedendo alla fatica, era impossibile nasconderlo. Finalmente a casa. Stanchi ma felici per aver vissuto momenti unici, forse impossibili da descrivere con efficacia! Alcuni numeri: · Dai 500.000 al milione di partecipanti. Le cifre, comunque, hanno meno significato delle immagini, perchè possono essere manipolate…Le immagini, invece, le hanno viste tutti. · 2 montanini a Firenze (Alessio e Sofia). · 4 montanine ringambate, che dovrebbero mangiarsi le mani (Silvia, Angela, Sandra e Barbara). · 2 rappresentanti fiorentini-montanini a Firenze (Fabrizio e Lucia). · 3 amici incontrati che risalutiamo (Giulia, Lorenzo e Nicola). · 1 concerto splendido. · 1 numero imprecisato di fiorentini accoglienti e partecipi. · 1 organizzazione perfetta. · 1 Città che vorremmo sempre così viva! Vincitori e vinti… per i primi ci sembra troppo facile… i partecipanti. Per i secondi la lista sarebbe lunga ma abbiamo scelto dua categorie: i gufi e gli scettici! Alcuni slogan: · Appeso ad una carrozzina: “Grazie ragazzi, un giorno lotteremo anche noi per un mondo migliore” · Alla schiena di un manifestante: “W il lampredotto, abbasso la Fallaci” · Da una finestra: “Scendo, cambio il mondo…e torno” Pensiero: “NESSUNO DEI MALI CHE SI VOGLIONO EVITARE CON LA GUERRA E’ UN MALE COSI’ GRANDE COME LA GUERRA STESSA!!” BERTRAND RUSSEL

Alessio Capitoni e Sofia Canapini

 

 

 

IMMAGINI DI UN PAESE
LA CITTA' DEI BAMBINI: STORIA DI ORDINARIA EMIGRAZIONE

Vivere in un posto incantevole ha anche degli inconvenienti e i toscani lo sanno... il turismo sfrenato, oramai un po' ovunque, affolla le cittadine delle belle valli, arricchendole in parte ma portando con sé anche i lati meno belli che accompagnano il fenomeno. Attualmente, in alcuni periodi dell'anno, i costi di una notte in albergo in Valdichiana aumentano a dismisura; dal canto loro gli affitti delle case in certe zone gettonate sono assurdi e fuori dalla portata di una famiglia italiana media. Da qualche tempo poi accade un fenomeno relativamente moderno di emigrazione dei metropolitani dell'Italia del nord (penso a Milano e Torino) nelle campagne silenziose del centro Italia. E si tratta di episodi sempre meno sporadici. Un'emigrazione contro-corrente rispetto a quella che abitualmente eravamo abituati a vedere... I nostri padri andavano in cerca di lavoro nelle città affollate, lasciandosi alle spalle le campagne e noi, accaniti cittadini, con il tram o la metropolitana sotto il sedere, che le città affollate le abbiamo respirate per qualche decina d’anni, sentiamo a un certo punto come l'esigenza fisica, di riconquistarci quelle campagne lasciate alle spalle... Eh, sì, perché tanti di questi emigrati compiono un ritorno postumo alle proprie origini. La fisionomia dei grandi centri abitati, per altro, sembra spingere in questa direzione: l'agglomerato urbano diventa sempre più centro di lavoro. "Dentro le mura" ci sono gli uffici, le scuole, i negozi, mentre le abitazioni si allontanano progressivamente sempre più verso la periferia o quell’area assai vasta che oggi viene chiamata “hinterland”. A Torino, da dove arriviamo noi, un appartamento in centro é pressoché impossibile da trovare, tutto lo spazio disponibile viene acquistato da enti, aziende, grandi società e trasformato in luogo di lavoro, oppure viene tenuto stretto – magari vuoto - da ricchissimi proprietari per nulla intenzionati a venderlo o affittarlo. Le aspettative degli emigranti dalla città sono spesso alte, per quanto ci riguarda altissime, ma si tratta in ogni caso di fare un gran lavoro su se stessi, perché le differenze sono grandi davvero... Senza dubbio al momento della scelta si ritiene che i lati positivi superino di gran lunga le carenze e questo é evidente, ma l'impatto con la campagna per un cittadino é sempre forte e talvolta sconcertante. Lo spirito di adattamento di ciascuno, poi, modifica le cose. Nel nostro caso pur essendo stati adottati da Torrita di Siena da appena un anno dobbiamo dire che già partecipiamo attivamente alla vita del posto, come fossimo suoi figli da tempo... Talvolta, all'inizio, ci sembrava un po' strano il campanilismo tipico di chi questi paesi li vive da sempre, mentre oggi ci sembra più normale e ci scopriamo a tifare anche noi per la squadra del posto. Abituarsi al silenzio della notte, alle stelle visibili nel cielo, al clima che per noi é sicuramente migliorato e al livello umano dei rapporti a cui non eravamo certo abituati, non é stato difficile. Certamente la Toscana che immaginavamo differisce in parte da quella che stiamo conoscendo e ci sono aspetti meno facili da assimilare... Ma credo che si debba essere cittadini del mondo, come disse qualcuno, e che lo si possa divenire mettendo da parte molte pretese. Ci auguriamo che chi avrà il coraggio di lasciare la città per la campagna lo faccia, come noi: spinto da motivazioni forti e - consapevole di entrare a far parte di un preciso equilibrio di forze - in punta di piedi. Crescere un figlio in città fa un po' paura a noi madri, e soprattutto fa paura se la città la si é vista crescere e cambiare e peggiorare... I boschi qui intorno non sono ancora infestati di siringhe... e questo é un valido motivo per portarci i nostri figli... Consiglierei, a questo proposito, a chi lo volesse, di leggere un bel volume che parla di questo: “Il bambino e la città”, di Françoise Dolto, Oscar Mondadori, Euro 7,23. E' un libro interessante che parla del formarsi di una coscienza civica nel bambino. Dice di come sia importante umanizzare la relazione del bambino con gli altri, di quanto sia importante che ogni bambino interagisca con l'ambiente che lo circonda, dell'incidenza che la scuola ha nell'apprendimento dell'autonomia, etc. Spiega come l'ambiente influisca sulla sua crescita. Ci auguriamo che chi questi posti li vive da sempre continui ad apprezzarne i lati positivi e non faccia l'errore di seguire le regole del mercato che ci vogliono tutti efficienti, attivi e flessibili al lavoro. Speriamo inoltre che ovunque, in ogni modo, si costruiscano paesi e città a misura di bambino, perché nessuno debba sentirsi in dovere, come padre e come madre, di cercare per lui un luogo più consono e possa crescerlo serenamente là dove si trova... Un luogo che tiene conto delle esigenze dei bambini é una città che funziona anche per gli adulti... Noi lo crediamo.
Sonia del Secco

 

 

Il deserto dei tartari
“Il deserto dei Tartari” è il più noto libro di Dino Buzzati, dal quale è stato ricavato anche il film omonimo. Per chi non l’ha letto né visto ricordo che parla della guarnigione della fortezza Bastiani, un forte immaginario al limite di un deserto inesplorato, oltre il quale si dice vivano delle orde di nemici mal conosciuti, in procinto di scatenare un attacco. I Tartari, appunto. Ogni giorno le vedette della fortezza scrutano l’estremo limite dell’orizzonte in attesa di qualche segno premonitore dell’attacco: nuvole di polvere, luccicare di armi, palpitare di bandiere. Attenzione inutile perché non accade mai niente: nessun attacco e nessun segno premonitore di esso. Almeno fino alla conclusione del romanzo. Si dice che Dino Buzzati si sia ispirato alla redazione del “Corriere della Sera”, dove ogni giorno si favoleggiava di novità incombenti e sensazionali che avrebbero riguardato la direzione, l’editore, i redattori o qualunque altro elemento importante dell’impresa giornalistica. Ogni giorno tutti stavano in allarme aspettando il manifestarsi di queste novità ma invece non accadeva mai qualcosa che modificasse la consueta routine. A volte penso che invece Dino Buzzati sia stato a Montefollonico nella buona stagione e abbia tratto ispirazione dal muretto che c’è al Pianello, davanti alla cannellina, sotto al pilone per la bandiera. Per parecchie ore al giorno, seduti sul muretto come fossero le vedette della fortezza Bastiani, tre o quattro montanini non più giovanissimi e non sempre gli stessi, siedono taciturni e pensierosi scrutando la via del Pianello che si apre loro davanti, visibile d’infilata quasi fino al muro delle scuole. Sembra che si aspettino sempre il palesarsi di qualche novità, quasi che dietro la curva oltre le scuole vi sia quel deserto dal quale, in qualsiasi momento, potrebbero arrivare i misteriosi Tartari. Invece il movimento che anima la loro scena è rigorosamente lo stesso, giorno dopo giorno. Qualche turista arriva in macchina, qualche autocarro porta alimentari ai negozi, qualche gruppo di ciclisti scende di sella e consulta le mappe. Qualche donna sale dalla via del Teatro per gettare l’immondizia nei cassonetti o arrivare nel centro del paese a fare la spesa e qualche uomo - magari uno degli stessi che fanno i turni di vedetta nella nostra fortezza Bastiani - scende dal centro storico più o meno per fare le stesse cose. Gli anziani di vedetta seguitano a guardare taciturni, ma conoscendo meglio loro e il paese si capisce che non aspettano proprio niente di speciale, ma solo che il tempo passi nel modo più indolore possibile.

 

 

Conversazioni volatili
Al Pianello, oltre al posto di vedetta davanti alla cannellina, c’è la ridotta dei sedili a ridosso della porta del bar di Ivano. Anche lì siedono uomini di varia età che parlano del più e del meno. Il loro “circolo” è aperto e chiunque parli almeno la lingua può prendere parte alla conversazione. Che in genere riguarda il tempo, i boschi, i raccolti, la produzione dell’olio e del vino, gli animali domestici e selvatici. La cosa più gradevole è che essa – per quanto rigorosamente legata alla realtà - non è mai troppo impegnativa ma piuttosto volatile, o volubile se possiamo dirlo di una conversazione. Ammettiamo che nel gruppo si stia parlando di caprioli, molto numerosi nella zona. Arriva un nuovo “utente”, magari anche un po’ estraneo e dice: “Certo che i caprioli sono dannosi agli olivi”. La conversazione converge subito sugli olivi, le gelate che nell’anno tale li distrussero, il raccolto dell’olio e così via. “Chissà perché sotto gli olivi non nascono i funghi”, potrebbe dire il nuovo arrivato stanco di sentire parlare d’olio o per puro desiderio di sperimentazione. E in un batter di lingua i presenti passeranno a parlare di funghi, diramandosi per un reticolo di tematiche: chi ha raccolto più funghi, posti dei funghi, grandezza di questi e di quelli, modi di cucinarli (attribuiti giustamente alle mogli), avvertenze e avventure dei cercatori più esperti. Basterebbe poi chiedere se i cinghiali sono dannosi ai funghi oppure no e la conversazione prenderà subito la piega del cinghiale, dei danni che può provocare, del pericolo che rappresenta per il motociclista e l’automobilista, della differenza tra la bestia ungherese e quella nostrana. Ogni tanto qualche membro del gruppo si alza e va per i fatti suoi, a casa o pochi metri più lontano per giocare a tressette. Il posto rimane vuoto per poco perché giunge a occuparlo qualche altro che ascolta un poco di cosa si stia parlando e poi interviene: “Moccolo ha smesso di cacciare cinghiali. Si è fatto male al menisco e all’ospedale gli hanno detto…” Il che può dare la stura a un lungo discorso sugli ospedali, gli errori o i miracoli dei medici (per lo più gli errori), le malattie viste o patite. A quel punto, per uscire da un argomento così deprimente, basta dire: “Peccato che la strada per andare all’ospedale sia così dissestata…” e si parlerà di strade, di scorciatoie, di poderi che esse costeggiano. E così via, fino all’ora di “desìna” o di cena. Quando anche il muretto della nostra fortezza Bastiani viene lasciato sguarnito.
Renzo Butazzi

 

 

L’amore non è bello se…non è litigarello!
Quello che ho deciso di scrivere in questo numero del giornalino, è uno STORNELLO (o forse dovrei dire una canzone popolare?) che mia nonna Angiolin, mi ha cantato una sera di qualche settimana fa, lasciandomi assolutamente stupefatta, un po’ per la sua memoria e un po’ per la tematica divertente e assolutamente insolita di cui tratta. Mia nonna cantava a squarciagola questo ed altri divertenti stornelli quando, giovanissima, andava a “badare” gli animali al pascolo.Era un modo per passare il tempo e per fantasticare ma soprattutto per rallegrare i contadini delle campagne circostanti, che sentivano risuonare la sua vocina intonata per ore e ore…. Un giovanotto e una ragazza si punzecchiano: sembra che i due siano stati sul punto di fidanzarsi, ma poi, non si sa per quale motivo, la cosa non è andata in porto; adesso lui sembra molto indispettito e dice che lei è una civetta, per questo non vuole sposare lei ma un’altra ragazza di nome Argia. Lei, al contrario, crede che lui la stia offendendo solo perché ancora “ci casca morto”, e comunque anche lei ha un altro da sposare… LUI: Tutti ti dicon bella e non saprei dove hai le tue bellezze per piacere, è più civetteria ch’io la direi, assai meglio di te le so vedere. LEI: Dici così perché ci caschi morto, ce l’hai la rabbia che te lo fa dire lo vedi che tu sei tutto storto, davanti a me chi ti ci fa venire? Vai via strullino, fuggi di davanti; son bella, fresca e giovane e non voglio sposar te. LUI: Chi t’ha cercato di volerti sposare? Te lo credevi te ma gl’era follia Son giovanotto e non mi voglio abbassare, quando devo sposà, sposo l’ Argia. E’ bella, lo sai, non assomiglia a te, non è civetta e onesta è più di te. LEI: Di onore non parlà devi capire, guarda cosa tu dici oh scemonito! Ce l’hai la rabbia che telo fa dire, assai senza di te piglio marito. Contenta e allegra la vita passerò, un giovane elegante marito piglierò! LUI: Se un omo babbaleo tu l’hai trovato gran fortunata ti potrai chiamare. Vuol dir che la fortuna t’ha dotato, e le bellezze del trono dovrai portare. Ma piglielo, ma sposelo, contenta tu sarai, contento sarà anche lui, contento se anche lui le corna porterà

Sofia Canapini

 

 

STORIA
I MATERIALI DA COSTRUZIONE DI MONTEFOLLONICO:
2a parte

L’interdizione dell’Abbazia di S.Maria di Follonica da parte del vescovo di Pienza Settimio Cinughi, indusse i frati a costruire, a poca distanza dall’abbazia, una chiesa più piccola con i materiali dell’abbazia stessa, per cui l’edificio monastico fu demolito in parte dagli stessi frati. Con l’abbandono totale del sito, i Padri di S.Martino di Siena vendettero ai Landucci di Montefollonico la proprietà degli ormai ruderi di una delle più importanti abbazie della Toscana. Il risultato che ne seguì è quello che si può vedere attualmente: i poderi Abbadia, Donacciana, Palazzuolo, Pozzo, Pozzarello, Palazzone e sicuramente altri, sono stati ingranditi verso la fine del 1700 utilizzando molte pietre, anche sagomate, delle originali murature dell’abbazia. Il “merito” di questa moda va ricercato in un editto emanato dal granduca Leopoldo I Asburgo-Lorena, con il quale veniva permesso il riutilizzo dei materiali di edifici in rovina e, a Montefollonico come in tanti altri luoghi, questa legge fu applicata piuttosto fedelmente. Sempre nel campo dei materiali da costruzione sono compresi inoltre i laterizi, i leganti e gli inerti; per quanto riguarda i primi, possiamo fare un confronto tra gli edifici di Montefollonico e quelli di Torrita per capire come la scelta dei materiali veniva fatta in funzione della reperibilità sul posto degli stessi: tanto abbondanti sono le pietre a Montefollonico quanto lo sono i mattoni a Torrita. L’argilla, materia prima necessaria per produrre mattoni e tegole di varia foggia era, e lo è tuttora, più abbondante nelle località in prossimità della pianura a causa della storia geologica dell’area in esame. Poiché le fornaci di laterizi si concentravano in queste zone, con scarso margine di errore, i coppi, le tegole, i mattoni di varie misure si possono considerare di “importazione”. A testimonianza di ciò si può portare come esempio la fornace romana di Umbricio Cordo scoperta qualche anno fa a Torrita Scalo che farebbe risalire al I-II sec. d.C., se non addirittura ai tempi degli Etruschi, la tradizione laterizia delle zone di pianura, Esisteva invece nei pressi di Montefollonico, in località Campoccoli, un’antica fornace di calcina, dove veniva cotto il sasso calcareo estratto nelle immediate vicinanze. Tale fornace era indicata nelle mappe catastali leopoldine risalenti al 1826 ed è rimasta in funzione per molto tempo; ciò è confermato anche dal fatto che il mio bisnonno ha lavorato sia qui che in quella alla cava del Monte, edificio questo però di più recente costruzione rispetto a quello di Campoccoli. La calce veniva utilizzata insieme alla sabbia “tufacea” che contorna il colle di Montefollonico, come legante degli elementi lapidei e fittili nella costruzione di tutti gli edifici. Questa sabbia ha origini marine e non vulcaniche, come l’aggettivo “tufaceo” potrebbe far pensare, dato che il vulcano più vicino a Montefollonico è il Monte Amiata e non ha prodotto tufi durante la sua attività. La lenta azione erosiva degli agenti marini ha disgregato le rocce antiche preesistenti, riducendole in rocce ancora di dimensioni ragguardevoli, oppure in ciottoli e granelli minuti che costituivano la spiagge e i bassi fondali del mare di circa 10 milioni di anni fa. Una piccola parentesi va aperta riguardo un’attività che si svolgeva a Montefollonico un po’ ovunque e cioè quella dello “acciaccasassi”; gruppi di ragazzetti e non si organizzavano ove possibile con martelletti particolari per spaccare (acciacca’) pietre abbastanza grosse in modo da realizzare mucchi di brecciolino che avrebbero poi rivenduto per poche lire. Fondamentale in questi casi era l’aiuto di persone mature (ricordo nell’occasione mio zio Torello Massai) per cavare quantità notevoli di pietre dalla parete rocciosa tramite l’utilizzo di esplosivi. Tra i materiali da costruzione è da considerare ovviamente anche il legname, componente essenziale di tetti e solai antichi e che da un po’ di anni è stato notevolmente rivalutato. E’ ovvio pensare che quando veniva costruito un edificio a Montefollonico il legname non venisse da molto lontano, data la ricchezza della zona di boschi; la maggior parte delle travi e dei correnti presenti nelle abitazioni sono di quercia nelle varietà rovere o farnia. Gli elementi di lunghezza notevole, tipo ad esempio le catene delle capriate del Triano, sono invece di pioppo, alberi probabilmente fatti venire da zone di pianura prossime al Monte. Nonostante la presumibile inadeguatezza di questa pianta ad uno scopo così importante, questo genere di legname risulta invece molto efficiente dato il suo minor peso specifico rispetto ad altri e la possibilità di trovare piante di notevole altezza. L’abete e il castagno, che non provengono dai dintorni del Monte, sono stati utilizzati solo in epoche più recenti, importandoli in certi casi addirittura dalla Francia. Ricordiamo però che in epoche passate l’abete poteva venire dalle pendici del Monte Amiata: ne “I Commentari” di Pio II, il papa pientino, lo stesso raccontava degli enormi abeti bianchi utilizzati per fare le travi del Palazzo Piccolomini in Pienza, fatti venire dalle abetine dell’Amiata (siamo intorno alla metà del 1400). Ho qui ricordato tra i materiali da costruzione solamente quelli ecologici, ottenibili dall’estrazione diretta (pietra e legname) oppure quelli ricavati modificando la composizione chimica mediante il calore (calce e terrecotte). Questo calore veniva ottenuto per mezzo della combustione di legna da ardere fino a tutto il 1800; in seguito, con la scoperta della lignite a Montefollonico, le fornaci di terracotta hanno utilizzato questo tipo di carbone con potere calorifico maggiore rispetto alla legna, permettendo così l’occupazione di molte persone nell’attività estrattiva delle miniere di Renello, Orbigliano ecc. Le caratteristiche e l’origine di questo carbone fossile saranno gli argomenti trattati in uno dei prossimi articoli di questo periodico.

Andrea Tonini

 

 

SPORT
LA MONTANINA CERCA… UN POSTO AL SOLE

I primi di ottobre è iniziata la stagione calcistica maschile 2002/03, ed è il quindicesimo campionato consecutivo della Montanina nel calcio amatoriale. Quest’anno ci sono alcune novità. La prima riguarda il ritorno alla casacca bianco-rossa, che sono i colori ufficiali della società di via del Pianello (lo sponsor è sempre l’impresa edile Belli). La seconda novità è il cambio dell’allenatore: sulla panchina non siede più Giordano Bazzotti ma il “sergente di ferro” Pippi (Pierpaolo Fè) che dopo oltre vent’anni di onorata carriera come giocatore e come dirigente ha deciso di intraprendere la carriera di mister. La squadra quest’anno conta su una rosa molto ampia, 24 giocatori, e quindi tutte le settimane sono necessarie le convocazioni. La prima giornata di campionato disputata al Monte è coincisa subito con una vittoria contro il Foiano (2-1), che purtroppo però è stata anche l’unica. Nelle restanti partite fin qui disputate solo tre pareggi e tre sconfitte per un totale di 5 punti in classifica contro i dodici della capolista Monsigliolo. Sicuramente un bottino amaro per la formazione di Sabatini e compagni che negli ultimi anni era abituata a stare nelle posizioni alte della classifica. Ai nostri cari lettori poniamo il quesito: di chi è la colpa dell’attuale penultimo posto in classifica della Montanina? Della società; campagna acquisti sbagliata; Dell’allenatore; troppo inesperto; Della squadra; gli anni passano e i giocatori sono sempre gli stessi; Rispondete sul sito www.montefollonico.net e nel prossimo numero vi diremo quello che pensa la gente. Nel frattempo speriamo che la squadra riprenda il posto che le compete: un posto al sole…dei primi posti.

Raffaele Falconi

 

 

 

….AL PEGGIO UN C’E’ MAI FINE!!!
Avete visto boschi bruciare?!? Avete visto fiumi straripare?!? Avete visto vulcani eruttare?!? Bene…..ancora non avete visto tutto!! Infatti un insieme di catastrofi si è abbattuto sulla MONTANINA FEMMINILE….Passi perdere con il S.ALBINO, passi l’esclusione dai play-off, passi l’addio al calcio del MARADONA DEI CARPAZI (ELENA TROMBETTI ), ma il crollo del palazzetto di TORRITA proprio no! E’ da qui che hanno avuto inizio tutte le nostre sciagure: prima fra tutte il dover fare gli allenamenti fuori “all’agghiaccio “ e vi assicuriamo che il freddo ha “seccato“ più giocatrici che olivi, per non parlare poi degli “sgrulloni“ d’acqua presi, che a confronto a noi le risaie hanno patito “l’asciuttore“. Oltre e questi danni ci sono “venute a mancare” per vari motivi: q Angela (l’olivo secolare) ha deciso di piantare le radici in casa accusando vari dolori; q Lisa, invece, le radici le ha piantate a SIENA per studiare; q Alessandra s’è data alle “faccende di casa” ; q Elena “ha litigato con il pallone…….’un si possono vedè”; q Samu ancora non ha imparato a calciare con il gesso; q Linda doveva ricominciare ma appena ha sentito il freddo…. Per fortuna qualcuna regge, ma la costanza e la buona volontà non bastano, visto che per contarci due mani avanzano; così i nostri mister sono stati costretti ad andare a cercare rinforzi altrove. A sentir loro la campagna acquisti a Settembre era già conclusa con l’accaparramento di quelle che secondo il calcio mercato sono due veri gioielli, ma “vi s’avesse a dì siamo già a Dicembre e noi ancora ‘un si so’ viste!!”. Comunque le straniere le abbiamo prese, al freddo ci siamo temperate, all’acqua ci siamo abituate e con le maglie nuove non saremo brave ma almeno saremo belline. Anche se, come sapete…..”al peggio ‘un c’è mai fine!!!!!”.
Sara Natalini e Cristina Fabricotti

 

 

 

UNA PARTITA CHE NON DIMENTICHERO’
Ci sono molte partite che sono rimaste nella storia calcistica di Montefollonico per il risultato, per questioni atmosferiche, per qualche rissa o per altri motivi. Ma una partita che non scorderò mai è quella giocata una diecina di anni fa tra Sarteano e Montanina. Nella mia vita calcistica molte volte ho “fatto” la panchina e siccome ci sono finito con più allenatori credo che il problema sia stato mio e della mia scarsa attitudine al gioco del calcio. Ma su un campo ho giocato sempre, grazie alla defezione, all’ultim’ora, di qualche titolare. Il campo in questione è, appunto, quello di Sarteano, incubo di tutti i giocatori avversari fino a qualche anno fa. Arrivammo a Sarteano intorno alle 14 di un sabato in cui splendeva il sole. Giunti allo stadio ci colpì subito una scritta sul muro degli spogliatoi: “Arbitro, qui si entra ma non si riesce”. Ci guardammo negli occhi e pensammo: ma che bella giornata oggi! Poi entrammo negli spogliatoi e mentre ci si cambiava un poco impauriti, il nostro allenatore, il grande Tamascio, ci disse: “Io un uomo in bocca a un altro non l’ho mai visto”. Allora prendemmo tutti un po’ di coraggio, e si susseguirono i commenti del tipo: “facciamoci rispettare, noi siamo la Montanina e non abbiamo paura di nessuno”. In quel mentre si sentì bussare alla porta ed entrò il loro centravanti, che si chiamava Rossi. Uno potrebbe pensare ad un qualsiasi signor Rossi, banale come il cognome, invece si trattava di “Attila”, terrore di tutto il calcio amatoriale. Con voce soave il loro “signor Rossi” ci disse: “Allora, dato che il Fè (Pippi) e il Maresci nella gara d’andata hanno fatto i furbetti, oggi sarebbe meglio che non giocassero, ve lo dico per il vostro bene. Anzi, è meglio se vanno proprio a casa subito. La partita dovrà finire 2 a 2, con due gol del Ciuti. Anche questo lo dico per il vostro bene, altrimenti peggio per voi”. Mentre esterrefatti pensavamo al da farsi, Pippi e il Maresci, insieme al capitano Sabatini (che si “sacrificò” accettando di accompagnarli con la sua macchina) erano già arrivati a Chianciano, in omaggio al vecchio detto che la prudenza non è mai troppa. Intanto che stavamo decidendo qualcuno vide aggirarsi per gli spogliatoi il “Sauro”, l’altro terrore del Sarteano, con una pistola. C’era chi diceva che era finta e chi diceva che era vera. Siccome pare che il “Sauro” avesse fatto alcuni anni di galera optammo per la seconda ipotesi e scoppiò il panico. Chi fuggiva di qui, chi fuggiva di là, chi si rivestiva “in borghese” con addosso ancora la maglietta della squadra, le scarpette e addirittura i parastinchi. Ma dopo alcuni minuti, passata la paura, in una breve riunione la compagine montanina decise di scendere in campo e onorare la maglia. La partita iniziò in un clima surreale e dopo pochi minuti passammo in vantaggio grazie ad un golo del giovane Luca Rubegni, il quale esultò da solo. Anz, lo guardarono tutti male, soprattutto il Ciuti, ma siccome non ci furono reclami da parte di “Attila” e del “Sauro”, la partità continuò con “Serenità”. Casualmente il Sarteano pareggiò e così finì il primo tempo. All’inizio della ripresa, Andrea Ciuti portò in vantaggio la Montanina ma qualche istante dopo ci fu il gol del pareggio da parte degli avversari. Eravamo sul 2 a 2 e mancavano ancora trenta minuti alla fine. La nostra squadra era nettamente superiore sul piano tecnico ed eravamo costretti a rigirare quando arrivavamo al limite della loro area di rigore, per non rischiare di fare il terzo gol che sarebbe risultato fatale. Fortunatamente la partita finì due a due e vissero tutti felici e contenti. Questa è una delle tante avventure della Montanina, anche se qualcuno potrebbe pensare che si tratta di una favola. La prossima volta vi racconterò un’altra partita, vera anche quella, “che non dimenticherò”.

Raffaele Falconi CONTE D’ORBIGLIANO

 

 

 

L'ANGOLO DEI CITTINI
Cattarinetta ed il dolce per la zia
Cattarinetta era una ragazzina vispa e bellina, che aveva per zia una strega Vi domanderete come fosse possibile che una una bambina così brava e carina avesse una zia strega. Pare che la nonna di Cattarinetta, cioè la mamma della sua mamma e della zia strega, quando era incinta della prima figlia avesse avuto una voglia terribile di mangiare ortica in pinzimonio ed è risaputo che la prima figlia di chi mangia ortica in pinzimonio nasce strega. (o forse nasceva, non ne siamo sicuri). D'altronde anche le streghe hanno famiglia – padre, madre, cugini, zii, eccetera – e non tutti i familiari fanno parte della stessa razza, altrimenti streghe e stregoni sarebbero molti di più. Spesso la mamma mandava Cattarinetta a trovare la zia perché le voleva bene e le faceva un po’ compassione.Nessuno dice mai “buongiorno come sta?" alle streghe, anzi, chi ne trova una per strada o la vede alla finestra fa gli scongiuri, tocca il ferro delle chiavi o il cornetto che ha nella borsa; nessuno presta loro il sale, un ovetto o gli insetti per i loro pipistrelli. Inoltre la mamma di Cattarinetta pensava che le streghe è meglio tenersele buone, soprattutto quando sono parenti stretti. Vecchia, gobba, con il naso aguzzo, gli occhi grigi come la cenere, i denti bacati e anche l'alito un po’ puzzolente, non era certo un bello spettacolo. Poi, con quella voce rauca, che pareva venisse dal profondo della terra (dove pare che stia di casa il Diavolo in persona), avrebbe messo paura anche ad un rospo. Figuriamoci alla povera Cattarinetta!!! Un giorno come tanti, la mamma ebbe la pessima idea di voler fare un dolce al cioccolato. Cattarinetta doveva andare a prendere lo stampo dalla "zia strega", che viveva nel bosco. Pallida e con le gambe tremanti la ragazzina arrivò dalla zia. “La mamma vorrebbe il tuo stampo per il dolce. Per favore potrei averlo?" - chiese timida. “Ecco il mio stampo per il vostro dolce. - borbottò di malagrazia la zia - Ricordati però di portarmene un pezzetto. Mi raccomando!! Ricordatelo!!", intimò con una vociaccia che fece ancor più paura a Cattarinetta. E ricominciò a grattare con le unghie il formaggio che doveva mettere sugli spaghetti all’arrabbiata (mangiava solo quelli e qualche leprotto alla diavola quando riusciva a prenderlo con la tagliola). Quando il dolce fu pronto la ragazzina fu costretta a tornare da quell' obbrobrio di zia portandogliene un bel pezzetto. Lungo il cammino il profumo del dolce che aveva nel cestino le camminava su per il naso e le solleticava il palato. Era così appetitoso, sembrava che le dicesse "MANGIAMI, MANGIAMI"! Cosa sarebbe successo se ne avesse staccato un morsino? Niente, nessuno se ne sarebbe accorto. Se avesse dato due morsini? Niente, non sarebbe successo proprio niente. Fatto sta che la ghiottoneria è più forte della paura di una zia strega e a forza di morsini il dolce era sparito. Cosa poteva fare adesso! Che guaio!! Doveva ben rimediare in qualche modo. In mezzo alla strada vide una gran cacca di vacca, quasi color cioccolata. Un'idea balenò in testa a Cattarinetta. Con l’aiuto di qualche foglia di vite per non sporcarsi troppo acchiappò un bel po’ di quella roba e la modellò come se fosse uno spicchio di torta al cioccolato. Sicuramente il profumo non era lo stesso ma l'aspetto sì. Arrivata dalla zia, le porse il finto dolce e le disse che doveva correre a casa, perché babbo e mamma l'aspettavano per cena. Quella notte Cattarinetta non riuscì a dormire. Si ruzzolava nel letto come se avesse gli spini sotto la schiena. Pensava continuamente al dolce falso di cacca vera con il quale aveva ingannato la zia. A mezzanotte in punto, quando si era appena appisolata, la ragazzina udì uno strano brontolio proveniente da fuori, insieme al rumore di passi strascicati. La voce si fece sempre più vicina, la porta cigolò ed apparve la zia, così arrabbiata che le usciva fumo dall’orecchio sinistro, quello dalla parte del cuore. "Eccomi Cattarinetta, eccomi. Che buon dolce che mi hai portato! Certo il merito è stato della tua mamma, ma da ora in poi sarai capace anche tu di fare torte così buone”. Tracciò qualche segno per l’aria, sputò in terra, esclamò “Agrapì, agrapò, cocoricò” e in un attimo Cattarinetta si trovò trasformata in una vacca, con il sedere tormentato dai mosconi. Per fortuna era solo un incubo e la ragazzina si risvegliò al mattino, tirando un sospiro di sollievo. Il peggio, però, doveva ancora venire. Cosa avrebbe detto alla zia per farsi perdonare quando la mamma ce l’avrebbe nuovamente mandata? Lo vedremo al prossimo numero.

Elena Trombetti (Rielaborazione di una novella trentina)

 

 

 

L’AMORE E’ CIECO…. E LA PAZZIA SEMPRE LO ACCOMPAGNA
Si racconta che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli uomini. Quando la Noia si fu presentata per la terza volta, la Pazzia, come sempre un po’ folle, propose: “Giochiamo a nascondino!”. L’Interesse alzò un sopracciglio e la Curiosità senza potersi contenere chiese: “A nascondino? Di che si tratta?”. “E’ un gioco”, spiegò la Pazzia, “in cui io mi copro gli occhi e mi metto a contare fino a 1.000.000 mentre voi vi nascondete e, quando avrò finito di contare, il primo di voi che scopro, prenderà il mio posto per continuare il gioco”. L’Entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall’Euforia. L’Allegria fece tanti salti che finì per convincere il Dubbio e persino l’Apatia alla quale non interessava niente…. Però non tutti vollero partecipare. La Verità preferì non nascondersi: se poi alla fine tutti la scoprono? La Superbia pensò che fosse un gioco sciocco (in fondo ciò che le dava fastidio era che non fosse stata una sua idea) e la Codardia preferì non arrischiarsi. “Uno, due, tre…” cominciò a contare la Pazzia. La prima a nascondersi fu la Pigrizia che si lasciò cadere dietro la prima pietra che trovò sul percorso. La Fede volò in cielo e l’Invidia si nascose all’ombra del Trionfo che con le proprie forze era riuscito a salire in cima dell’albero più alto. La Generosità quasi non riusciva a nascondersi. Ogni posto che trovava le sembrava meraviglioso per qualcuno dei suoi amici. Che dire di un lago cristallino? Ideale per la Bellezza, Le fronde di un albero? Perfetto per la Timidezza. Le ali di una farfalla? Il migliore per la Voluttà. Una folata di vento? Magnifico per la Libertà. Così la Generosità finì per nascondersi in un raggio di sole. L’Egoismo al contrario trovò subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per sé. La Menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non è vero, si nascose dietro l’arcobaleno). La Passione e il Desiderio al centro dei vulcani. L’Oblìo…non mi ricordo…. Dove? Quando la Pazzia arrivò a contare 999.999 l’Amore non aveva ancora trovato un posto ove nascondersi poiché trovava tutti occupati, finché scorse un cespuglio di rose e alla fine decise di nascondersi tra i suoi fiori. “Un milione”, contò la Pazzia. E cominciò a cercare. La prima a comparire fu la Pigrizia, solo a tre passi da una pietra. Poi udì la Fede, che stava discutendo con Dio su questioni di teologia, e sentì vibrare la Passione e il Desiderio in fondo ai vulcani. Per caso trovò l’Invidia e poté dedurre dove fosse il Trionfo. L’Egoismo non riuscì a trovarlo. Era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che era un nido di vespe. Dopo tanto camminare, la Pazzia ebbe sete e nel raggiungere il lago scoprì la Bellezza. Con il Dubbio le risultò ancora più facile, giacché lo trovò seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato nascondersi. Alla fine aveva trovato quasi tutti: il Talento nell’erba fresca, l’Angoscia in una grotta buia, la Menzogna dietro l’arcobaleno, infine l’Oblìo che si era già dimenticato che stava giocando a nascondino. Solo l’Amore non le appariva da nessuna parte. La Pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il cespuglio di rose e cominciò a muovere i rami. Quando, all’improvviso, si udì un grido di dolore: le spine avevano ferito gli occhi dell’Amore….! La Pazzia non sapeva più che cosa fare per discolparsi: pianse, pregò, implorò, domandò perdono., alla fine gli promise che sarebbe diventata la sua guida. Da allora, da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra, l’Amore è cieco e la Pazzia sempre lo accompagna.
(Tratto da Internet da Daniele. Fè)

 

 

L'ANGOLO DELLA LETTURA
La promessa di Friedrich Durrenmätt
L'ispettore di polizia Matthäi è incaricato di indagare sull'omicidio di una bambina avvenuto in un bosco nei pressi di Zurigo. Ai genitori ha promesso di catturare l'assassino e ciò segnerà fatalmente il suo destino. Viene arrestato un venditore ambulante con precedenti penali che, sottoposto a duri interrogatori, finisce per confessare e suicidarsi subito dopo nella cella del carcere. Nonostante gli indizi siano tutti per la colpevolezza dell'ambulante, l'ispettore non ci crede e per mesi e mesi si accanisce nelle indagini alla ricerca del vero assassino. Neppure un’ingegnosa trappola da lui escogitata sortisce gli effetti desiderati e Matthäi finisce per darsi al bere e poi per impazzire definitivamente. Otto anni dopo una donna sul letto di morte confessa che il colpevole era suo marito, morto nel frattempo in un incidente d'auto. Questa è per grandi linee la trama di "La promessa" il bel romanzo giallo di Friedrich Durrenmätt tra i più noti scrittori e drammaturghi svizzeri di lingua tedesca, nato a Konolfingen nel 1921 e morto a Neuchâtel nel 1990. La bellezza e l'originalità del romanzo stanno nelle implicazioni filosofiche che sono già accennate nel sottotitolo: "un requiem per il romanzo giallo". Durrenmätt, infatti, colpisce alla radice il genere poliziesco dal momento che la razionalità assoluta dell' investigatore è totalmente vanificata dalla casualità e quindi egli sostiene la tesi che in definitiva il caos e l' irrazionale prevalgono quasi sempre sul razionale. Scritto in uno stile asciutto, con periodi brevi e incisivi, "La promessa" si legge tutto di un fiato e contemporaneamente ci trasmette come una sensazione di straniamento (dovuta alla deformazione quasi parodistica degli elementi del genere poliziesco) genialmente voluta da Durrenmätt. Egli usa questa deformazione quasi per sottolineare la constatazione che il mistero non si lascia più penetrare dalla logica e che quindi, come l'ispettore Matthai, tutti gli uomini sono in balia dell'imponderabile e del caso. Oltre a "La promessa" (Feltrinelli Editore, Euro 7,00), di Durrenmätt vanno ricordati i romanzi: "II giudice e il suo boia" (1952), "La morte della Pizia" (1976), "Giustizia" (1985), e i drammi "La visita della vecchia signora" (1956) e "La valle del caos" (1989).
Gianfranco Rossi

 

 

 

NATURA E SALUTE
FUNGHI…….CHE PASSIONE!
Chi di noi non ha mai usufruito del suo tempo libero facendo delle sane passeggiate per i nostri boschi, alla ricerca di pace e tranquillità necessarie al mantenimento di un equilibrio psicofisico oggi sempre più difficile da trovare? E chi, nel bel mezzo della passeggiata, non ha mai incontrato quei prodotti della flora boschiva, spettacolo della natura, che chiamiamo semplicemente funghi? Chi passeggia però nei boschi alla ricerca di questi loro prelibati frutti, prima o poi viene, per così dire, assorbito dall’ambiente stesso in cui si muove; la bellezza e il continuo rinnovarsi dei fenomeni naturali, ai quali fa da spettatore, lo coinvolgono e lo interessano sempre di più e osserva con maggiore attenzione le più svariate e strane forme di funghi che incontra; la curiosità, che è una componente intrinseca dell’uomo, fa il resto e quello che era micofago diventa a poco a poco un micofilo. Si raccolgono degli esemplari che si rigirano tra le mani e si osservano in tutte le maniere, ma senza venire a capo di niente: è a questo punto che ci si rende conto della necessità di una guida. Mi auguro che questo mio breve lavoro possa essere all’altezza di quanto mi sono prefissata e di quello che i lettori si aspettano per poterlo giudicare utile, ma soprattutto mi auguro che possa contribuire a portare in tutti coloro che lo leggono amore e rispetto per i funghi, nonché per la natura che ci circonda. Che cosa siano realmente i funghi è scoperta abbastanza recente, si deve infatti a Pier Antonio Micheli, un botanico fiorentino (1679 – 1737), l’individuazione delle spore e quindi la conclusione che i funghi si riproducono per semi. Fino a quel momento, proprio per la loro natura effimera, spuntando alle volte come per incanto dopo un temporale e svanendo altrettanto rapidamente senza lasciare traccia della loro presenza, si pensava che fossero escrescenze delle piante, o addirittura che nascessero nelle radure dei boschi dopo le danze delle streghe. La loro natura è invece molto più semplice. Quelli che noi chiamiamo funghi non sono altro che i frutti, più correttamente carpofori, di una pianta (micelio) formata da una intreccio di filamenti sottilissimi (qualche millesimo di millimetro) detti ife. Il micelio vive in un substrato nutritivo che, per quanto riguarda i funghi superiori, può essere il terreno, la corteccia degli alberi ecc. Ciò costituisce la parte vegetativa, cioè il vero e proprio fungo; questi carpofori, come del resto tutti i frutti, sono i portatori degli organi addetti alla riproduzione della specie e, così come nelle felci e nei licheni, essa avviene per mezzo di cellule piccolissime (qualche millesimo di millimetro) chiamate spore, che i funghi lasciano cadere a miliardi nel substrato in cui vivono. Le spore, quando le condizioni di temperatura e umidità sono favorevoli, germinano formando un lungo filamento: la ifa. Le ife si allungano e si biforcano dando origine a quello che viene chiamato micelio primario, il quale però non è in grado di riprodursi. La moltiplicazione avviene solamente quando due miceli primari di sesso opposto si incontrano e si uniscono, formando quello che viene chiamato micelio secondario; esso, in definitiva, è il vero fungo, capace, quando le condizioni di temperatura e di umidità sono favorevoli, di produrre nuovi carpofori. Spiegata in così poche parole, la riproduzione nei funghi sembra molto semplice, ma il fatto stesso che le spore seminate da ciascun esemplare siano miliardi, lascia facilmente intuire le difficoltà che incontrano per potersi garantire la sopravvivenza. Vorrei sottolineare che il momento in cui il fungo rilascia le spore è quando la sua cappella raggiunge una maturità tale da poterlo fare, ossia una circonferenza stimata in circa 4 cm di diametro. Ecco perché è fondamentale non raccogliere i funghi ancora piccoli, o comunque al di sotto di detta misura, perché così facendo elimineremo la possibilità al fungo di riprodursi. I funghi, essendo privi di clorofilla e quindi non in grado di svolgere la fotosintesi clorofilliana come i vegetali, devono necessariamente nutrirsi di sostanze già organicate, animali o vegetali, e di esseri sia vivi che morti. Il fatto che abbiano questo tipo di nutrizione ha fatto sì che venissero divisi in due grossi gruppi: funghi parassiti, che si nutrono di sostanze organiche di esseri viventi, e i funghi saprofiti, che si nutrono di sostanze organiche di esseri morti. In molti casi, comunque, non esiste una differenza molto netta tra i due gruppi: molti funghi infatti si comportano da parassiti finché l’ospite è vivo, diventando poi saprofiti quando questo muore (p.e. i comuni chiodini). Esiste però una terza forma di vita, la simbiosi, ed è quella che forse ci interessa più da vicino, perché riguarda la maggior parte dei funghi di grosse dimensioni che nascono sul terreno. Per vita in simbiosi si intende un’associazione durevole tra due individui di specie differenti che dalla convivenza traggono reciproco vantaggio. In questo senso i funghi vivono a stretto contatto con piante superiori, con le radici delle quali formano una unione detta micorizza (dal greco mico= fungo e riza = radice). Nella micorizza il micelio compenetra o, più comunemente, avvolge le radichette terminali delle piante, assorbendo da queste le sostanze organiche necessarie al proprio sviluppo. Questo comportamento non porta però nessun danno alla pianta ospite, tutt’altro: il micelio, con il suo metabolismo, scinde le sostanze organiche avute dalla pianta ospite nelle sostanze inorganiche di partenza (acqua e sali minerali), in modo che possano essere nuovamente assorbite dalle radici della pianta stessa, divenendo di fatto un vero e proprio prolungamento fisico dell’apparato radicale. Ecco quindi il perché delle continue raccomandazioni a non danneggiare i funghi che non si raccolgono, ed ecco anche il motivo principale per cui negli ultimi anni i rimboschimenti forestali vengono effettuati con piante già micorizzate (p.e. pini con suillos granulatus, querce con tartufi ecc). Deturpando il sottobosco al nostro cammino, rompendo i funghi non buoni, scalzando il terreno con il bastone o addirittura con le mani, fa sì che il substrato si alteri a tal punto da non portare più nutrimento alle piante, alterando così l’ecosistema. Per esempio i funghi parassiti attuano quella che si chiama “selezione naturale delle specie”, attaccando solamente piante ammalate in modo di fornire più spazio alle sane mentre i funghi saprofiti con la loro opera disgregatrice delle sostanze organiche, impediscono che le piante vengano sepolte dai loro stessi rifiuti (rami, foglie) contribuendo in tal modo, in maniera determinante, a concludere il ciclo naturale del carbonio. Uno degli scopi di questo mio articolo, è anche quello di sensibilizzare chi si dedica alla ricerca dei funghi inducendo un maggior rispetto della natura, ma senza dimenticare che anche i cercatori stessi ne fanno parte e devono perciò autorispettarsi. Mi permetterò quindi un unico consiglio: raccogliere solamente i funghi dei quali si ha la massima sicurezza della specie e della commestibilità, non essendoci altro modo che la conoscenza per distinguere quelli buoni da quelli velenosi, sia per la salvaguardia dei boschi che per la propria incolumità. E’ a questo proposito che mi limiterò a dare qualche suggerimento su come riconoscere i funghi raccolti. Solitamente ci si limita a confrontare l’esemplare sconosciuto con i disegni o le fotografie dei libri che si hanno a disposizione finché non si individua una rassomiglianza. Purtroppo però, anche senza volerlo, si è portati istintivamente a far combaciare i caratteri del fungo che si desidera identificare con quelli dell’esemplare illustrato che più gli assomiglia; così facendo si inizia però il percorso di studio dalla coda invece che dal capo. Prima di tutto occorre studiare il nostro esemplare da solo, annotando le caratteristiche osservate; gli appunti raccolti vanno poi confrontati con le descrizioni presenti nei libri; solo quando si arriva a una presunta identità, si potrà confrontare l’esemplare con l’illustrazione corrispondente, sempre pronti però a rifare tutto il percorso nel caso di un risultato negativo. I caratteri distintivi principali sono: morfologici (forma, colore, grossezza) , organolettici (odore, sapore) chimici (reazioni colorate all’aria), biologici (crescita, sviluppo, riproduzione, nutrizione), ecologici (Habitat). Per una corretta identificazione, i funghi vanno sempre raccolti interi, scalzandoli con delicatezza dal terreno e da altro eventuale substrato, prendendoli per il gambo e torcendoli più volte. Al momento della raccolta vanno studiati quelli che sono i caratteri ecologici, osservando con cura la natura circostante, le piante che ci sono, il tipo del terreno, l’esposizione, l’umidità ecc. Importante è anche considerare il loro modo di crescere, cioè la loro disposizione sul terreno, che può essere a strisce, a circoli, a zig zag, a individui singoli, a gruppi. Vanno poi osservati i caratteri organolettici e cioè odore e sapore. L’odore in alcuni casi può essere molto caratteristico (aglio, anice, mandorle amare, pesce ecc.) e qualche volta è sufficiente alla identificazione della specie che si sta studiando. Altre volte può essere appena impercettibile e, in questo caso, molto personale e spesso controverso. Il sapore (masticare a lungo senza inghiottire) può essere dolce, acre, piccante, amarognolo, amaro, nauseante, ecc. Mi soffermo sull’osservazione dell’habitat che è fondamentale in quanto gli studi effettuati da uno scienziato svizzero hanno dimostrato come anche funghi buoni possano diventare pericolosi per la presenza di alcune sostanze nocive (come certi metalli pesanti, in particolare cadmio, mercurio e piombo) nel terreno dove crescono. Questo pericolo però si può verificare solamente in zone dove esiste una grossa concentrazione nel terreno di tali metalli, quali bordi delle strade di grande comunicazione per il piombo e la vicinanza di miniere o discariche per gli altri. Una maggiore attenzione deve essere invece rivolta ai funghi che si raccolgono nelle campagne o nelle loro immediate vicinanze, specialmente se sono coltivate a frutteto. E’ infatti impressionante il numero dei trattamenti chimici che vengono effettuati sulle piante, dalla fioritura alla raccolta. Ai trattamenti contro insetti dannosi si assommano anche quantità massicce di diserbanti, tutti questi prodotti vengono vaporizzati sulle piante e giocoforza anche sul terreno, contribuendo a rendere i funghi raccolti alquanto pericolosi. Vorrei soffermarmi ancora per entrare più nello specifico sui caratteri distintivi per il riconoscimento e sulle intossicazioni da funghi, ma forse ho già abusato dello spazio. Però se qualche lettore lo desiderasse potrei continuare nel prossima numero. Tuttavia, prima di lasciarvi, vorrei darvi anche qualche suggerimento: - per evitare di trovarvi al ritorno con una massa informe, andare sempre a funghi con un cesto di vimini, questo è previsto anche da molte delle leggi regionali che disciplinano la raccolta dei funghi; - i funghi vanno sempre raccolti interi, staccandoli con leggeri movimenti rotatori, senza strapparli o tagliarli alla base del gambo, così da lasciare intatti tutti i caratteri morfologici necessari alla determinazione; - gli esemplari riconosciuti con sicurezza vanno puliti immediatamente, privati delle parti non commestibili e riposti con cura nel cesto; - i funghi non poco conosciuti vanno ripuliti e tenuti separati dagli altri; - vanno raccolti solo i funghi che per il loro stato di conservazione assicurino una buona commestibilità, vanno lasciati quelli troppo vecchi, impregnati di acqua o invasi dalle larve; - i funghi che non vengono raccolti per un qualsiasi motivo, non vanno assolutamente calpestati, bastonati o distrutti, essi svolgono un lavoro insostituibile e indispensabile per la vita del bosco; - al ritorno a casa, i funghi conosciuti e destinati al consumo vanno puliti, lavati e subito cotti, o almeno scottati, vista la loro facile deperibilità. Si evita, in tal modo di rimanere intossicati per ingestione di cibo avariato. - quando si va nel bosco è indispensabile avere sempre un abbigliamento che ci consenta tanto di far fronte a qualche brutto incontro, quanto di poter sopportare con tranquillità anche qualche brusco cambiamento del tempo. Dicono che l’uomo prudente campi due volte.
(Bibliografia: “Il libro dei funghi d’Italia” di Antonio Testi)

 

 

FUNGHI IN CITTA’ (Italo Calvino)
Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati da fieno , che starnutano per i pollini di fiori d’altre terre. Un giorno, sulla striscia d’aiola d’un corso cittadino, capitò chissà donde una ventata di spore, e ci germinarono dei funghi. Nessuno se ne accorse tranne il manovale Marcovaldo che proprio lì prendeva ogni giorno il tram. Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso di un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola…che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti delle stagioni, i desideri del suo animo e le miserie della sua esistenza. Così un mattino, aspettando il tram che lo portava alla ditta Sbav dov’era uomo di fatica, notò qualcosa d’insolito presso la fermata, nella striscia di terra sterile e incrostata che segue l’alberatura del viale: in certi punti, al ceppo degli alberi , sembrava si gonfiassero bernoccoli che qua e là s’aprivano e lasciavano affiorare tondeggianti corpi sotterranei. Si chinò a legarsi le scarpe e guardò meglio: erano funghi, veri funghi, che stavano spuntando proprio nel cuore della città! A Marcovaldo parve che il mondo grigio e misero che lo circondava diventasse tutt’a un tratto generoso di ricchezze nascoste, e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa, oltre la paga oraria del salario contrattuale, la contingenza, gli assegni familiari e il caropane. A lavoro fu più distratto del solito; pensava che mentre lui era lì a scaricare pacchi e casse, nel buio della terra i funghi silenziosi, lenti, conosciuti solo da lui, maturavano la polpa porosa, assimilavano succhi sotterranei, rompevano la crosta delle zolle. ”Basterebbe un notte di pioggia -si disse- e già sarebbero da cogliere”. E non vedeva l’ora di mettere a parte della scoperta sua moglie e i sei figlioli. -Ecco quel che vi dico! - annunciò durante il magro desinare. – Entro una settimana mangeremo funghi! Una bella frittura! V’assicuro! E ai bambini più piccoli, che non sapevano cosa i funghi fossero, spiegò con trasporto la bellezza delle loro specie, la delicatezza del loro sapore , e come si doveva cucinarli; e trascinò così nella discussione sua moglie Domitilla che s’era mostrata fino a quel momento piuttosto incredula e distratta. - E dove sono questi funghi? - domandarono i bambini - Dicci dove crescono! A quella domanda l’entusiasmo di Marcovaldo fu frenato da un ragionamento sospettoso: ”Ecco che io gli spiego dove è il posto, loro vanno a cercarli con una della solite bande di monelli, si sparge la voce nel quartiere, e i funghi finiscono nelle casseruole altrui!” Così quella scoperta che gli aveva riempito il cuore di amore universale, ora gli metteva la smania del possesso, lo circondava di timore geloso e diffidente. - Il posto dei funghi lo so io e io solo, - disse ai figli – e guai a voi se vi lasciate sfuggire parola. Il mattino dopo Marcovaldo, avvicinandosi alla fermata del tram, era pieno di apprensione. Si chinò sull’aiola e con sollievo vide i funghi un po’ cresciuti ma non molto, ancora nascosti quasi del tutto dalla terra. Era così chinato, quando s’accorse d’aver qualcuno alle spalle. S’alzò di scatto e cercò di darsi un’aria indifferente. C’era uno spazzino che lo stava guardando, appoggiato alla sua scopa. Questo spazzino, nella cui giurisdizione si trovavano i funghi era un giovane occhialuto e spilungone. Si chiamava Amadigi, e a Marcovaldo era antipatico da tempo, forse per via di quegli occhiali che scrutavano l’asfalto delle strade in cerca di ogni traccia naturale da cancellare a colpi di scopa. Era sabato ; e Marcovaldo passò la mezza giornata libera girando con aria distratta nei pressi dell’aiola, tenendo d’occhio da lontano lo spazzino e i funghi, e facendo il conto di quanto tempo ci voleva a farli crescere. La notte piovve: come i contadini dopo mesi di siccità si svegliano e balzano di gioia al rumore delle prime gocce, così Marcovaldo, unico in tutta la città, si levò a sedere nel letto, chiamò i familiari. “E’ la pioggia, è la pioggia”, e respirò l’odore di polvere bagnata e muffa fresca che veniva da fuori. All’alba – era domenica - coi bambini, con un cesto preso in prestito, corse subito all’aiola. I funghi c’erano, ritti sui loro gambi, coi cappucci alti sulla terra ancora zuppa d’acqua. – Evviva! - e si buttarono a raccoglierli. - Babbo! Guarda quel signore lì quanti ne ha presi! – disse Michelino, e il padre alzando il capo vide, in piedi accanto a loro, Amadigi anche lui con un cesto pieno di funghi sotto il braccio. - Ah, li raccogliete anche voi? - fece lo spazzino. - Allora sono buoni da mangiare? Io ne ho presi un po’ ma non sapevo se fidarmi…Più in là nel corso ce n’è nati di più grossi ancora…Bene, ora che lo so, avverto i miei parenti che sono là a discutere se conviene raccoglierli o lasciarli…- e s’allontanò di gran passo. Marcovaldo restò senza parola: funghi ancora più grossi, di cui lui non si era accorto, un raccolto mai sperato, che gli veniva portato via così, di sotto il naso. Restò un momento quasi impietrito dall’ira, dalla rabbia, poi - come talora avviene - il tracollo di quelle passioni individuali si trasformò in uno slancio generoso. A quell’ora, molta gente stava aspettando il tram, con l’ombrello appeso al braccio, perché il tempo restava umido e incerto. – Ehi, voialtri! Volete farvi un fritto di funghi questa sera? – gridò Marcovaldo alla gente assiepata alla fermata. – Sono cresciuti i funghi qui nel corso! Venite con me! Ce n’è per tutti! – e si mise alle calcagna di Amadigi, seguito da un codazzo di persone. Trovarono ancora funghi per tutti e, in mancanza di cesti, li misero negli ombrelli aperti. Qualcuno disse: - Sarebbe bello fare un pranzo tutti insieme! - Invece ognuno prese i suoi funghi e andò a casa propria. Ma si rividero presto, anzi la sera stessa, nella medesima corsia dell’ospedale, dopo la lavatura gastrica che li aveva salvati tutti dall’avvelenamento: non grave, perché la quantità di funghi mangiata da ciascuno era assai poca. Marcovaldo e Adamigi avevano letti vicini e si guardavano in cagnesco.

(nota di Sandra Elmi)
Mi sembrava carino riportare, come ‘coda’ all’articolo sui funghi, una novella di Calvino tratta dal Marcovaldo intitolata “Funghi in città”. Questa mi ha fatto pensare al fatto che, come molte altre persone in circolazione da codeste parti, io vivo in città ma sono comunque anni che vivo anche al Monte. Tale situazione, ci pone in una sorta di “galleggiamento” esistenziale per cui non siamo del tutto cittadini o, viceversa, non siamo del tutto montanini…In fondo, un po’ quello che succede alle spore: non si sa da dove arrivano né dove arriveranno…e c’è chi li chiama, semplicemente,.. funghi!!
Silvia Elmi

 

 

 

Tisane per l'influenza e la febbre
Se siete a letto malati, o un po’ raffreddati, vi consiglio affettuosamente, di curarvi costantemente. Eccovi qualche esempio medicamentoso che vi guarirà in modo quasi prodigioso. Infusi: ü 10g di tiglio, fiori; 10g di sambuco, fiori; 10g di borragine, fiori e foglie; 10g di liquirizia, radice. Oppure ü 10g di timo, sommità fiorite; 10g di eucalipto, foglie; 10 g di borragine, foglie e fiori; 10g di tiglio, fiore. Miscelare in maniera omogenea le droghe. Dosarne un cucchiaio e porlo in infusione per 10 minuti in 1/4 di litro d'acqua bollente. Quindi filtrare accuratamente. Consumare due tazze al giorno prese lontano dai pasti. ü 30g di chiodi di garofano; 30g di cannella; 30g di santoreggia. Miscelare le erbe e metterne 1 cucchiaino in infusione in una tazza di acqua bollente per 10 minuti; filtrare. Berne 2-3 tazze nel corso della giornata. ü 20g di eucalipto, foglie. Lasciare in infusione in un litro d’acqua bollente per 15 minuti, poi filtrare. Berne 3 tazze al giorno. ü 10g di cardo santo, foglie e fiori; 10g di verbena, pianta. Porre in infusione le droghe in un litro d'acqua bollente per 10 minuti, poi filtrare. Consumare due tazze al giorno. Decotti: ü 40g di faggio, corteccia essiccata di rami di 2-3 anni. Macinare la corteccia e porla a bollire per 10-12 minuti in un litro d'acqua, poi filtrare. Consumare 3 tazze al giorno. ü 30g di borragine, fiori; 30g di cardo benedetto, fiori; 40g di alchemilla, foglie. Miscelare le erbe e poi farne bollire 1 cucchiaio in una ciotola di acqua per 5 minuti. Berne 3 tazze al giorno lontano dai pasti. Controindicazioni: Cardo Santo: controindicato per i sofferenti di stomaco e reni. Liquirizia: non usare in dosi massicce. I miei preferiti sono gli infusi a base di tiglio, perché oltre a curare, sono anche rilassanti. L'eucalipto poi, dà una grossa sferzata di energia e serenità. BUONA GUARIGIONE A TUTTI!!!!!!!!

Elena Trombetti

 

 

 

SAPORI DI UNA VOLTA
Accolta di GRAZIETTA la richiesta Questa volta un s’e’ fatto festa E per chi ama la buona cucina Ecco i consigli di PALMINA.. L’aglione è il condimento e si prepara in un momento; per chi non ha fretta e vuole mangiar sano ci sono anche i pici fatti a mano. Vi mandiamo un saluto con questa ricetta speciale e auguriamo a tutti
BUONE FESTE e BUON NATALE.
PICI
INGREDIENTI PER 6 PERSONE: q 2 BICCHIERI D’ACQUA TIEPIDA; q 2 UOVA; q 1-2 CUCCHIAI D’OLIO; q 1 KG DI FARINA.
PREPARAZIONE: Sbattere in un contenitore abbastanza grande le uova, aggiungere l’olio, la farina, l’acqua e fare un impasto morbido. Tagliare delle striscioline dall’impasto e “appiciare” (allungarle arrotolandole, N.d.R.) con il palmo della mano.
Sugo all’aglione
INGREDIENTI PER 6 PERSONE: q 10 SPICCHI D’AGLIO; q PEPERONCINO A PIACERE; q OLIO; q SALE; q 600 g. DI POMODORI PELATI.
PREPARAZIONE: Tagliare l’aglio a pezzettini piccoli e farlo soffriggere con l’olio e il peperoncino, dopodichè aggiungere il pomodoro e far cuocere per 20 minuti circa.
Sara Natalini e Cristina Fabricotti

 

PROPRIETARIO Ass. Polisportiva Montanina Via del Pianello –53040 MONTEFOLLONICO DIRETTORE RESPONSABILE Renzo Butazzi REDAZIONE Raffaele Falconi, Cristina Fabricotti, Sara Natalini, Alessio Capitoni, Leonardo Trombetti, Marco Fè, Daniele Fè, Gianfranco Rossi, Silvia Elmi, Sofia Canapini COLLABORATORI Andrea Tonini, Elena Trombetti, Sonia del Secco, Sandra Elmi ARIA DEL MONTE 2000 E’ POSSIBILE LEGGERLA ANCHE SUL SITO INTERNET www.montefollonico.net PER ARTICOLI, DISEGNI, IDEE, CRITICHE E’ POSSIBILE SCRIVERE ALL’INDIRIZZO E-MAIL ariadelmonte2000@libero.it Periodico registrato nel registro stampa presso il Tribunale di Montepulciano con prot. N° 285 del 01/12/2000